Elec è una realtà complessa che da diversi anni attraversa irrequieta le scene elettroniche italiane. Sprovvisti di una origine geografica comune, i soggetti che fanno parte di Elec mettono in condivisione a distanza esperienze e visioni assolutamente eterogenee che comprendono, come amano dire gli stessi protagonisti:”Audio, video, miscele, ibridazioni, algoritmi, bassorilievi, foto, animazioni 3d e musicoterapia con il segno meno davanti, midi, simulacri, illuminazione ed assenza di illuminazione, dati da interpretare e dati da emettere, un linguaggio nostro e versatile, visioni dall’alto senza filtri e con filtri creati da noi..”.

Una caratteristica saliente di tutti i membri di Elec sembra essere quella di una forte consapevolezza del proprio lavoro e di un chiaro rigore concettuale. Il modo migliore per comprendere Elec è quello di seguirli, di persona, in tutte le loro molteplici manifestazioni. Gli individui/formazioni che fanno parte di Elec sono: 8brr (audio), Autobam (audio), Elettrodo (audio), Normale (audio), Sin (audio + video), Marco De Paoli (scultura), Flavio Ferrazzi (…)

Bertram Niessen: Vista la natura composita di Elec, in che modo gestite l’interazione di più persone nel momento progettuale?

Elettrodo: fino ad ora non mi è mai capitato di dover gestire un progetto che prevedesse una specifica interazione con gli altri membri di Elec, in quanto siamo soliti gestire autonomamente i nostri progetti, è da considerare che siamo geograficamente dislocati in varie parti d’italia.

Enrico: dipende molto dal progetto, in alcuni casi l’interazione si esprime con il lavoro di ognuno in sede separata e poi in un momento di confronto critico finale. In altri casi lo scambio avviene per email e telefono facendo girare materiale digitale di varia natura, in altri ancora il progetto vive di lunghe discussioni accompagnate da ingenti quantità di vino o di tutte le cose dette prima.

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Bertram Niessen: E in fase live come vi organizzate?

Tibor: In FRM il video è stato ricavato partendo da riprese a passo uno su una scultura meccanica di Marco De Paoli mentre lui stesso la animava manipolandone le articolazioni. Le sequenze sono state poi inserite in uno specifico applicativo che ho programmato in ambiente FlashMX dove gli algoritmi di manipolazione video lavorano su una matrice 3×2 che divide il fotogramma in 6 tasselli. La forma, la linea temporale, l’ingrandimento e la posizione sul quadro di ciascun tassello sono le variabili che negli algoritmi possono essere manipolate dal performer. La complessità risultante deriva dal fatto che gli algoritmi agiscono contemporaneamente sui parametri voluti e l’applicativo è in grado di memorizzare le azioni del performer e riprodurle in modo più o meno variabile: dopo poche operazioni la macchina comincia ad intervenire sul video come un secondo performer.

Per la sincronia tra audio e video abbiamo talvolta utilizzato una frequenza generata dall’applicativo video e ricevuta dal sintetizzatore che, divisa in quarti, ottavi, sedicesimi, trentaduesimi, veniva utilizzata come riferimento metrico per la scansione degli eventi. In realtà poi, nell’interazione dal vivo, sulla sincronia meccanica ha sempre prevalso un’intesa (o una non-intesa) tra noi.

Autobam: Nella maggior parte dei casi fino ad ora l’idea del live è stata gestita soprattutto attorno al concetto di improvvisazione, è come se avessimo fatto di necessità virtù e in un certo senso questa risposta vale anche per la precedente domanda. Come è già emerso la caratteristica di questo gruppo è che quasi ognuno di noi risiede in una citta’ diversa e questo probabilmente ha spinto anche involontariamente Elec (o meglio alcuni dei suoi progetti soprattutto o forse esclusivamente per quelli nell’ambito del livemedia come quello tra me ed 8brr per esempio) a condensare il momento progettuale con quello esecutivo dal vivo attraverso quello che Ivan definisce molto bene come processo, metodo e funzione.

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Bertram Niessen: Che importanza ha l’elemento della sinestesia nel vostro modo di lavorare? lo ricercate attraverso soluzioni tecniche o stilistiche?

Tibor: Sinceramente della sinestesia m’importa poco. Sono invece profondamente attratto dagli algoritmi, dalla loro bellezza invisibile. Credo che la più grande novità del sistema digitale sia la possibilità di salvare materiali apparentemente diversi (immagini, video, suono, testo) con un’unica unità informativa e quindi di essere studiati/elaborati con teorie/codici comuni. Questo fatto è per me estremamente interessante e svela un universo di indagine totalmente inesplorato. Per fare un esempio, la splendida costruzione teorica del ‘700 che ha preso il nome di Armonia potrebbe essere estesa e generalizzata a frequenze/informazioni non necessariamente sonore. In questo senso mi interessano le relazioni tra l’immagine e il suono.

Bertram Nissen: Avete una poetica comune? come la definireste?

Autobam: Non credo ci sia una poetica comune semmai un’attitudine comune nell’uso di certa tecnologia dalla quale probabilmente nascono poetiche anche molto diverse tra loro.

8brr: La nostra poetica comune è legata ad un utilizzo quasi esclusivo di software (sarebbe meglio dire meta-software creato con meta-linguaggi, perché più o meno tutti partiamo di solito da ambienti di programmazione belli e pronti) e algoritmi sviluppati da noi. Credo sia proprio l’attitudine DIY che ci accomuna. Siamo abbastanza contro l’estetica, passami il termine, del prendo-un-bel-loop-lo-passo-in-un-plugin-che-non-so-cosa-fa-e-perché-e-poi-quello-che-viene-viene che, noto, sta diventando l’atteggiamento comune, e le terabyte di mp3 releases che si trovano in rete lo testimoniano. Per noi è abbastanza importante sapere con cosa abbiamo a che fare, cosa fanno le macchine che usiamo. Come puoi leggere nel manifesto di elec, merito di Virginio (a.k.a. Normale), questo significa sfruttare al meglio le poche cose che si hanno a disposizione ed avere il know-how per farlo.


www.elec.it

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