L’evoluzione della musica elettronica è indubbiamente legata a doppio filo con l’evoluzione tecnologica degli strumenti che permettono di crearla. Sintetizzatori, campionatori, sequencer, drum machine, vocoder sono parte del linguaggio comune di ogni appassionato ma ci sono stati dei momenti in cui queste macchine hanno cominciato ad assumere significati diversi e ad andare oltre l’utilizzo previsto. Ecco perché se da una parte l’innovazione tecnologica accentua la creatività del musicista elettronico, dall’altra il musicista elettronico sviluppa nuove possibilità creative della “macchina” non contemplate dal suo progettista. Contrariamente alla credenza popolare gli strumenti elettronici sono estremamente flessibili, capaci di svelare nuovi lati del proprio “essere” in seguito all’interazione con il suo utilizzatore. Può capitare che la difficoltà di utilizzo di una macchina porti il musicista ad usarla in modo scorretto o addirittura casuale generando qualcosa di imprevisto ma affascinante, oppure che un malfunzionamento generi un suono nuovo o la premessa per lo sviluppo di nuovi generi (come nel caso dell’industrial, la glitch o il “click’n’cuts”).

I primi generatori di suoni elettronici vennero costruiti tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 con intenti di ricerca scientifica nel campo della fisica (“telegrafo musicale”, “intonarumori” “telharmonium, “choralcello”, “theremin”) e solo qualche anno più tardi si iniziò a teorizzarne un utilizzo musicale (uno dei primi fu l’italiano Ferruccio Busoni). Fino agli anni ’60 i sintetizzatori vennero utilizzati quasi esclusivamente nell’ambito della musica classica d’avanguardia (P. Henry, K. Stockhausen) e successivamente in colonne sonore (W. Carlos). L’utilizzo nella musica popolare, se si eccettuano felici eccezioni (il theremin dei Beach Boys in “Good Vibrations” e il mellotron dei Beatles in “Strawberry Fields Forever”) arrivò solo nei tardi anni ’70, quando i prezzi dei sintetizzatori divennero decisamente più accessibili e le loro dimensioni più contenute, per mano di musicisti di rock sperimentale come Emerson, Lake e Palmer, Pink Floyd e Can.

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Discorso a parte sono i Kraftwerk che fecero da vero e proprio ponte tra musica elettronica d’avanguardia e musica pop. Ma per parlare di musica elettronica da ballo bisogna passare per Giorgio Moroder. La linea di basso di “I Feel Love” di Donna Summer è ancora oggi la più imitata. Eppure è nata casualmente, come incidente di percorso, utilizzando un ingombrante Moog modular. L’utilizzo accidentale di un emulatore di basso Roland TB-303 alla fine degli anni ’80 da parte di alcuni dj di Chicago portò casualmente all’invenzione della ‘acid house, producendo un suono che non era assolutamente prevedibile sebbene insito nella macchina stessa. Nello stesso periodo le drum machine Roland Tr- 606, 808 e 909 furono le maggiori responsabili della nascita dell’house music e della techno. La timbrica di cassa, rullante e hi-hat dei generi musicali più ballati degli ultimi vent’anni è tutta in quelle straordinare scatole del ritmo. Discorso identico per l’hip hop e la sua stretta correlazione con i campionatori della serie MPC sviluppati da Roger Linn a partire dall’86. La struttura a pad e il campionamento a strati è il marchio di fabbrica di vent’anni di musica hip hop. Stesso discorso per i campionatori Akai della serie S che dall’88 fino a tempi recenti sono stati il cuore delle produzioni dance basate sul campionamento.

Il vocoder inventato nel ’40 dall’americano Homer Dudley è ancora oggi la sintesi vocale più utilizzata nella musica elettronica: tanto per citare i più famosi, cosa sarebbero i Daft Punk senza un vocoder? I primi sintetizzatori di inizio del ‘900 erano pesanti ed ingombranti, alcuni occupavano addirittura intere stanze e pesavano diverse tonnellate mentre oggi con un laptop portatile e alcuni plug in VST si può tranquillamente comporre e produrre musica senza bisogno di nient’altro.

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Per fare questo risulta indispensabile il protocollo MIDI, sviluppato dalla Sequential Circuit, guidata da Dave Smith tra la fine degli anni ’70 e gli ’80. Senza MIDI gli strumenti elettronici non avrebbero mai avuto un “dialogo sincronizzato”. Senza Musical Instrument Digital Interface oggi probabilmente non esisterebbe l’idea di home recording e la musica elettronica tutta sarebbe assolutamente diversa. L’ultima frontiera nel campo della computer music sembra essere rappresentata dai software a basso costo di ultima generazione, studiati per utenti di tutte le fasce, dal principiante al professionista come Reason, Fruity Loops e soprattutto Ableton Live, sviluppato dalla fine degli anni ’90 dai musicisti Robert Henke and Gerhard Behles noti al pubblico come Monolake. L’evoluzione dell’ homo elettronicus non si è ancora arrestata…


www.obsolete.com/120_years/machines/vocoder/index.html

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