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STEVE
MANN, INCUBO O REALTA’
FUTURA?
I wearables verso
la Humanistic Intelligence
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Simona Brusa
Potrebbe
sembrare un fenomeno da baraccone, un nerd finalmente
evoluto sino al suo stadio di massima fusione
con la macchina, un cyborg antesignano di quei
esaltati trekkers ossessionati dall’idea
dei borg. In qualsiasi modo lo si definisca Steve
Mann è un uomo che ha, nel suo piccolo,
avviato una rivoluzione. Canadese, con un Phd
al Mit di Boston che per molti ha fatto storia,
è oggi docente all’ Università di
Toronto e ricercatore all’
EyeTap Lab da
lui fondato.
Per chi si interessa di werable
computer è un’icona, una definizione
vivente, un modello osannato o detestato, ma senza
dubbio un punto di partenza da cui evolvere o
da cui distinguersi inequivocabilmente. Sua la
definizione più diffusa di wearable computer
come mezzo di potenziamento personale (vedi Steve
Mann, Wearable computing
as means for personal empowerment saggio
presentato nel 1998 all’International Conference
on Wearable Computing ICWC-98, Fairfax) e suo
il primo esperimento prolungato (da ormai più
di 30 anni) di simbiosi con una minicamera e un
computer che registra e filtra tutto ciò
che vede: il progetto
WearComp. Indossando WearComp Steve Mann
riprende, manipola, seleziona immagini, manda
e-mail, naviga su Internet, scrive testi, elabora
dati, il tutto in modalità “always
on “, sempre acceso e sempre addosso. Incubo
o realtà prossima futura? Steve Mann è
una delle incarnazioni più attive della
ricerca sui wearable nel mondo. Per il ricercatore
canadese infatti il wearable computer rappresenta
il sogno di una completa sicurezza personale,
di una connessione alle macchine senza fili, di
una perfetta mobilità e libertà,
e tratteggia la possibilità di una memoria
collettiva e di un’intelligenza umanistica
condivisa.
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La sua parola chiave è
sinergia. Il computer non come tentativo di emulazione
dell’intelligenza umana (Artificial Intelligence,
AI) ma come una reale estensione di mente e corpo.
Un computer non più percepito come un’entità
separata ma in combinazione sinergica con l’essere
umano, in modo che entrambi possano compiere al
meglio le proprie funzioni e capacità.
Un legame costante e intimo, un feedback loop
che ha come esito molto più della somma
dei fattori coinvolti (uomo-macchina) e che produce
infine una vera e propria
Intelligenza Umanistica (Humanistic Intelligence,
HI). In ultima istanza un computer che
migliora la qualità della vita e che aumenta
le nostre esperienze quotidiane. Dal desiderio
di alterare ed estendere la realtà personale
e vissuta mediante l’uso della tecnologia,
il progetto di Steve Mann si è ben presto
trasformato nella necessità di capire meglio
l’impatto sociale e politico di tale tecnologia;
da cui il suo progetto Sousveillance.
Sousveillance è il contro-altare della
sorveglianza “dall’alto” (governativa,
terroristica, non autorizzata ecc), Sousveillance
crea, attraverso la capacità di WearComp,
una comunità di persone che “spiano
gli spioni” (watch the watchers), che rovesciano
la gerarchia, che contribuiscono a un’intelligenza
collettiva e a un’info-anarchia, portando
un nuovo livello di trasparenza nel sistema.
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Cyborg, hacker radicale o molto
più semplicemente controverso sperimentatore,
Steve Mann rappresenta una delle vie possibili
ai wearable, quella che esalta ed esplora le potenzialità
dei computer per la costruzione di una realtà
mediata, aumentata nelle sue possibilità
funzionali, personali, sociali e politiche. Chi
scrive ne comprende e condivide il fascino, ma
pensa che non sia né l’unica né
forse la più auspicabile delle vie. Il
cyborg e per conseguenza il wearable, come sua
prima incarnazione, sono un passo verso la ‘re-invenzione’
della persona e a noi piace pensare che non lo
siano solo in termini funzionali ma anche espressivi.


