Il film sperimentale giapponese I.K.U. diretto da Shu Lea Cheang, media artist e film-maker nata a Taiwan (ora di passaggio a Berlino), è stato realizzato nel 2000 e prodotto dalla Uplink Co. di Tokyo. I.K.U è stato premiato al Sundance Film Festival dello stesso anno ed è stato proiettato in molte occasioni, come all’evento City of Women nel settembre-ottobre 2004 nella città di Ljubljana.

Dalla visione di I.K.U. si è subito proiettati in una realtà nipponico-erotico-visionaria che ricorda le atmosfere di Blade Runner di Ridley Scott, ma che le trasporta in un universo psichedelico liquido in cui le protagoniste sono sette avatar-eroine. Queste, chiamate I.K.U. Coders, sono delle replicanti reyko agenti della GENOM Corporation. Il film inizia dove Blade Runner finisce, all’interno di un ascensore in cui la prima donna reyko scatena il suo piacere. A differenza del film di Scott, qui non c’è amore, ma solo sesso, frase che accompagna parecchie scene del SF-movie (“it wasn’t love, it was sex”).

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Come gran parte dei film porno, la trama è molto semplice e immediata: la GENOM Corporation sta immettendo nel mercato dei chip che trasmettono dati erotici agli utilizzatori, che possono raggiungere intense forme di piacere senza alcun contatto fisico, accedendo a livello neuronale all’I.K.U. Server attraverso un Net Glass Phone. Per collezionare i biodata necessari a riempire la memoria dei chip, la Corporation produce sette donne-avatar, che insaziabili di piacere, agiscono come dei virus nei corpi delle persone con cui hanno rapporti e ne catturano emozioni da rivendere. Le donne reyko possono mutare conformazione a seconda delle preferenze e desideri di chiunque, siano essi uomini, donne o transgender. 

I.K.U.è un film prodotto per la internet generation, che si interroga sulla possibilità di un futuro in cui anche la fruizione del piacere sarà governata da grandi multinazionali e in cui gli uomini perderanno l’abitudine del contatto fisico. Dalla visione del film, altamente immersivo e catturante, si ha la sensazione di navigare in rete, per le atmosfere liquide in cui si viene immessi e per la continua presenza di suoni elettronici e schermate fluorescenti. Il film è stato girato con una semplice videocamera e trattato al computer per realizzare gli effetti digitali, con un forte carattere sperimentale e amatoriale. Al di là della trama fantascientifica, la caratteristica interessante di I.K.U. sta proprio nel suo essere un porno-movie, ma pensato da una donna non unicamente per soddisfare il piacere di una “categoria maschile” che nella realtà poco esiste.

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Nel film trovano spazio donne, uomini, esseri fluidi e ibridi, per una magica overdose di piacere spesso poco realistica che non vuole vittimizzare nessuno di essi. Ogni sequenza è come un frammento di digital art, i personaggi sembrano essere usciti da un libro di comics. Il film è stato mostrato al Sundance Film Festival e in più di altri venti festival internazionali, raggiungendo l’appellativo di essere un “Pussy point of view”, mostrando la pornografia attraverso gli occhi di una donna. Il film è un valido esempio di come la donna può affermare il proprio punto di vista non lottando oppositivamente contro un potere cristallizzante, contribuendo a realizzare nuovi dualismi, ma entrando direttamente nel sistema di produzione tecnologica per inserirvi il chaos dall’interno.


www.i-k-u.com

www.cityofwomen-a.si

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