L’esperienza urbana si dimostra sempre di più essere esperienza mediata. Se la visione romantica e moderna dello spazio urbano, quella magnificamente raccontata da Baudelaire e Poe, da Benjamin e da generazioni di flaneur innamorati dei marcapiedi delle grandi città, è l’esperienza dei corpi che si immergono e si perdono nella folla anonima, è l’attraversamento tra luci e ombre delle strade della città labirintica, è il confronto vis a vis nelle piazze civiche in cui i cittadini si ritrovano a discutere le faccende della Polis, oggi l’essenza della vita urbana sembra risiedere soprattutto nella connettività, nell’esposizione al vertiginoso scorrere dei flussi di dati, nell’accessibilità. La nuova visione urbana della città globale è contraddistinta dalla contrazione dello spazio e del tempo in una sorta di presente elettronico, in cui il protocollo d’accesso sostituisce la soglia e la connettività annulla le distanze. Questa visione, lungi dal cancellare la dimensione urbana, sembra in un certo senso portare a compimento la promessa modernista in ogni remoto angolo del pianeta, sembra realizzare l’utopia della città in tutta la sua pienezza.

Con questo articolo apriamo una sezione di Digimag che vuole avventurarsi nell’esplorazione della città digitale, ovvero di una complessa serie di aspetti che ricompongono una urbanistica della città dei dati. I dispositivi digitali, gli smart mobs, i sistemi di tracciamento, espandono voluttuosamente un innovativo complesso sistema nervoso della città. Lo spazio urbano è ‘innervato’ di dispositivi che rilevano comportamenti umani e li trasformano in dati. Questi dati si accumulano caoticamente secondo un processo di produzione ridondante e disomogeneo, che tende a costituire una metacittà di natura semiotica, incrementalmente più rilevante nel quadro dell’affermarsi della ‘società dell’informazione’. Dati che a loro volta influenzano l’agire dei corpi in maniera sostanziale.

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La maniera di interagire, di posizionarsi all’interno del sistema sociale è fortemente rinnovata dall’esplosione dei nuovi dispositivi a disposizione dell’individuo. Il concetto stesso di spazio pubblico è rinnovato radicalmente dai telefoni cellulari e dai sistemi di sorveglianza. La possibilità di agire nell’anonimato, e secondo multiple identità, la mobilità esasperata, e la flessibilità del mercato, moltiplicano la possibilità di ciasciuno di noi di costruirsi delle personalità riconosciute a livello sociale, allo stesso tempo in cui si rinnovano e ridefiniscono i concetto di comunità e di località. Frammentazione, disorientamento e desiderio di ricomposizione contraddistinguono l’esperienza del cittadino globale.

Se l’urbanistica moderna è stata sostanzialmente il disegno della dislocazione delle forze produttive e della natura fisica dei rapporti di potere da cui tale produzione spaziale derivava, oggigiorno un salto paradigmatico ha trasformato il concetto stesso di produzione. Le città nell’era dell’economia simbolica producono principalmente valori slegati dall’esistenza di oggetti materiali, non più metafore di beni esistenti, ma prodotti di comportamenti sociali. I nodi simbolici, gli attrattori di un sistema reticolare dotato di una altissima fluidità, diventano il cuore in cui risiede il potenziale produttivo dell’organismo urbano. La produzione di immagine diventa il cuore della crescita della città. Il marketing urbano è momento essenziale di tale processo, in cui si costruisce un immagine seducente, una visione futura convincente, dal cui successo e capacità di attrarre capitali, creativi e consumatori dipenderà la realizzazione delle strutture materiali.

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Da queste considerazioni prendiamo spunto per avventurarci, novelli flaneurs digitali, nella esplorazione delle rappresentazioni digitali urbane: dall’affinamento di strumenti di orientamento nel nuovo universo frammentato alla ricerca di mezzi per ricreare località a disposizione delle comunità insorgenti, dalla riappropriazione di tecnologie di rappresentazione di uso comunitario, alla difesa dai rischi totalitari prodotti dalla concentrazione di tali tecnologie nelle mani di corporations e istituzioni. Collaborative mapping ed interactive art, ICT e digital storytelling, esplorazioni psicogeografiche e hacktivism, sono nomi che inventano nuove pratiche di esplorazione dei territori virtuali.

Dal mondo della ricerca sociale alla produzione artistica, dall’attivismo politico alla ricerca di mercato, cresce l’urgenza manifesta di cartografare i territori a venire dell’universo digitale.

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