Ape 5 e Micky Ry sono un vj e un dj baresi che collaborano nel progetto audiovisivo My. Approccio tecno-logico, voglia di sporcarsi le mani e visioni allucinate sono i tratti caratteristici del loro lavoro. Un lavoro che si sviluppa lontano dai grandi centri mitopoietici del live medi. E, forse proprio per questo, un lavoro che può permettersi di scegliere altre strade. Ne abbiamo parlato con loro.

Bertream Niessen: La cosa che colpisce subito dando un’occhiata al vostro set up è l’impressionante mole di macchine audio utilizzate da Micky Ry. In questi anni dove la tendenza è quella di concentrare tutto sul laptop, è una scelta particolarmente curiosa. In che modo influenza il vostro modo di lavorare? C’è un corrispettivo dal punto di vista video?

Miky: Tutto parte da una forte passione per i led rossi, verdi e le intermittenze. Una struttura musicale precisa e un’idea sonora forte risolve personalmente ogni questione tecnica o di pratica musicale. Proprio per questo la scelta di usare macchine nei live-set è del tutto casuale. Sinceramente ho un ottimo rapporto con i miei strumenti (batterie electroniche, sampler), cooperiamo per realizzare il mio taglio sonoro.

Ape: Anche se ovviamente non è stata una scelta estetica ho notato come l’uso così evidente di macchine, dona al live media una più facile masticabilità da parte del pubblico, abituato per lo più a vedere concerti con strumenti musicali. Inoltre rende più evidente ed umano il movimento del corpo rispetto alla macchine, rispetto ad un più gelido usa del mouse che agli occhi di un pubblico non specifico, può perdere nell’aspetto performativo complessivo. Io ho iniziato con un laptop e con il tempo ho aumentato il numero di macchine che mi porto dietro (mixer, multieffetto video ma anche sitonizzatori tv), questo approccio più hardware mi permette un approccio più fisico alla musica, agli effetti, al mixer etc. Credo che la gran parte dei vj sappia la differenza tra usare un mixer video vero e proprio ad un mixer video simulato da un software in una performace live. Quindi una scelta estetica non calcolata, voglia di smanettare, approccio performativo più fisico, ma non escludo in futuro di realizzare un vjset con un palmare.

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Bertram: Rispetto a molte altre cose che si sentono/vedono in giro, la poetica del vostro lavoro sembra improntata ad un certo minimalismo tecnologico. E’ una scelta consapevole o un prodotto della pratica?

Micky Ry: Sicuramente la struttura portante è techno. Del resto accade anche perché a questa struttura sono particolarmente legato. Un’architettura costantemente munita da particolari che appartengono ad altri generi musicali (rock, minimal, punk, dub, beatz). Il preciso disegno tecnologico così si apre a nuove sperimentazioni. Ad ogni live set accade un diverso scontro sonoro organizzato, studiato e ricercato. La base 4/4 technologica viene disturbata da altre frequenze che minano la precisa struttura della Techno music. Questa è una scelta precisa, istintiva e poetica

Ape: Non so se potrei collocare in una categoria la parte visuale dei nostri set, credo che sia il risultato percettivo di una traduzione e comunicazione con la parte musicale, certo c’è sicuramente una tendenza verso aspetti minimal, techno e tecnologici.

BertramQuanta improvvisazione c’è nel vostro lavoro e quanto conta la liveness? Ovvero: quanto cambierebbe con un plug and play di materiale preregistrato? E quanto è importante (ed a cosa è affidata) l’interazione tra audio e video?

Miky Ry: Da sempre ci siamo affidati all’istinto, al nostro sentire/essere al momento. L’interazione tra audio e video è affidata alle nostre microalterazioni percettive che provocano cambiamenti ad ogni set.

Ape: L’improvvisazione è un aspetto fondamentale del nostro liveset, ed è una pratica che mi affascina e si acquista con il tempo. Io e Miky non abbiamo molte possibilità di provare e questo credo che ci ha donato una buona capacità di improvvisazione partendo da piccole strutture. Abbiamo provato delle trasposizioni in dvd dei nostri liveset in occasioni di mostre ed altro, ma ovviamente il risultato è completamente diverso perché manca appunto l’improvvisazione dettata dal momento, dall’ambiente, dal pubblico, dalle energie, dai flussi. E’ questo che fa si che le stesse clip video acquistano forme diverse in diversi liveset. Un DVD audio/video è un prodotto diverso che risponde ad altre regole. L’interazione audio/video è affidata a noi stessi, alla nostra percezione del suono e dei visuals. Abbiamo sperimentato vari tipi di interfacce per sincronizzare/collegare il suono con l’immagine e viceversa (frequenze audio, MIDI etc.), ma abbiamo riscontrato che la cosa migliore e affidare questa interazione alla nostre percezioni soggettive. In particolari in molti set io e Miky ci interfacciamo in maniera tale che lui è il master ed io lo slave, ma questa connessione è emozionale non hardware o software.

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Bertram: “Vista da fuori” Bari sembra una città con una certa vitalità per quello che riguarda le new media arts, anche se si pone decisamente fuori dai soliti circuiti: l’attività di Neural, il Dialog_Box. E’ davvero così oppure no? E se non è così, cosa comporta essere così lontani dai centri nevralgici?

Ape: Una delle cose che mi piace di più dei liveset e la possibilità di conoscere persone, di confrontarmi, collaborare e condividere con altri l’interesse per interessati alla musica elettronica e alle arti digitali. Per questo mi sposto molto, perché Bari mi da poche possibilità di condivisione. Se fossi a Milano o a Roma immagino potrei almeno vedere più cose o comunque spostarmi più facilmente. Bari ha anche una cattiva posizione geografica. Ci sono delle realtà a Bari, come l’etichetta Minus Habens di Ivan Iusco, la rivista Neural di Alessandro Ludovico con Aurelio Cianciotta, ma credo che di Bari queste realtà hanno solo la locazione geografica.

Miky Ry: Supporto Neural ed iniziative come Dialog Box. Per il resto non mi sento di esprimere parole per qualcosa che non mi appartiene.

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