Se non siete vissuti su in isola deserta negli ultimi vent’anni vi sarà capitato di ascoltare almeno un disco acid house, ovvero un disco in cui il suono portante è un continuo ribollire atonale ora più gommoso, ora più fluido, ora più distorto. Un suono talmente caratteristico che sentito una volta non si scorda più, quello che il giornalista Simon Reynolds nel saggio “GenerazioneBallo/Sballo” definisce come “[…] qualcosa che sta a metà strada tra un gorgoglio fecale e un nevrotico nitrito, tra il ribollire della lava e il ronzio delle note gravi di un digeridoo. […]“.

Quel particolare tipo di suono definito “acido” pare sia stato portato alla luce ufficialmente per la prima volta nel 1985 da un team di giovani produttori/dj di Chicago: Dj Pierre (Nathaniel Pierre Jones), Earl “Spanky” Smith e Herb Jackson in seguito conosciuti come Phuture. Abbiamo detto “portato alla luce” perché come affermato dallo stesso Dj Pierre “il suono acido è nato con la creazione del generatore di bassi sintetici TB-303″, progettato dal giapponese Tadao Kikumoto e prodotto in soli ventimila esemplari dalla Roland tra l’82 e l’84. La piccola scatola argentata era stata progettata per sostituire un bassista in carne ossa in vere band. Ovviamente il suono sintetico e la cervellotica difficoltà di programmazione ne decretarono l’insuccesso commerciale tra i musicisti. A pochi mesi dalla fine della produzione non era difficile reperirla usata per poco più di cento dollari e fu così che l’inesperto Dj Pierre ne acquistò una. L’intento iniziale era quella di utilizzarla come una normale bassline ma, non avendo la più pallida idea di come programmarla Pierre iniziò a giocarci ottenendo quegli acidi gorgoglii mai ascoltati prima. Quel felice incidente di percorso venne registrato su cassetta insieme ad un normale ritmo disco generato da una drum machine TR- 606. Il rudimentale brano venne intitolato “In Your Mind”, con esplicito riferimento al suono “mentale” in esso contenuto. Qualche giorno dopo i giovani aspiranti produttori portarono la cassetta al dj più importante in città: Ron Hardy, resident del leggendario Music Box. Hardy suonò diverse volte il brano nel corso della stessa notte svuotando ripetutamente la pista fino a che non accade la magia e il pubblico impazzì letteralmente. Il culto per quello strano pezzo crebbe settimana dopo settimana e tra i giovani clubbers si faceva un gran parlare della “traccia acida di Ron Hardy”, in quanto quel tipo di sonorità ricordava la trasposizione sonora di un trip di Lsd.

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Se considerate che a quel tempo girava voce, ai confini con la leggenda metropolitana, che l’Lsd fosse la correzione di molte delle bevande servite al Music Box, non è difficile immaginare il motivo per cui il pezzo venne rinominato “Acid Tracks” quando uscì nell’87 per la leggendaria Trax records con l’aiuto alla produzione del già affermato Marshall Jefferson. Ancora oggi Dj Pierre sostiene che nelle sue intenzioni il nome non avesse nulla a che fare con gli acidi lisergici ma piuttosto con l’idea di versione dance del genere acid rock. Paradossalmente da quella prima traccia nacque il genere “acid house”, che soprattutto in Europa ebbe un incredibile successo diventando la prevalente colonna sonora della famigerata “estate dell’amore dell’88″ a Ibiza, dove il consumo di droghe sintetiche era all’ordine del giorno per una buona parte dei frequentatori di club, soprattutto per i britannici. Quell’estate la droga ufficiale dell’acid house divenne l’Mdma comunemente detta ecstasy, provocando non poche ripercussioni sul tessuto sociale britannico, come vedremo. “Acid Tracks” fu la prima di una serie di tracce acid house prodotte a Chicago tra l’87 e l’88, talvolta accompagnate da cantati o campioni vocali ma più spesso basate su infinite variazioni di quel singolo suono dalle capacità psichedeliche. Tra i numerosi produttori che abbracciarono quel tipo di sonorità ricordiamo almeno Adonis (Acid Poke), Mike Dunn (Face The Nation), Tyree (Acid Life), Fast Eddie (Acid Thunder), Armando (Confusion). Dj Pierre e i suoi Phuture furono tra i primi ad abbandonare il genere, prendendo le distanze soprattutto dall’associazione diffusa con le droghe non prima di aver prodotto alcuni capisaldi.

La b-side di Acid Tracks – Your Only Friend – era addirittura un surreale inno anti droga dove a parlare era la voce della droga, “la sola amica” del titolo. In The Creator i Phuture si preoccupavano invece di riaffermare la propria paternità sul suono acid che altri stavano ormai facendo proprio, uno su tutti Adonis, ancora oggi noto come Acid Budda. Il successo underground del suono acid a Chicago divenne mainstream una volta esportato in Inghilterra, grazie ad una serie di fattori tra cui un’iconografia ben precisa associata al genere: l’associazione con le droghe e un controverso rapporto con i media. Dj allora emergenti come Paul Oakenfold e Danny Rampling furono decisivi nella diffusione del genere con la loro residenza allo Shoom di Londra, club che Rampling gestiva insieme alla moglie. Nel gennaio ’88 pubblicizzarono alcune serate utilizzando flyer rappresentanti lo “smiley”, il giallo emoticon sorridente creato da Harvey Ball nel ’63 ed utilizzato ampiamente dal movimento hippie negli anni ’60 e ’70. Da quel momento lo smiley divenne il simbolo dell’acid house e dopo pochi mesi fu un proliferare di t-shirt bianche con lo smiley, alcune con le scritte “Where’s The Acid Party?” o “Thanks God I’m On Ecstasy!”. E’ inutile precisare che quando le t-shirt con lo smiley iniziarono ad essere vendute in Oxford Street, o addirittura nei mercati italiani il movimento era già morente! Dopo aver importato l’acid da Chicago gli inglesi iniziarono a prodursela da soli con risultati dapprima curiosi e via via decisamente interessanti. La prima acid inglese era un semplice plagio, vome dimostra l’ascolto comparato della popolare Acid Man di Jolly Rogers con Shout di Jack Frost (Adonis), uscita un anno prima. Il caso più eclatante fù però il successo pop di We Call It Acieeed di D.Mob che arrivò terzo nelle classifiche inglesi nell’ottobre ’88.

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Il brano non conteneva alcun suono di 303 e il testo pur ripetendo ossessivamente sia le parole ecstasy che “aciiied” negava (mentendo) l’associazione con l’uso di droghe e recitava ambiguamente “acid un fenomeno musicale” e poi ancora “questa è estasi musicale”. Il videoclip era tutto un fiorire di smiley. Ovviamente l’operazione creò un grande scompiglio sulla bacchettona società inglese guidata dalla Tathcher e BBC Radio One fece scomparire il brano dalle playlist ufficiali, pur permettendo ai suoi dj radiofonici di programmare il brano su iniziativa personale. All’inizio dell’89 un sedicenne inglese fu la prima vittima dell’ecstasy associata all’acid house scatenando la prevedibile paranoia mediatica in cui opinionisti ed educatori invitavano i genitori a controllare se i propri figli vestivano smiley e ascoltavano acid. La polizia negò pubblicamente che l’acid house fosse ritenuta un problema ma la caccia alle streghe proseguì. A quel punto dai club l’acid si stava spostando nei rave illegali che sistematicamente iniziarono ad essere chiusi e perseguiti. Una rappresentazione romanzata della “gioventù bruciata” inglese di quel periodo si ha nei racconti “The Acid House” e Trainspotting” dello scrittore Irvine Welsh, poi trasposti in film.

Sarebbe riduttivo però parlare dell’influenza dell’acid house solo sul tessuto sociale giovanile e non citare l’enorme influenza musicale su buona parte della musica inglese che sarebbe stata prodotta da lì in poi. Basti ricordare la scena indie inglese di quel periodo con nomi come Stone Roses, Happy Mondays o Primal Scream, tutti in odore di neo psichedelica acida. Anche band elettroniche da classifica come KLF, The Shamen e Beloved subirono un forte input dall’acid house di Chicago, così come la nascita di nuove etichette che oggi sono vere istituzioni, ad esempio la WARP, nata con il breve movimento bleep che mai sarebbe esistito senza l’acid. Se poi parliamo di una vera e propria scena acid inglese non possiamo non citare almeno i nomi che finirono nelle classifiche ufficiali: A Guy Called Gerald (Voodoo Ray) e 808 State (Let Yourself Go) oltre ai Future Sound of London che allora si facevano chiamare Humanoid (Stakker Humanoid). Tra le bizzarie stilistiche ricordiamo lo skacid, fusione di ska ed acid house con classici come This is Ska di Longsy D’s House Sound oppure Ska Train di Betty Boo in combutta cn The Beatmasters. Anche la musica pop di fine ’80 si adeguò al ciclone acid e non era difficile trovare remix in chiave acid di successi da classifica (Boy George vestiva lo smiley costantemente e la versione 12″ di Like A Prayer di Madonna conteneva fraseggi acidi). L’ex Frankie Goes To Hollywood Paul Rutherford pensò di aver visto il futuro incidendo Get Real, strano miscuglio di synth pop ed acid che, massacrato dalla critica dell’epoca fu un clamoroso flop: riascoltato oggi suona piuttosto interessante tanto che, Ivan Smagghe (Blackstrobe), uno dei porta bandiera dell’attuale revival acid, l’ha inserito nella compilation Death Disco (anche se l’altra sua compila Suck My Decks è decisamente più acid). Non è una novità che da un paio d’anni a questa parte l’acid stia vivendo una nuova giovinezza.

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Tra i nomi più caldi del momento citiamo lo svedese Jesper Dahlbäck in varie uscite sotto diversi nomi tra cui il progetto DK7 ( The Difference, Slipstream, White Shadow) e il progetto DK8 (Murder Was The Bass) e autore dell’ EP acido Sweden 1 Canada 0, in combutta con il cugino canadese John. La trendy Music For Freaks, etichetta di Justin Harris e Luke Solomon ha pubblicato di recente una compilation a tema intitolata Bad Acid, che un buon manifesto della rivisitazione attuale. Anche nomi ormai mainstream dell’attuale scena elettronica non sono immuni dal revival acid, tre nomi a caso: Dj Hell (Let No Man Jack) Lcd Soundsystem (Yeah) e Tiga (Pleasure From The Bass prodotta da Jesper Dahlbäck). Più che ovvio se consideriamo che Everybody Loves A 303, come esplicitava il buon reduce della old school acid Norman Cook aka Fat Boy Slim nel suo brano omonimo del ’95. Quello di Cook non era un revival isolato, bensì la punta di un iceberg perché, é bene ricordarlo, non hanno mai smesso di uscire dischi acid per tutti gli anni ’90.
Se vi è venuta voglia di smanettare con una 303 sappiate che non sarà facile procurarvene una ma se sarete fortunati vi costerà non meno di mille euro (però se siete ancora più fortunati la trovate con la modifica Devilfish, ma questa è un’altra storia). Ma se proprio volete provare l’ebbrezza di creare il vostro viaggio acido allora un buon emulatore software può fare al caso vostro, dimenticatevi il noto Propellerheads Rebirth e buttatevi su
Audio Realism Bass Line 1.5, costa meno di cento euro e gira come vst-i. Che il viaggio abbia inizio!.

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