Nella continua ricerca che ha accompagnato l’esperienza artistica di William S. Borroughs (1914-1997), rientra anche la produzione video-filmica: non in veste di regista, ma di sceneggiatore (oltre che interprete), quasi a sottolineare la sua fondamentale matrice d’appartenenza, la letteratura.

Una matrice che si mantiene nell’approccio anti-narrativo e frammentato, alla ricerca di continue associazioni, e che esplora anche attraverso altri media la tecnica del cut-up, un procedimento di matrice dadaista che consiste nel tagliare e scompaginare messaggi per crearne di nuovi. La tecnica del cut-up viene sviluppata dal pittore e romanziere Brion Gysin, che assieme a Burroughs la sperimenta su diversi media. Per i film, in particolare, Burroughs si avvale anche della collaborazione del regista Antony Balch: il risultato sono una serie di corti e mediometraggi, per la maggior parte realizzati in bianco e nero, spesso utilizzando in un’inesauribile rieditazione di spezzoni degli stessi filmati.

Così Towers Open Fire (del 1963) e The Cut-Ups (del 1966) sono accomunate, oltre che da un montaggio video frenetico, da un audio campionato e ossessivo, dove parole e suoni, così come le immagini, suggeriscono aree semantiche senza definire significati, nè, tantomeno, tracciare linee narrative riconoscibili. Alcune riprese dei primi due corti vengono montate con un ritmo più disteso, in qualche modo “compensato” dall’audio distorto e dall’applicazione di filtri, sovrapposizioni e specularizzazioni, in particolare alle immagini del corpo di Burroughs, in Ghost at No. 9 (1963-72). Un discorso a parte merita infine Bill & Tony (1972), in cui Burroughs e Balch si cimentano in uno scambio d’intentità dai risvolti beckettiani.

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Tutti i film sembrano richiamare stati di percezione alterati da sostanze stupefacenti, in cui ricorrono ossessivamente simboli allusivi di realtà molteplici e profonde: in particolare la Dreamachine (realizzata da Gysin e da Ian Sommerville, simile ad uno stroboscopico zootropio –allusione al cinema- o ad un primitivo calcolatore –allusione al padre di Burroghs, inventore della macchina calcolatrice-), le scritture ideogrammatiche o non occidentali (geroglifici, scrittura cinese e araba), e l’insistenza sul doppio, sulla stratificazione e sul numero quattro. 

Dall’apparente caoticità emerge quell’ “ampliamento della consapevolezza” che, secondo Burroughs, il messaggio letterario e artistico in generale deve trasmettere: il cut-up, come afferma lo stesso autore, si avvicina ai processi della percezione, impossibili da riprodurre a parole, ma riconducibili alla pittura o ai film. Il concetto del doppio e dell’altro da sè, la messa in discussione dell’identità, sembrano minare le “verità” omogeneizzate e l’univocità definitoria su cui si basa il potere costituito. L’insistenza su alfabeti in qualche modo “figurativi”, come fa notare Alessandro Gebbia nella sua introduzione, e sul numero quattro, può ricondurre all’idea del genoma, di quel codice di 4 “lettere” che contiene l’intero messaggio della vita. Una vita dalle molteplici implicazioni, in cui il sogno è una “necessità biologica” e l’arte un mezzo per sondarla.

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The Cut-Ups
1966, UK, 18 minuti 45”, bianco & nero
regia: Antony Balch / sceneggiatura: William S. Burroughs

William Buys a Parrot
1963, USA, 1 minuto 25”, colore
regia: Antony Balch / sceneggiatura: William S. Burroughs

Bill and Tony
1972, UK, 5 minuti 11”, colore
Versione originale inglese con sottotitoli opzionabili in italiano
regia: Antony Balch / sceneggiatura: William S. Burroughs

Towers open fire
1963, UK, 9 minuti 29”, bianco & nero
Versione originale inglese con sottotitoli opzionabili in italiano
regia: Antony Balch / sceneggiatura: William S. Burroughs

Ghost at n°9 (Paris)
1963-1972, UK, 45 minuti 7”, colore e bianco e nero
Versione originale inglese con sottotitoli opzionabili in italiano
regia: Antony Balch / sceneggiatura: William S. Burroughs
Contenuti extra:
Commissioner Of Sewers
Un video ritratto di William S. Burroughs di Klaus Maeck
1991, Germania, 28 minuti 35”, bianco e nero
regia: Klaus Maeck

Thot-Fal’N di Stan Brakhage
1978, USA, 14 minuti, colore
regia: Stan Brakhage

Introduzione di Alessandro Gebbia
(39 minuti 05”)

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