Per chi ha avuto l’occasione di vederli dal vivo non c’è alcun dubbio: gli Ok No sono una delle realtà più fresche e stimolanti del panorama live media italiano, sia per la capacità di coinvolgere il pubblico che per la radicalità della loro poetica. I loro cartoon paranoici, ossessivi ed eleganti sono loop audiovisivi lanciati in oceani di rumore. Ok No nasce a Bologna nel 2001 e in questi pochi anni ha partecipato, tra l’altro, a Cartoombria 2004 (Perugia), Effetto farfalla2004 (Pescara), Italian live-media2004 (Roma) italian live-media contest 2003 (Bologna), Flex2003 (Vienna).

MK: Vedendo il vostro lavoro colpisce subito la particolarità dell’immaginario… quali sono le esperienze artistiche che avete avuto in passato e perché siete approdati al live media?

Ok No: Ok No è un nucleo di quattro elementi. E’ sempre stato di quattro ma uno non era lo stesso. Di quei quattro tre suonano e uno vede in latino. La struttura del quartetto diventa anche terzetto o duo: crediamo nel suono come somma e sottrazione così come crediamo nella collaborazione aperta. Siamo interessati a diverse modalità di espressione e forse per questo ci è voluto poco per capire cosa dovevamo fare, semmai il problema è stato (e continua ad essere) come fare: trasformando il problema in uno stimolo per sperimentare le configurazioni possibili abbiamo trovato una nostra dimensione creativa.

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MK: Mi sono sempre chiesto in che modo gestite l’interazione tra audio e video. Ad esempio: mi pare che alcuni disegni siano sempre correlati ad alcuni suoni… come scegliete gli abbinamenti? C’è un processo fisso di selezione oppure avviene in modalità random?

Ok No: Ci sono sguardi che fermano il tempo mentre a volte la carta rimane a testimonianza, e le partiture sono improbabili schemi aleatori. Alcuni di noi prediligono la politica delle sensazioni, altri l’analisi metalinguistica dei propri strumenti lasciando scoperti difetti e limiti delle apparecchiature analogico-digitali; Ok no è un ossimoro che si sovrappone e si contraddice, nel tentativo di amalgamarsi in un insieme di punti di vista. Le animazioni tentano di creare piccoli aneddoti o atmosfere giocando con le suggestioni musicali, di riflesso le musiche cercano la fusione con le immagini le quali a volte rispondono anche con input sonori instaurando un dialogo aperto e continuamente in divenire.

MK: Quanto è presente l’elemento di liveness nel vostro lavoro? So che lavorate sia sul live media che sulle installazioni video… in che modo vivete questa differenza di contesti di riferimento?

Ok No: L’operazione si basa sullo scambio di inputs tra immagini e suoni e di conseguenza ogni live set si sviluppa secondo logiche proprie e uniche che ci permettono l’adattamento in situazioni diverse, dalle gallerie ai dancefloors. Pur muovendoci nell’etereità del formato il nostro approccio ad ogni evento è fisico e attivo (un’idea che stiamo valutando per il futuro è quella di umanizzare maggiormente i nostri interventi, ad esempio usando le care vecchie ombre cinesi): tutto sommato ruotiamo attorno alla diatriba tra l’uomo e la macchina, ne siamo consapevoli, colpevoli. E come urinatoi moderni ci autoigienizziamo…

MK: A proposito della situazione del live media oggi in Italia… pensate che sia una disciplina che si sta sviluppando autonomamente oppure la vedete come qualcosa ancora legato ad altro, come il vjing o la videoarte?

Ok No: La democraticizzazione delle risorse tecnologiche ha come logica conseguenza l’incremento del numero di coloro che le utilizzano a scopo di espressione. Non siamo in grado di (e non vogliamo) giudicare la situazione generale in quanto non abbiamo una chiara conoscenza del fenomeno ma pensiamo che spesso la difficoltà maggiore stia nel saper conciliare il miglioramento del livello tecnologico-qualitativo con un adeguato lavoro di elaborazione concettuale. Si stanno aprendo continuamente nuovi scenari e nuove possibilità, e con esse nuove definizioni: il confine tra generi ci appare abbastanza labile e proprio per questo il segreto è portare sempre con se’ una macchina da cucire.


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