La protagonista indiscussa della scena performativa internazionale ci onora ancora una volta della sua presenza in Italia, dopo la Performance Session dello scorso anno al Teatro Palladium di Roma in cui l’abbiamo lasciata sospesa in aria, a petto nudo con due pitoni in mano nella sua The Biography Remix, adesso è Napoli con il suo calore che la adotta e la omaggia.

La personale che sarà aperta al pubblico fino al 19 febbraio alla Galleria Lia Mummia ci riporta indietro nel tempo, in quel “Cleaning the Mirror” che ha fatto scandalo nel 1995 alla Sean Gallery di New York, aprendo le porte alla preparazione fisica e spirituale dell’artista prima di ogni azione performativa. Per la performer è fondamentale far esplodere la sua spiritualità interiore, recuperare le sue radici affettive anche attraverso il contatto con gli oggetti e la materia che diventeranno il respiro vivo della sua creatività. Voglio ricordare, per principio indispensabile della sua storia artistica, che nel lontano 1975 il Musée d’Art Moderne de la Ville di Parigi respinse la proposta di una sua performance per la presenza d’acqua nella stessa installazione, e molte altre istituzioni le hanno voltato le spalle ai primordi.

Già da questi “fallimenti” si esaltano alcuni elementi che ricorrono nel suo lavoro sino ad oggi; il corpo nudo, una nuova percezione telematica ed identificativa con la sua carne e la sua esistenza, il trasmettere sentimenti che affondano dalle sue origini e si allontanano verso il futuro. Intorno agli anni ottanta l’artista dell’ex Yugoslavia si concentra sui materiali, soprattutto pietre, come se per ciascuna materia cercasse la chiave per riuscire ad aprirla e confessarla. Non rinnega il passato body art quando con il suo stesso sangue si disegnò stelle sul ventre, né il suo passato performativo con Ulay, suo compagno per molti anni, al quale si ispirò nell’opera lungo la Grande Muraglia, per dimenticarlo e per poter di nuovo volare.

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Veniamo ad oggi. Cleannig the Mirror è il titolo di una serie di video-performance, nate nel 1995, nella quale l’artista si rapporta con lo scheletro umano. Il riferimento alla morte è esplicito, come è chiaro il far divenire lo scheletro il doppio di sé. A più riprese Abramovic ha utilizzato lo scheletro come simbolo universalmente conosciuto, realizzando azioni che rappresentano un “memento mori” capace di evocare la danze macabre medioevali, le vanitas seicentesche e, più in generale, i riti riguardanti il rapporto tra la vita e la morte. In occasione dell’attuale mostra l’artista teatralizzerà ancora una volta il tema della complementarietà e del rispecchiamento tra la vita (Abramovic) e la morte (lo scheletro), attraverso un’azione in cui il corpo, inteso come veicolo di energia, vivrà in questo confronto diretto.

In Cleanig the Mirror vediamo Marina, armata di spazzola e acqua saponata che pulisce energicamente il suo Specchio, il suo Doppio, seguendone con le dita i contorni, indagandone i vuoti. L’azione è ripresa in tempo reale da diverse telecamere che inquadrano parti del corpo divise in sezioni, e anche il suono ha una parte fondamentale: il rumore della spazzola, il ritmo del respiro e della fatica, lo scricchiolare delle ossa per circa tre ore di performance live. Il segreto fondamentale di questa opera ha origine ad Amsterdam, luogo dove l’artista vive per molti anni e si confronta sia con la tradizione olandese dell’arte figurativa, sia con l’operare artistico di Sterbak. Da qui, i temi dello specchio, della natura morta e della Vanitas sono all’origine dell’invenzione del quadro.

In Cleaning the Mirror II l’artista questa volta è distesa nuda insieme allo scheletro, un duetto erotico dell’incontro fra vita e morte, un faccia a faccia con lo scheletro che arriva ad essere perturbante e attraente. Si muovono entrambi con il ritmo del respiro dell’artista, un rituale lento e addirittura sensuale oserei dire, un incontro fra carne ed ossa che sembra sciogliersi lentamente, un toccarsi leggero durante un sonno profondo; una simulazione che è struggentemente erotica. L’ansimare ritmico del respiro, l’abbandono dei muscoli facciali, c’è tutta una preparazione minuziosa dietro questo evento fino al cambiare lentamente la posizione del collo o della testa. Ancora una volta da questa performance si capisce come il sentimento della vita scaturisca proprio dal confronto fondamentale con la morte e ribadisce la necessità di affrontare l’esistenza con consapevole pienezza e con vitale energia.

Alla Galleria Lia Rumma verranno esposte inoltre una serie di fotografie realizzate in occasione del ritorno di Marina Abramovic a Belgrado nel 2003 dopo più di vent’anni di assenza. Alcune di queste fanno riferimento alla figura leggendaria di Tesla, scienziato balcanico del XIX secolo al quale si attribuisce la frase “la scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità” e a cui la città di Belgrado ha dedicato un museo.

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In Count on us, chorus invece l’artista “protetta” da uno scheletro, dirige un coro di bambini vestiti di nero che cantano l’inno dell’ONU, mentre in Count on us, star viene riproposta una nuova versione di una delle sue primissime performance: l’artista è circondata da bambini che con i loro corpi formano una stella a cinque punte nere: la stella del futuro incerto. Il Count on us, star (il conteggio su di noi, stella) stabilisce uno sviluppo coerente e holistic delle prestazioni del corpo che agganciano il visore intertwining il simbolo universale con la descrizione personale, il processo del corpo, la collaborazione e la prova dei limiti fisici. I simboli centrali sono essenziali alla mitologia contemporanea contenuta nella descrizione: lo scheletro, rappresentando morte e rebirth; il pentacle, un’immagine per Venus; corrente elettrica indicando coscienza universale; e il corpo dell’artista del visionario come catalizzatore al processo di trasformazione.

Il passaggio comincia con un self-portrait nude adagiantesi della Abramovic, schermato da uno scheletro. La trasformazione di questa polarità di life/death viene con la relativa proiezione nel centro di una stella umana formata dai corpi dei bambini. L’artista gioca al conduttore ad un choir dei bambini su una fase di sbriciolatura che rappresenta il deperimento. Vestito nel nero, le loro bocche aperte che formano un’unità dello spirito dalle loro condizioni separate di dolore, è speranza in seguito al loro corpo collettivo. Qui l’artista comprende un ruolo doppio, sia da accompagnatore che da imbroglione dell’anima.

Luogo: Napoli – Galleria Lia Rumma
Via Vannella Gaetani, 12 – Napoli
Periodo: dal 19 Dicembre 2004 al 19 Febbraio 2005-01-21
Orari: dal mercoledì al venerdì dalle ore 16,30 alle ore 19,30; gli altri giorni su appuntamento
Info: tel. +39 081 7643619 – fax +39 081 7644213

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