«Le mie composizioni sonore non sono tanto focalizzate sull’andare da A a B quanto piuttosto sul creare degli spazi e delle architetture sonore statiche, luoghi in cui entrare e da esplorare acusticamente, come dei veri e propri palazzi.» Zimoun

L’artista svizzero Zimoun si definisce lui stesso un autodidatta. Come metterà in chiaro in una delle risposte di questa intervista, non ha studiato arte, non ha un background solido da questo punto di vista e tantomento ha mai pensato di confrontarsi con le avanguardie o i movimenti artistici che lo hanno preceduto. Come cercherò di mettere in evidenza in questo articolo, è al contempo uno degli artisti contemporanei più interessanti e visionari.

Unico nel panorama internazionale della sound art per la sua ricerca sulle potenzialità espressive del suono analogico (meccanico) nel rapporto con lo spazio, nonchè nell’analisi estetica di una possibile traduzione visiva del meccanismo sonoro che sottende le sue opere.

Vincitore della menzione d’onore al Prix Ars Electronics 2010 nella categoria sound art e fondatore insieme a Marc Beekhuis della Lerraum, una delle label (cd e dvd) e dei network internazionali (eventi, conferenze, mostre) più dinamici, che riunisce artisti che lavorano con elementi audiovisivi sul crinale arte-scienza, Zimoun è un artista di difficile definizione e altrettanto complessa categorizzazione. Se di categorie poi vogliamo parlare, processo che appare sterile ogni giorno di più e che nel suo caso appare quasi come un’esercizio limitante per descrivere la complessità del suo lavoro.

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Le sue installazioni sonore sono infatti bellissimi sistemi complessi, composti da unità meccaniche motorizzate, organizzati secondo rigidissime regole progettuali e matrici espositive: vivaci organismi viventi in grado di abitare lo spazio in cui vengono allestiti per mezzo di un sottile e mai banale rapporto tra suono e volumetria circostante.

Uno studio attento sulla potenzialità compositiva della sovrapposizione sonora prodotta dai specifici materiali usati, nonchè un forte elemento di ironia nella cinetica dei suoi meccanismi, che quasi cercano l’attenzione dello spettatore nella loro ansia performativa, sono ulteriori spunti di analisi e di riflessione per coloro che hanno la fortuna di fare esperienza con i suoi lavori. E naturalmente per tutti quelli che, fuori dalle rotte commericiali della geocultura contemporanea di ricerca, hanno modo di vederle e di goderne solo grazie alla rete (su Vimeo trovate tutti i suoi lavori, partendo da: http://www.vimeo.com/7235817).

Composte volontariamente senza un titolo e descritte al pubblico solo sulla base delle componenti meccaniche e dei materiali che le compongono, le sculture cinetiche di Zimoun richiedono forse, come suggerito dall’autore stesso alla fine della nostra chiacchierata, uno sforzo di immaginazione da parte dello spettatore, che agisce in modo soggettivo sul completamento dell’opera stessa.

Tutti elementi, quelli descritti, già noti da tempo nel mondo dell’arte, ma che nell’opera di Zimoun appaiono attualizzati rispetto alla cultura contemporanea del suono come processo. Come traduzione estetica di una tecnologia sempre più piccola, miniaturizzata e chiusa a livello espressivo all’interno di sistemi complessi che altresì esplodono come somma dei singoli elementi espressivi.

Ma citare a Zimoun le esperienze del Costruttivismo e della Bauhaus, del concetto di riproducibilità nell’Arte Programmata o le Macchine Inutili di Munari o Tinguely ha poco senso, per ciò che abbiamo detto all’inizio: Zimoun è un autodidatta, si muove per istinto, non ha riferimenti. E questa libertà, è a mio avviso, è forse la sua vera cifra artistica…

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Marco Mancuso: Partirei dal prinicipio. Quale è la tua preparazione, il tuo background e come sei arrivato alla tua attuale ricerca artistica? Dicci qualcosa di te e ovviamente dell’etichetta Leerraum che hai fondato.

Zimoun: Beh, sin da piccolo ho avuto un grande interesse nell’esplorare i rumori, suonare strumenti e a creare elementi che si potessero sommare ad altre opere visive, come dipinti, fumetti, fotografie, ecc. Quindi, sin dalla tenera età, sono stato affascinato e in qualche modo ossessionato dall’attività in questi ambiti: suono, musica e progetti visivi. Ora, attraverso le mie sculture e le mie installazioni sonore, molti di questi interessi si sono uniti. Leerraum funziona un po’ come un’etichetta e un centro di connessione di artisti, una piattaforma di scambio creativo tra coloro che esplorano forme e strutture che si basano su principi di riduzione e su un impiego attento ma radicale dei materiali.

Ho fondato Leerraum nel 2003 assieme al graphic designer Marc Beekhuis. Nella label si fondono diversi interessi. Da un lato, il progetto cerca di promuovere una rete di persone che lavorano in campi concomitanti, con concetti affini e attitudini simili. Ad esempio, ci può essere un campo di interesse comune per un architetto, un musicista e un artista che lavora con le installazioni. Dall’altro il progetto promuove anche punti di vista diversi, procedimenti diversi per arrivare a delle soluzioni.

Quindi, l’auspicio è quello di riuscire a creare un gruppo di lavoro per scambiare punti di vista, conoscenze, informazioni e idee in senso ampio. Inoltre, si tratta anche di una piattaforma curatoriale e di un archivio (materiale e digitale) per piccoli oggetti, idee e realizzazioni.

Marco Mancuso: Nei tuoi lavori, sono chiari alcuni rimandi al movimento dell’Arte Cinetica e Programmata, all’idea di molteplicità e riproducibilità, alle macchine giocose di Munari e di Tinguely, fino ai sogni futuristi e costruttivisti legati all’uso poetico delle macchine e dei materiali di uso quotidiano. In altre parole, ciò che mi colpisce è la tua appartenenza a un percorso artistico chiaro: partendo cioè da queste esperienze avanguardiste, stai sviluppando un percorso di analisi molto interessante, con l’impiego di tecnologie moderne e rimandi al mondo tecnologico (industrializzato) contemporaneo. Cosa ne pensi?

Zimoun: Beh, ad essere sincero non ho mai riflettuto davvero sul mio lavoro, e non ho mai deciso niente nell’ambito di un contesto storico specifico. La mia conoscenza della storia dell’arte non è ampia e non ho mai studiato arte. Sono un autodidatta e il mio lavoro cresce soprattutto attraverso il processo creativo stesso. Sono influenzato e ispirato dal presente, il mondo e l’universo in cui vivo tutti i giorni. Sono tantissime le cose che mi affascinano, mi ispirano e mi attivano.

La bellezza e la complessità della natura, con i suoi sistemi e le sue funzioni, il caos e l’ordine. Ma anche la meccanica, gli strumenti, gli esseri umani, la scienza, le fabbriche, l’individualità, gli insetti, i cervelli e le idee, le soluzioni, la semplicità, il nuotare in un fiume, l’attività, i materiali, la buona cucina, l’artificio, l’umorismo, l’assurdità, l’architettura e lo spazio, la filosofia, il non fare niente… potrebbe essere una lista infinita.

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Marco Mancuso: Sembra che tu abbia un approccio voyeuristico nel tuo lavoro. Così come in molto design si tende ormai a mostrare (piuttosto che nascondere) le connessioni, i cavi, le tecnologie che stanno dietro alcuni processi e le macchine che li permettono, anche tu lavori molto sull’esposizione e sulla messa in scena di micro-meccanismi, di componenti meccanicizzate, nonchè delle caratteristiche proprie di ogni materiale che sottendono le tue opere e le tue installazioni.

Quale credi che sia la relazione, la connessione emotiva, tra te (o le tue creazioni) e il pubblico di fronte ad esse? Credi che si crei una forma di feedback sensoriale, una specie di rimando emotivo, una qualche sorta di rapimento? E, se è così, come ti relazioni con questa dinamica?

Zimoun: La riduzione nelle mie opere fa concentrare il pubblico presente su ciò che c’è. Si ascolta quello che si vede. Quindi la relazione tra materiali, movimenti e suoni è evidente. Mi interessano la semplicità, la chiarezza, l’immediatezza. Nelle mie installazioni mi propongo di mettere insieme, in un’unica essenza, elementi visivi, sonori e spaziali. Quello che cerco è un impiego attento, ma radicale, dei materiali.

Cerco di prestare attenzione alle piccole cose, per condensare materiali e concetti nei loro elementi essenziali. Attraverso questa riduzione le opere possono rimanere astratte, come una sorta di codice o di sistema che sta dietro qualcosa; ma allo stesso tempo si aprono a un ampio campo di connessioni, punti di vista, associazioni e interpretazioni.

Marco Mancuso: Tu fai grande uso di plastica, polimeri, cartoncini e materiali di acciaio, lavorando allo stesso tempo con cavi, motori, aria compressa, ventilatori, griglie, pendoli e sfere. Mi chiedo quali siano le caratteristiche specifiche che ti ispirano di ogni materiale: scegli un materiale per la sue potenzialità estetiche o forse per le sue caratteristiche e i suoi comportamenti?

Zimoun:Nella maggior parte dei casi si tratta di una combinazione di entrambe le cose. Le funzioni e le caratteristiche, ma anche il materiale di per sè stesso. All’inizio ci può essere un’idea su un suono o un movimento, una visione dello spazio, un interesse per un comportamento o per un sistema, un’attrazione verso un specifico materiale.

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Marco Mancuso: È chiarissimo che presti molta attenzione all’impatto estetico delle tue opere. Un’operazione precisa e dettagliata di pulizia chirurgica da tutti i dettagli non necessari, alla ricerca di una rappresentazione minimale ed asettica delle singole opere. I tuoi lavori rimandano a un’immagine laboratoriale, clinica, una specie di mondo parallelo fatto di meccanismi e comportamenti precisi e prestabiliti a cui le macchine si prestano….

Zimoun: Beh, non c’è un’aspettativa specifica, da parte mia, su come considerare la mia arte e apprezzo punti di vista, connessioni, associazioni ed interpretazioni diverse. Io stesso la vedo in molti modi distinti e la mia creatività si basa sull’incontro di molti interessi diversi. Mi posso dire soddisfatto se l’ascoltatore/spettatore è in grado di essere ispirato – in un certo senso attivato – dalle opere e se comincia a fare le proprie congetture, associazioni e scoperte su livelli diversi, individuali.

La soggettività è molto interessante. In questo modo anche lo spettatore comincia ad avere un ruolo importante e creativo e il tanto rimuginare sulle opere mostra un’attività di interesse individuale. Come creatore di un’opera, posso facilitare questo processo dando libertà allo spettatore, non spiegando concretamente le idee. E anche mantenendo i titoli delle opere molto tecnici, citando solo i materiali utilizzati.

Marco Mancuso:Parlando ancora delle tue opere, si può notare chiaramente una sorta di ossessione per l’idea di matrice. Molti (non tutti) tuoi lavori riproducono l’idea di una matrice. Matrici sono le opere nel loro complesso, matrici esistono dentro le opere stesse o addirittura le opere vengono inserite in vere e proprie matrici che fungono da cornici. La matrice è una formula matematica, una ripetizione di modelli che ancora una volta ricorda il processo computazionale. Potresti parlarmi un po’ di più dell’idea che sta dietro l’utilizzo di questo elemento strutturale?

Zimoun: L’ordine, la matrice, è spesso la situazione tecnica, il sistema, l’allestimento. Ma poi il caos e l’individualità possono emergere da queste attività. Dal comportamento individuale della singola parte, molteplici elementi acquisiscono così rilevanza. È l’interazione tra la massa e l’individuo, l’ordine e il caos, l’artificio e la natura. È come esaminare allo stesso tempo semplicità e complessità. Potrebbe sembrare una dicotomia, ma questi sono in realtà elementi molto vicini tra loro.

È come esplorare l’infinito: lo si può fare ingrandendo sempre più le aree di interesse, ma anche diminuendole sempre più. In entrambi i casi non si arriva mai alla fine. Esplorare la complessità basandosi su sistemi semplici, in qualche modo mi aiuta ad avvicinarmici un po’ di più. Altrimenti avrei fatto tutta questa fatica per niente (ride).

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Marco Mancuso: L’idea della ripetizione, della sequenza algoritmica, della distribuzione regolare nello spazio è funzionale alla tua ricerca audiovisiva. Il lavoro sul suono e sull’aspetto visivo dei comportamenti di cavi, tubi, sfere suggerisce l’idra di un lavoro progettato, quasi “composto”. Anche la scelta di certi materiali sembra funzionale a un risultato e un funzionamento audiovisivo. Come lavori sulla struttura compositiva delle tue opere?

Zimoun: Le mie opere, in genere, non si pongono l’obiettivo di ottenere B da A, ma piuttosto di creare architetture sonore che possano essere esplorate acusticamente al loro interno, come un edificio. L’attenzione sta sulla diaspora tra vuoto, densità, spazio, struttura, interfaccia, staticità ed equilibrio. Sono interessato ad una combinazione selezionata di strutture viventi che vengano generate o che si evolvano senza sosta, per caso o per reazioni a catena, in uno spazio delimitato e controllato che permetta che questi eventi si verifichino.

Manifesto le mie intenzioni attraverso un deliberato contenimento e un monitoraggio attento. Quindi non sono preoccupato dai fattori di rischio e non mi preoccupo nemmeno di come sistemi generativi possano arrivare a risultati inaspettati: mi concentro piuttosto sulla possibilità di far acquisire alle mie opere un maggiore livello di dinamicità. Questa dinamicità cresce al di là dei sistemi generativi e del comportamento specifico dei materiali.

Marco Mancuso: La ripetizione dà anche una forte idea di “tempo”. Come ti relazioni con questo elemento, il tempo intendo. Il tempo delle tue opere d’arte, il tempo di ogni singolo meccanismo che vi sta dietro, il tempo del pubblico di fronte ad esse…

Zimoun: Più che altro creo situazioni, architetture, spazi statici. Ognuna di esse sarà composta da micro-strutture interne che, sebbene si modificano nel tempo, creano nel complesso sempre la stessa situazione. Come un campo con un gregge di pecore: succedono tante cose, non è mai lo stesso e cambia in continuazione. Ma anche dopo cinque giorni rimane sempre lo stesso campo, con lo stesso gregge di pecore. Forse una si è ammalata, oppure ne è nata un’altra. Probabilmente c’è meno erba, dopo un po’. Quindi, il tempo è un po’ come uno strumento per rendersi conto del progresso, delle attività e delle strutture; ma anche per dare spazio al processo complessivo e ai suoi microeventi.

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Marco Mancuso: Questa idea di ripetizione, di struttura parametrica, di distribuzione frattale di una singola micro-forma di partenza, mi ricorda processi di crescita spontanea tipici del mondo naturale che ci circonda e dei fenomeni energetici che lo sottendono. In altri termini, come lavori sul passaggio di scala da una microstruttura a una macrostruttura?

Zimoun: Ci posso lavorare in entrambi i sensi: partendo cioè da un singolo piccolo elemento, ma anche dalla visione generale di uno spazio attivato. In genere è un mix di diverse cose. Ad esempio, il lavoro spesso comincia con un determinato spazio in cui sono invitato a presentare le mie opere. Rifletto sulle varie possibilità, su come lavorare con lo spazio in questione, come usarlo, proprio come se fosse un corpo, che tipo di opera ha senso in relazione a quello spazio. Allo stesso tempo ci sono idee che aspettano il loro turno in sala d’attesa. Per esempio, lavorare con uno specifico materiale o con un determinato tipo di motore preparato o forse con un certo movimento fisico, un suono, un comportamento.

Spesso mi ronzano per la testa molte idee contemporaneamente e da queste comincio a individuare, uno per uno, ogni piccolo elemento che mi sembra interessante in relazione alla situazione o allo spazio. Poi comincio a fare esperimenti e prototipi. Con i test fisici le cose cominciano poi a diventare più concrete e comprensibili, comincio a vedere che cosa potrebbe funzionare e dove si nascondono i problemi. In genere sono necessarie molte fasi di prototipazione: ogni fase è indispensabile per arrivare alla successiva e per ottimizzare la resa.

Con questo metodo, a volte, si arriva a risultati completamente inaspettati che possono addirittura influenzare l’intero processo. Una volta che il prototipo soddisfa i miei criteri, comincio a calcolare di quanti elementi ho bisogno per lavorare e inizio a perfezionare e a ottimizzare tutti gli aspetti spaziali.

Marco Mancuso: Pensi che ci sia, nelle tue opere, una metafora estetica/concettuale tra il movimento di un meccanismo e l’universo animale/naturale ad esso connesso?

Zimoun: Sì, senza dubbio. Nelle mie opere c’è una sorta di esplorazione della bellezza della natura. Anche se a un livello chiaramente primitivo, se paragonato alla natura stessa. Si tratta più di associazioni e astrazioni, piuttosto che della ricostruzione di qualcosa. Forse simile a un dipinto astratto della natura. L’associazione, il processo che si verifica in ogni cervello, le attivazioni individuali, sono tutti elementi che completano le mi opere a livello soggettivo.

Cerco quindi di realizzare sistemi meccanici semplici, che consentano la crescita di meccanismi complessi per quanto riguarda il suono o il movimento. Elementi meccanici semplici che permettano il funzionamento di qualcosa di “vivente”, generando e scomponendo modelli, strutture e forme. In alcune opere ogni singolo elemento può fare tutto da solo, in altre il funzionamento ha bisogno della massa, della moltiplicazione e dell’interpolazione di molti suoni e movimenti.

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Marco Mancuso: Questo costante rimando al mondo animale/naturale non è privo di ironia. Questa sensazione di autonomia iper-cinetica, di funzionamento “intelligente” dei vari meccanismi, ha un impatto fortemente poetico e stravagante. Non credi?

Zimoun: He he he… certo! È bello vedere come ti accendi con le mie opere. È stato un piacere, Marco!


http://zimoun.ch/

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