Parlare di progetto e architettura con Matias Del Campo (una delle due metà dello studio SPAN Architects, insieme a Sandra Manninger) apre la mente verso inattese miscellanee di tecnologia e romanticismo.

Ci si rende rapidamente conto che per chi come gli SPAN ragiona su nuovi paradigmi che si raccontano tramite produzione materiali, che si tratti di architettura o di altro, ha a che fare con un mondo di tecnologia e sentimento che necessita ancora di essere sviscerato, interrogato e spiegato dato che, usando le parole di Del Campo, non si è che grattata appena la superficie della cosa. Come dire che tutto è ancora da intuire, scoprire e dire.

Partiamo da principio: conversare con un architetto come Del Campo significa interrogare chi vuole rappresentare l’innovazione in termini spaziali senza accontentarsi di inventare o seguire uno stile, ma piuttosto costruendo una visione epistemologica fatta di pratiche e procedure basate sulle nuove consapevolezze di cui, tramite la tecnologia e la scienza, siamo via via sempre più padroni.

I risultati, viene fuori, non sono uno sforzo formale, o meglio, lo sono ma solo come conseguenza (verrebbe da dire quasi fortuita) di un connubio di tentativi evolutivi innestati su procedure progettuali molto rigide che implicano un approccio al software che va al di là dello strumento, per lasciar posto all’ecologia digitale del pensiero: una conquista che ripudia il tecno-entusiasmo e apre le porte a qualcosa che sa davvero di solidità futura.

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Quel che si prospetta è un ambiente dove affezione, ossessione, opulenza e romanticismo e sono gli output di una progettazione avanzata che mette insieme comportamenti biologici, pressione ambientale e rigide procedure di computational design.

La ricerca di SPAN Architects ci svela come si possa andare al di là del beautiful data, per inseguire quello che mi sembra giusto battezzare come voluptuous data, una coagulazione di numeri, algoritmi, procedure e programmi che utilizzano le forze della natura più rigogliosa e, passando attraverso il calcolo di un processore multicore, le affacciano al desiderio umano.

Sabina Barcucci: Partiamo considerando il design come una risposta a un problema. Attualmente si fa un larghissimo uso di questa definizione, applicata ad ambiti disciplinari che soltanto dieci anni fa non sarebbero stati concepibili. Il design si configura quindi come un set di strumenti e metodologie al servizio delle problematiche della società la quale, anche per mezzo di esso, può ulteriormente complessificarsi. Ciò produce soluzioni ma innesca anche nuove problematiche, in un circolo virtuoso / vizioso apparentemente perpetuo. Come ritieni che l’architettura si collochi rispetto a questo processo?

Matias Del Campo: E’ vero che, attraverso un massiccio indottrinamento, nel ventesimo secolo il termine “design” è stato un sostantivo sospetto in architettura e in una certa misura lo è ancora adesso. Peraltro, mettendo a nudo il termine, esso descrive le caratteristiche di un oggetto che ha un funzionamento non ambiguo rispetto a un insieme di regole stabilite per adempiere a un programma. Nel caso dell’architettura, il design svolge un ruolo cruciale riguardo al funzionamento del corpo architettonico.

Le forze che danno la forma al design sono una miriade: pressione ambientale, programmi, restrizioni legate ai materiali, ricettività verso il contesto e via dicendo. In ultima battuta, è sicuramente anche la sensibilità individuale del designer che crea lo stimolo spaziale e visuale generati dal design architettonico.

A ben vedere, questo può significare che ogni processo che possa essere frammentato in specifiche routine riconducibili ad un intricato, elaborato ed intrinsecamente connesso network di relazioni possa essere descritto come design. Non sono peraltro del tutto convinto che questo descriva poi una maggiore complessità nella società contemporanea. Al contrario, la complessità non emerge in quanto tale, ma lascia piuttosto lo spazio a sistema di comportamenti che seguono set di regole semplici, alla fine in grado di dare forma a una condizione spazialmente, socialmente e graficamente, come tu dici, molto articolata.

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Sabina Barcucci: Il lavoro di SPAN Architects si distingue, tra le altre cose, per una brillante investigazione formale e tecnologica su geometrie complesse, morfogenesi, superfici continue, ambienti reattivi. A tutto questo, accompagna una importante ricerca sui materiali tecnologicamente avanzati, sulla fabbricazione digitale e sulle architetture sensibili. Rispetto all’attuale livello di complessità della società in cui viviamo, dove vuole portarci l’architettura di SPAN e qual’è la problematica principale che si propone di risolvere?

Matias Del Campo: Uno dei nostri obiettivi principali è di non rendere le cose più complesse quanto piuttosto sforzarci per soluzioni reattive ad uno specifico set di problemi. Al cuore delle nostre intenzioni progettuali c’è una procedura veramente rigorosa e predefinita che ci guida ad arrivare il più vicino possibile al design task facendo anche in modo che la soluzione echeggi l’intenzione progettuale. L’uso di tecniche di progettazione computazione è stata una delle caratterizzazioni principali del nostro studio sin dalla sua fondazione, ancora prima che nel nostro lavoro individuale.

Le tecniche generative all’interno del nostro processo progettuale ci hanno permesso di produrre molteplici risultati per ogni passaggio progettuale, dando vita a genealogie di progetti che talvolta ci stupiscono con i loro risultati efficienti, performativi o talvolta semplicemente esteticamente appaganti. Come nell’evoluzione naturale l’ottimizzazione non esiste, è il cambiamento a seguito della pressione ambientale a fungere da banco di prova per la sopravvivenza.

La nostra ossessione per le tecnologie costruttive contemporanee, così come la curiosità per l’innovazione nel mondo dei materiali, accendono idee verso le opportunità e loro possibili implementazioni, attraverso il nostro lavoro di progettazione.

Siamo alla ricerca di occasioni e banchi di prova per capire come possiamo implementare le osservazioni all’interno dei flussi dei progetti nel nostro ufficio. Come un processore multi-core, noi proviamo a legare una varietà di spunti che partono dalle idee sulla geometria, matematica, comportamenti biologici, programmi e condizioni materiali per fonderli in una definizione architettonica. Tutti queste spinte per soluzioni architettoniche articolate costituiscono condizioni spaziali intensive e in costante divenire.

E’ una maniera che riecheggia una visione romantica dell’architettura, dove complessità, ornamento, affezione ed effetti cromatici generano un’organizzazione rigogliosa e opulenta in materia di spazio…. oppure questo è solo il nostro desiderio di romanticismo.

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Sabina Barcucci: Ti vorrei chiedere di parlarci del contesto culturale in cui nasce SPAN Architects, l’Austria. Quali sono le condizioni storiche recenti, le attuali energie in atto e le istituzioni che muovono il fermento culturale che caratterizza il mondo dell’architettura e della ricerca nel design avanzato?

Matias Del Campo: Concordo col descrivere Vienna come un contesto culturale proattivo. Nelle mie lectures amo sottolineare la grande influenza che in generale Vienna ha avuto nella mia comprensione dell’architettura. E non solo in termini di architettura contemporanea. Soltanto recentemente ho realizzato quanto per lo sviluppo della mia personale visione dell’opulenza in architettura è stata chiave la trama storica di questa città. A Vienna tutto è a portata di mano: gotico, barocco, Historism, Jugendstil, avanguardie del ventesimo secolo. Soltanto il ventunesimo secolo rimane assente.

Tutti questi elementi scatenano le nostre menti, spingendoci a perseverare nel nostro design e nelle nostre esplorazioni. Questo ricco brodo cuoce all’interno del nostro ufficio e nella formazione di approcci architettonici avanzati, insaporito con la discendenza dall’architettura viennese.

A partire all’incirca dagli ultimi quindici anni c’è stato un importante cambiamento rispetto a come la scena pubblica austriaca considera i giovani architetti. La fiducia in giovani strutture è enormemente aumentata, innescata da fenomeni come Propeller Z e Delugan-Meissil, fenomeni che, in ultima battuta, hanno anche convinto la giuria per il progetto dell’Expo a dare fiducia a noi e al nostro partner Arkan Zeytinoglu con il padiglione per l’Expo.

Nondimeno, rimane una decisione coraggiosa della giuria quella di commissionare a una struttura di architetti così giovane il prestigioso lavoro di costruire la rappresentanza dell’Austria all’Expo mondiale Shanghai 2010. I funzionari austriaci sono decisamente consapevoli del valore culturale di arte, architettura e design come di una hit da esportare.

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Sabina Barcucci: So che stai facendo un PhD. Ci racconteresti il tuo lavoro?

Matias Del Campo: Ecco, per il momento non vorrei svelare la chiave della mia tesi di dottorato; in ogni caso quello che posso dirti è che alcuni dei papers che abbiamo pubblicato negli ultimi due anni in diverse conferenze, come il Design Modelling Symposium di Berlino e l’ACADIA Conference, formano il frame teorico della tesi. Uno di questi papers, per esempio, era intitolato “Sense and Advanced Sensibility” ed aveva a che fare con la relazione tra sentimento, ossessione e tecniche di progettazione avanzata, tracciando una discendenza tra la presenza di rigore geometrico nell’architettura barocca, l’opulenta condizione spaziale risultante e l’interesse emergente per circostanze geometriche esotiche nell’architettura contemporanea.

In un certo qual modo sono veramente interessato a capire le implicazioni culturali delle tensioni architettoniche contemporanee e di capire i cambiamenti paradigmatici in architettura, non solo a livello materiale o costruttivo, ma anche nei termini del suo impatto sull’evoluzione architettonica in senso ampio.

Ci sono indicatori che supportano la tesi che l’architettura stia esplorando, con tecniche contemporanee, organizzazioni ondulatorie e opulente in materia di spazio, connotate da nozioni romantiche in grado di generare affezioni nell’osservatore o utente del rispettivo design. Questa affezione è indipendente dalla scala del progetto, pertanto l’approccio teorico può essere usato per generare soluzioni alla scala del product design così come a quella architettonica fino a quella urbana.

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Sabina Barcucci: SPAN Architects ha recentemente vinto il primo premio al concorso per il Nuovo Museo Brancusi a Parigi. Il progetto condivide il lotto con il Beaubourg, uno delle icone architettoniche più di rottura del ventesimo secolo. Quando Rogers ricevette il Premio Pritzker nel 2007, la giuria a proposito del Centre Pompidou disse che “ha rivoluzionato il concetto di museo, trasformando, ciò che era stato una volta un monumento elitario, in un luogo popolare di scambio culturale e sociale cucito nel cuore della città”. Come si relaziona il progetto del Nuovo Museo Brancusi con queste importanti caratteristiche?

Matias Del Campo:Dunque, da una parte la nostra proposta per il Nuovo Museo Brancusi ha a che fare con l’applicazione di superfici topologiche in una condizione spaziale continua. Abbiamo esplorato l’uso della topologia in altre occasioni nel nostro studio, cominciando con modelli molto astratti che si proponevano di ragionare su aspetti come aperture in curve geometriche complesse, oppure il progetto di una circolazione continua in un edificio e il potenziale strutturale di una superficie a doppia curva.

Il Museo Brancusi segna una importante pietra miliare nella nostra ricerca, essendo stato il nostro primo tentativo di fondere una serie di elementi e idee dentro a un solo progetto. La nostra decisione di prendere parte al concorso è stata quasi una reazione compulsiva, essendo da sempre stato un grande ammiratore delle sculture di Brancusi. Il modo in cui le sculture riempiono lo spazio con una specifica affezione generata dalla natura curvilinea, la rifrazione del materiale e l’effetto cromatico generato da condizioni di luce variabile hanno sempre catturato la mia mente.

Il codice genetico del nostro progetto è fortemente influenzato dal sito del Beaubourg, la posizione nella piazza, le differenti altezze tra strada e piazza, l’illuminazione. Tutte queste informazioni hanno dato forma al corpo topologico del museo, in egual misura al desiderio di creare un moto ininterrotto attraverso l’edificio. Un leitmotiv che peraltro appare di nuovo nel design del padiglione austriaco per expo Shangai 2010. Se se considera questo, si può pensare al Museo Brancusi come al nonno del padiglione austriaco.

Mentre lavoravamo alla strategia costruttiva del Museo Brancusi, ci siamo resi conto infatti che esiste una relazione con il Centre Pompidou di Renzo Piano. La progettazione e costruzione del Pompidou da parte di Piano è stata un punto culminante per il design contemporaneo e le strategie di costruzione, applicando le tecnologie più all’avanguardia per realizzare il progetto.

Il museo Brancusi riporterà una stessa immagine rispetto a come si applicano le idee contemporanee sulle soluzioni spaziali e sulle tecnologie costruttive fino ad oggi. I due edifici fianco a fianco sarebbero una bella rappresentazione di quanto l’architettura si è evoluta in quarant’anni.

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Sabina Barcucci: Su “Abitare 508″ è stata recentemente pubblicata una conversazione tra te e Wolf D. Prix circa il Nuovo Museo Brancusi. Il testo è uno splendido esempio di gap generazionale: Coop Himmel(b)lau è stato, e in un certo qual modo ritengo che sia ancora, sinonimo di avanguardia architettonica, pertanto non è difficile immaginare, verso la fine degli anni Settanta, una simile conversazione tra il giovane Prix e un suo mentore … con sostanziali differenze. Citanto Erich Fromm e il suo atteggiamento sospettoso verso gli ardori futuristici di inizio Novecento, Prix muove una critica verso una metodologia progettuale totalmente digitale : “Le persone che per comunicare ricorrono a una macchina, sono guidate da un certo “desiderio di morte” poichè loro stessi non sono più in grado di comunicare tramite la vitalità”.

Sebbene l’atteggiamento negativo da parte dei “non nativi digitali” verso gli architetti digitali sia un fenomeno più che usuale da oltre dieci anni a questa parte, il dibattito attuale sta andando più lontano: il mondo dell’architettura si sta spostando all’interno di un processore sin dalla sua prima ideazione e fino alla sua costruzione ed organizzazione finale. Ho il sospetto che l’architettura nella mente di Prix sia qualcosa di sostanzialmente diverso da ciò che invece sta nella tua mente quando programmi la macchina che modellerà spazi e flussi. Potremmo forse dire che l’architettura come risultato della collaborazione totale tra uomo e macchina assuma, di fatto, un nuovo differente significato?

Matias Del Campo: La conversazione con Wolf D.Prix è stata molto interessante, infatti. Non solo per il suo, per così dire, atteggiamento sospettoso verso un approccio alle strategie progettuali architettoniche completamente computazioni. In questa conversazione c’è stato un altro momento molto significativo quando lui mi ha domandato se a SPAN Architecture lavorassimo sul progetto anche lavorando con modelli fisici, plastici. La mia risposta è stata che non costruiamo modelli fisici nel nostro ufficio. Quello che per Prix è sacrilegio, è la mia attività quotidiana.

Credo che tutti i collaboratori di SPAN Architecture siano così immersi nel mondo tridimensionale e negli ambienti computazioni da riuscire decisamente bene a immaginare ogni dettaglio del progetto. Sono talmente abituato alla costante rotazione e volo attraverso un modello 3D dentro a un computer che non riesco a immaginare un altro tramite migliore per valutare le qualità architettoniche del progetto. Inoltre, quello che facciamo al computer è sempre meno orientato alla progettazione per sé, quando piuttosto alla creazione di procedure: una gamma di ordini che il computer risolve per creare una discendenza o un evoluzione di possibili variazioni a un problema spaziale.

In questi termini io non considero un computer semplicemente una “macchina”, quanto piuttosto un’ecologia che crea evoluzioni di possibili soluzioni a specifici problemi architettonici.

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Le opportunità di dare forma a questa ecologia attraverso dati appartenenti all’ambiente reale è uno dei più eccitanti momenti dell’architettura contemporanea, che ci permette di incorporare condizioni come i fenomeni atmosferici o gravitazionali, le radiazioni solari e via dicendo che influenzano direttamente il processo progettuale. E’ vero che gli architetti attraverso tutta la storia si sono sempre adoperati per includere queste informazioni all’interno del loro design, la differenza di oggi sta nei collettori di precise informazioni che possiamo usare nelle nostre procedure progettuali.

Anche se preferisco fermarmi qui prima che la mia ossessione cominci a portarmi troppo lontano, sappi che abbiamo appena grattato la superficie delle possibilità che le tecniche computazioni offrono, per qualsiasi stadio del processo progettuale. Sono veramente molto curioso delle cose che devono ancora venire.


http://www.span-arch.com

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