Ulrich Vogl (Kaufbeuren, 1973) è cresciuto nella Germania del sud, ha studiato a Monaco, a Berlino e alla School of Visual Arts di New York. La vena artistica, dichiara lui stesso, l’ha ereditata dal nonno, che fu ricercatore e inventore di varie apparecchiature. Questo mondo familiare e venato di romanticismo appartiene ad Ulrich Vogl quanto alle sue opere, che sono un unicum di invenzione ed idilliaca evocazione, epurata grazie a forme nette e definite, scelte cromatiche minimali in grado di allontanare ogni venatura leziosa e capaci di donare un aspetto sintetico e intrigante al lavoro finale.

O.T. (2010) è una creazione bellissima, intimamente lirica, di ispirazione tecnologica nella composizione ritmica dei proiettori dia (uno diverso dall’altro) che creano un panorama notturno di città e che l’artista descriverà, nell’intervista che segue, come un “mondo in equilibrio”. Questa ricerca di armonia, compensazione, punto di convergenza tra natura e scienza è disseminata, nella ricerca artistica di Vogl, come una spia che indica quanto sottile possa essere il confine tra contrasto e consonanza, tra prosaicità e poesia, tra reale e immaginario.

Egli propende per queste ultime categorie che analizza e dispone in minimi dettagli, variazioni, tracce di cui le opere sono cosparse: i fori piccolissimi che oltrepassano uno strato di alluminio creano un’atmosfera, un paesaggio, una visione notturna in O.T.In Fernrohr (2009) e Meer (2009) si trasformano nello spazio infinito del caleidoscopio e nell’orizzonte dal mare. La possibilità di immaginare è la qualità che spinge Vogl ad illuminare un blocco di cemento con la luce di un proiettore in Observatorium (2010), per restituire un cielo stellato con una falce di luna.

Così egli, ancora, combina strumenti tecnologici e rami o piante per creare ombre di una realtà altra in Pool (2010) e genera isole e nuvole da alluminio e zucchero in Of Islands and Clouds (2008). Non deve ingannare questa presenza di elementi lirici, poiché non è solo alla poesia e all’emozione che egli aspira, ma ad un equilibrio di mondi che si richiamano nella natura, nell’umanità, nella tecnica e nella tecnologia.

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Di proporzione e convergenza, dei motivi che ispirano la sua ricerca e degli sviluppi che egli attribuisce alle proprie opere, ho parlato direttamente con Ulrich Vogl nell’intervista che segue.

Silvia Scaravaggi: Quali sono i temi e la poetica alla base della tua ricerca artistica?

Ulrich Vogl: Le atmosfere e i fenomeni naturali così come la cultura quotidiana nella grandi città sono alla base della mia ricerca. Mi piace connettere questi mondi. Tutti sanno quanto può essere bello un tramonto. Allo stesso tempo una sua raffigurazione, un’immagine di esso può essere addirittura kitsch e senza significato. Mi interessa ricreare questi fenomeni e prenderli sul serio – infatti non sono di cattivo gusto in se stessi – fanno parte di noi.

Quello che faccio è creare questi fenomeni con gli oggetti che ci circondano ogni giorno. È importante mostrare in che modo viene realizzata l’opera che ricrea quell’atmosfera in galleria e contemporaneamente dare spazio al senso di mistero che ci avvolge. È fondamentale l’equilibrio che si crea tra oggetto e manifestazione fenomenica.

Silvia Scaravaggi: In Italia hai seguito una residenza d’artista a Viafarini (Milano, 2008) conclusa con una mostra insieme a Benjamin Greber (2008) ed hai realizzato una personale a Rovereto (Watching the stars, Paolo Maria Deanesi Gallery, 2009). Come sono state queste esperienze?

Ulrich Vogl: Molto positive, in modo particolare il tempo passato a Viafarini. È una situazione piacevole con molte persone interessanti da conoscere. Mi sembra che in Italia non ci siano molti luoghi così, sulla tipologia della Kunsthalle o del Kunstverein. Ma sono luoghi importanti per il dialogo con il pubblico e come laboratori per gli artisti. È un ambiente molto diverso da quello di un museo o di una galleria commerciale.

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Silvia Scaravaggi: Vorrei scegliere uno dei tuoi lavori recenti più affascinanti: O.T. (2010). Puoi spiegarmi come è composto e di cosa parla?

Ulrich Vogl: Ci sono 14 dia-proiettori posizionati uno accanto all’altro. In ognuno è inserita una diapositiva con uno strato di comune carata alluminio, in cui ho praticato dei fori con un piccolo ago. La luce attraversa le aperture e colpisce la parete di fronte. Quello che appare è una specie di panorama cittadino, simile a quello che si potrebbe vedere stando su una collina a Roma ed ammirando la città dall’alto o sorvolando sopra Los Angeles. Sebbene tutti i proiettori utilizzino la stessa lampadina, il colore della luce sulla parete differisce dall’uno all’altro strumento, dal bianco assoluto al quasi giallo.

Proprio come le diverse luci di una città. La ventilazione di ogni proiettore produce un rumore di fondo permanente ma in qualche modo distante. Lo scenario è piuttosto romantico, ma c’è questa linea di proiettori tra l’immagine e il pubblico. Il suono dell’aerazione, che potrebbe risultare noioso, si tramuta in qualcosa di calmante. L’opera trasporta il visitatore in un film, ma diversamente dalla pellicola lo mantiene costantemente conscio della situazione, perché il “making of” fa sempre parte della scena. È questo equilibrio tra film e scultura che mi interessa in un’esposizione.

Silvia Scaravaggi: La luce ha un ruolo importante nelle tue opera, perché? Come lavori con essa?

Ulrich Vogl: La luce contiene qualche caratteristica di performatività. Può essere accesa e spenta, lo spettacolo ha un inizio ed una fine. Rappresenta così tanto ed allo stesso tempo è così poco. È molto presente e contemporaneamente è effimera. Questi aspetti mi interessano. Mi piace anche che la luce attiri le persone. Desidero coinvolgere coloro che spesso non sono assolutamente interessati a guardare l’arte.

Silvia Scaravaggi: E le ombre? Che ruolo hanno nelle tue opere e in che modo comunicano con il pubblico?

Ulrich Vogl: Utilizzo l’ombra in vari modi. Nelle opere Fenster/Window (2010) o Pool (2010) l’ombra compone il disegno. Ho posizionato del nastro adesivo su uno specchio e la parte che non riflette la luce sulla parete si trasforma nell’immagine in positivo. Sono presenti anche una pianta o dei rami che si muovono con l’aria così che l’ombra-immagine si trasforma costantemente. Si mette in scena nuovamente qualcosa che sperimentiamo nella vita quotidiana: il sole colpisce la finestra e crea una piccola ombra che gioca sulla parete. Come in un teatro delle ombre.

In un certo senso questa è la forma primordiale del cinema. Sia in Fenster che in Pool i fenomeni sono prodotti artificialmente e il “making of” è nuovamente presente.Illude e disillude al contempo. In un’altra opera Limelight (2008) ho usato l’ombra per permettere allo spettatore di diventare parte del lavoro. Tre specchi circolari sono posizionati sul pavimento, su due di essi c’è un’immagine ritagliata di un microfono. Un terzo microfono è disegnato direttamente sulla parete di fronte. Questo oggetto si compone di due vere ombre che provengono dal riflesso degli specchi. Mano a mano che il visitatore si avvicina vede apparire la propria ombra sul muro. L’ombra può cantare al microfono. È divenuta parte dell’opera.

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Silvia Scaravaggi: Il disegno è un’altra componente di base del tuo lavoro. Che cosa significa “Extension of Drawing”, l’espressione che dà il nome al tuo portfolio?

Ulrich Vogl: Quando ho iniziato la mia pratica, il disegno era ancora visto da molti come una tecnica secondaria, non un vero e proprio mezzo di espressione in sé, ma più uno strumento preparativo per creare un’opera finale di pittura, scultura, un film. Questo aspetto sottostimava altamente le potenzialità del disegno. Il modo in cui io disegno ha poco a che fare con l’uso di carta e matita.

Si tratta piuttosto di spingere questo mezzo verso lo spazio, il movimento, l’uso di differenti materiali… ci si potrebbe chiedere che cosa c’è del disegno in tutto questo. Io ritengo che ci sia la sua diretta e basilare semplicità e la formula “linea in rapporto a superficie”: questo significa disegno per me. “Extension of Drawing” sottolinea il diritto del disegno ad essere ritenuto un mezzo completo così come la sua natura sperimentale.

Silvia Scaravaggi: Hai lavorato anche con il film d’animazione. Come hai scelto questa forma di espressione?

Ulrich Vogl: Non sono mai stato interessato alla staticità dei disegni e sono attratto dal tempo e dalla luce. La combinazione con il disegno rende il passo verso l’animazione molto breve. Dopo aver realizzato qualche film, ho dedotto che la sola luce che usciva dal proiettore fosse troppo poco per me. Ho capito di essere interessato alla reale presenza degli oggetti come componenti della mia arte.

E volevo anche creare la possibilità di un’interazione reale e fisica con lo spettatore dell’opera, cosa che è difficile da realizzare con il film. Per questo ho smesso di fare film d’animazione. Inoltre, non sono una persona molto paziente ed è difficile per me fermarmi su un film non narrativo. Voglio sapere immediatamente se l’opera mi interessa oppure no. Anche se non realizzo più film, sto cercando di integrare le loro interessanti qualità nella mia ricerca attuale.

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Silvia Scaravaggi: I proiettori per diapositive appaiono spesso nelle tue opere recenti [(O.T. (2010), Strich (2010), Fenster (2010), Kubus-Dia (2010)]. Hanno un significato particolare? Sono sempre differenti l’uno dall’altro, è importante?

Ulrich Vogl: I dia-proiettori un tempo facevano parte della nostra vita quotidiana e ora non più. Quindi se da un lato ci sono molto familiari dall’altro sono degli strumenti abbandonati. Fanno parte di un mondo in cui i prodotti venivano costruiti e distribuiti all’interno di uno stesso Paese. Vengono prima del “Made in China”. Appartengono ad un altro tempo. Sono un ricordo nostalgico e spazzatura insieme. Ogni proiettore ha la sua storia, come stare seduti a guardare 300 noiose fotografie di noiose vacanze dei noiosi vicini.

Tutto questo mi piace. Non voglio dire alla gente quello che deve pensare, oppure in che direzione deve rivolgere i propri pensieri, ma sono felice quando l’arte permette ai pensieri di spandersi in molte direzioni. Oggetti come i dia-proiettori aiutano a fare questo. Ovviamente apprezzo anche la loro qualità scultorea, e per questo motivo, per la vista della città di O.T., ho raggruppati diversi proiettori affinché essi stessi formassero quasi uno skyline.

Silvia Scaravaggi: In alcune opere [Radioskop I (2009), Teleskop I-IX (2009), Mikrophon (2008), Kronleuchter II (2007)] sembra che tu stia indicando degli oggetti simbolici. È così?

Ulrich Vogl: Sì, è corretto. Prendiamo il lampadario Kronleuchter come esempio. Esso è un simbolo di benessere e di splendore, un po’ fuori moda, di cattivo gusto nella sua versione economica o quando viene troppo spesso utilizzato come status symbol, ma meraviglioso e magnificente nel luogo giusto. Io gioco con esso e creo l’immagine di un lampadario graffiando una lastra di vetro nero. Da lontano l’opera appare come un magnifico dipinto, perfetto e splendente. Da vicino è uno scarabocchio amatoriale sulla superficie consistente del quadro.

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Silvia Scaravaggi: Quindi l’immaginazione è più importante dell’oggetto?

Ulrich Vogl: Assolutamente SI!


http://www.ulrich-vogl.de

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