L’architettura, secondo Vitruvio, è la somma di tre fattori: utilitas, venustas e firmitas. Utilità e bellezza sono senz’altro caratteristiche irrinunciabili perché non si sconfini nei campi della scultura o della semplice, e purtroppo dilagante, edilizia. Ma la stabilità? Davvero non se ne può fare a meno? Davvero un’opera architettonica dev’essere necessariamente solida e durevole nel tempo? Quando un’opera è invece effimera, fugace, transitoria, non si può più catalogarla dentro i limiti dell’architettura? E se il termine “effimero”, anziché rappresentare la definizione negativa di qualcosa di fragile e soggetto a speculazioni, potesse invece significare qualcos’altro?

Una possibile risposta a queste domande è offerta da Usman Haque, architetto e artista che dirige un interessante gruppo di ricerca con sede in Gran Bretagna. Inglese di nascita ma pakistano da parte di padre, Usman ha avuto l’opportunità di crescere a cavallo tra due culture e anche grazie a questo è riuscito a sviluppare un punto di vista personale muovendosi nella spaccatura che si è aperta tra le società tecnologicamente più avanzate e quelle rimaste maggiormente legate a valori tradizionali. Un punto di vista che trovò ulteriori elementi di cui nutrirsi nel corso delle molteplici esperienze vissute a spasso per il mondo e in particolare durante gli anni passati in Giappone.

Il tutto cominciò quando, ancora giovanissimo, Usman cominciò a osservare il modo di vivere lo spazio della sua familia asiatica e il modo in cui con lo spazio si intracciavano le relazioni sociali. E mentre cresceva e studiava, entrava nell’era della comunicazione e, come tutti prima o poi, un giorno si trovò impegnato in una rabdomantica caccia al segnale con il suo cellulare.

numero54_The Softspace 02

E fu così che nella sua mente si fece sempre più concreta l’idea che, in contrapposizione agli spazi “duri” (hardspace), esiste una realtà fluida, una serie di caratteristiche dinamiche come i suoni, gli odori, la ventilazione, la temperatura, che contribuiscono in modo altrettanto se non ancora più incisivo a determinare l’esperienza di un edificio, di un appartamento, di un luogo. E che di questo softspace fa parte anche una mappa sovrapposta a quella visibile, fatta di campi elettromagnetici e di onde radio.

Usman spiega il suo concetto di architettura usando metafore informatiche. I muri, i pavimenti, i tetti sono l’hardware. La realtà fluida descritta prima, unita alle infrastrutture sociali, sono il software. E l’architettura in questo quadro si propone come un sistema operativo, che offre un ambiente di lavoro che ciascuno deve poter personalizzare e all’interno del quale possa creare i propri programmi.

E naturalmente, il tutto deve essere realizzato con codice aperto, perché chiunque vi possa apportare modifiche senza compromettere l’integrità del lavoro collettivo. Il concetto chiave è quello di interattività, proprio come nei sistemi informatici, che permetta alla gente di convertirsi in interprete e designer del proprio ambiente.

Ecco dove il concetto di effimero acquista un’accezione positiva e realistica: l’architettura non è, in realtà, immobile e immodificabile, ma si adatta a chi la vive, all’uso che se ne fa, alle dinamiche che vi si creano, che per definizione sono in continuo cambiamento.

Usman, nel frattempo, insegna in diverse scuole prestigiose, concedendosi così la possibilità di realizzare progetti e di incontrare molte persone con cui scambiare idee e opinioni, valore non certo negato da chi crede così profondamente nelle relazioni e nell’interattività. E i suoi progetti sono tutti ben documentati nel suo sito web, corredati di descrizione, foto e video.

numero54_The Softspace 03

Tra questi ci limitiamo ad accennarne alcuni. Come la Reconfigurable House (presentata in Giappone e in seguito in Belgio nel 2008), la ricostruzione di una casa intelligente che invece di nascondere la tecnologia per impedirne la manipolazione la mette a totale disposizione dell’abitante, perché possa personalizzarne il comportamento. O Naturale Fuse, un sistema che invita al risparmio energetico veicolando le emissioni di CO2 in una rete di piante che ne manifestano gli effetti con la crescita o la morte.

O ancora Primal Fuse, una spettacolare aurora boreale artificiale creata sulla spiaggia di Santa Monica nel 2008 su uno schermo di vapore che reagiva alla musica o alle grida dei partcipanti. O infine Sky Ear, una nuvola di palloni gonfiati di elio che diventa la rappresentazione dello spazio hertziano, ricevendo le chiamate dei cellulari dei partecipanti.

Basato sullo stesso uso di elettronica personalizzata e LED colorati inseriti all’interno di palloni è il progetto Burble, che però si discosta concettualmente e tecnicamente da Sky Ear e che è stato ogni volta leggermente riadattato nei diversi luoghi in cui è stato realizzato. Dalla Biennale di Singapore nel 2006, alla London Fashion Week del 2007, alla cerimonia di apertura della Dubai World Cup nel 2009, al Phish Festival in Vermont nel 2009. E, infine, a Barcellona il 27 febbraio 2010, in occasione della bellissima mostra Cultures del Canvi organizzata dal Centre d’Arts Santa Mònica e curata da Josep Perelló e Pau Alsina.

Per l’occasione, Usman Haque è venuto nella capitale catalana accompagnato da alcuni membri del suo studio e alcuni collaboratori. Inoltre, il giorno della performance il Santa Mònica ha organizzato una serie di laboratori familiari e ha convocato un gruppo di una quindicina di volontari, che aiutassero nell’enorme lavoro che comporta montare e smontare la struttura del progetto Burble leggermente modificato per l’occasione, cui è stato dato il nome di Control Burble Remote, e che rimanessero tra il pubblico per spiegare la performance e garantire la sicurezza.

La mattina del 27 febbraio ci si è divisi in due gruppi: uno che si occupava dei circuiti elettronici presso il Santa Mònica (inserire le batterie nelle schede, verificarne il funzionamento, eventualmente apportarvi piccole correzioni e infine inserirle nei palloni) e l’altro della rete che costituisce l’ossatura della struttura (stenderla sul luogo della performance e prepararla per l’inserimento dei palloni).

Con l’aiuto del team di Haque, i volontari hanno trascorso il pomeriggio a gonfiare i palloni inserendoli nei punti predisposti tra i due strati della rete usando bombole di elio e ad assicurare i componenti elettronici alla rete per evitare che cadessero sul pubblico nel caso (non infrequente) in cui un pallone scoppiasse durante la performance.

numero54_The Softspace 04

Lavorare con Usman, anche solo con funzioni di manovalanza, significa sperimentare sulla propra pelle il softspace, partecipare alla progettazione di una struttura, vederla crescere contribuendo al suo sviluppo, interagire con essa attraversando le sensazioni che regala un’esperienza creativa collettiva. Proprio come l’installazione, i volontari costituivano un corpo unico che lavorava per un solo obiettivo, ma le peculiarità di ciascuno si diffondevano a macchia d’olio attraverso il vicino di bombola. Insomma, un’esperienza tecnica e artistica, ma anche profondamente umana.

Il pubblico che ha partecipato alla performance, come era stato richiesto, è venuto armato di telecomandi di ogni genere. Da quello della televisione a quello dello stereo, da quello del computer a quello della macchinina telecomandata. Oggetti “intimi”, come li definisce Usman Haque, che servono nella privacy della propria casa nel momento del riposo, quando si chiudono le porte che danno sull’esterno. E proprio qui sta l’idea di Control Burble Remote: l’oggetto che normalmente permette di pilotare qualcosa che restituisce qualcosa solo a te, serve a interagire con qualcosa di esterno, di pubblico. Diventa strumento di un’azione collettiva.

E a questo punto si manifesta visivamente ciò che non si vede ma c’è. Il telecomando aziona sul pallone su cui lo si punta una modalità di colore/intermittenza causale tra le diverse preprogrammate. Il pallone a sua volta comunica con un sensore a infrarossi con quello vicino e gli trasmette lo stesso comando. I palloni diventano così un’enorme tela su cui dipingere a distanza senza avere il controllo unico e assoluto della pennellata, perché altri stanno facendo altrettanto e perché i palloni comunicano tra loro contagiandosi con la modalità azionata. Quando ormai il pubblico era andato via ed era momento di smontare, interagendo da soli con l’installazione l’effetto pittura era decisamente evidente.

numero54_The Softspace 05

La pecca di Control Burble Remote a Barcellona è stata l’illuminazione del luogo. Dei molti lampioni presenti nella zona, sul mare alla fine della Rambla, ne sono stati spenti troppo pochi e un’enorme luna quasi piena che si rifletteva sull’acqua ha fatto il resto. Senz’altro un’oscurità più densa avrebbe reso la coreografia di colori più spettacolare e maggiormente visibile da lontano.

Ma nonostante ciò, la presenza di Usman e delle sue idee sull’architettura dovrebbe aver suggerito profondi argomenti di riflessione a una città famosa per la sua bellezza vista dall’esterno, ma che perlopiù costringe i suoi abitanti in alloggi con spazi angusti, troppo spesso privi di ventilazione e di luce naturale. Nonostante la lezione di Gaudí, che era così attento all’ergonomia degli spazi abitativi e al loro impatto sull’ambiente.

In un’epoca in cui anche l’architettura è in corso di revisione, in cui sempre più viva si fa l’emergenza di ritrovare la sostenibilità e allo stesso tempo di integrare in modo intelligente e utile la tecnologia, Usman Haque fa sentire la sua voce, usa la sua arte mostrando ciò che non è visibile ma c’è, ci ricorda che nonostante l’alienazione provocata dalle realtà urbane la presenza di ciascuno influenza quella del vicino e che questa invasione del proprio spazio può essere convertita in un punto di forza.


http://www.haque.co.uk/

http://www.haque.co.uk/burble.php#control_burble_remote

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn