Se dovessi scegliere una bandiera per tutta la parte multimediale del Sonar 2007 sceglierei decisamente FEED di Kurt Hentschlager, performance presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia del 2005 e che si avvia a diventare un classico della media art internazionale.

Immaginate una sorta di brain-machine totale in cui e’ l’intero corpo a finire avviluppato nel tessuto della rappresentazione. Una realizzazione geniale dell’idea di Immersione basata su una amputazione della vista e su un dispositivo totale che incarna meglio di qualunque altra performance la declinazione tecnologica del sublime come spettacolo di una nuova natura. Non e’ un caso che tutte le performance siano state super affollate e che nei giorni del festival si sia diffuso un vero e proprio buzz sul ‘cubo nero del SantaMonica. Perfetto controcanto di questa performance il Black Out concert di Tres, un concerto del silenzio in cui progressivamente venivano disarticolati e ‘spenti’ i vari tessuti che compongono l’ambiente sonoro quotidiano fino ad arrivare ad una assenza totale di stimolazioni percettive.

Il tutto di FEED e il nulla del BlackOut Concert, sostanzialmente le forme speculari della stessa cosa: l’immersione, per iperstimolazione il primo, per deprivazione sensoriale la seconda. Concept super interessante, anche perche’ la spoliazione del suono di Tres non parte da una musica o da suoni generati dall’artista ma dallo spegnimento progressivo dei suoni dell’ambiente in cui avviene la performance. Rendersi conto della ricchezza e dell’invasivita’ del default sonoro del reale attraverso la sua progressiva disarticolazione e’ forse il momento piu’ entusiasmante della performance. C’e’ da dire che la realizzazione dell’idea ha delle pecche, soprattutto in termini di gestione della presenza dell’artista nello spazio della performance e per alcuni accorgimenti tecnici che avrebbero potuto conservare e amplificare la magia e l’efficacia della performance stessa.

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Detto questo, le cose interessanti da vedere erano molte e il concept del Sonarmatica 2007 centrato sui rapporti tra magia e tecnologia, le rendeva davvero imperdibili.

“La postmodernita’ e’ la sinergia di arcaico e tecnologico. Ribaltando l’idea weberiana della tecnica come disincanto del mondo, dico che oggi la tecnica e’ il reincanto del mondo”. La frase di Maffesoli e’ il contraltare perfetto della frase di Arthur C. Clark, “Ogni tecnologia sufficientemente avanzata e’ indistinguibile dalla magia”, che ha ispirato i curatori dell’edizione 2007 del Sonarmatica. Entrambe sintetizzano bene le due anime del concept di Et Voila’.

Ci sono in effetti due punti di vista per leggere il rapporto tra magia e tecnologia, o se volete, la natura magica delle tecnologie. Da un lato la tecnologia come strumento artificiale di potenziamento delle capacita’ umane, nella loro interazione con l’ambiente naturale e con la realta’ in generale, introduce nuovi livelli di complessita’ che deve necessariamente dissimulare per poter essere quotidianamente utilizzata (da qui per esempio tutto il filone della ricerca sulle interfacce “naturali”). Una necessita’ che produce quel senso di magia, l’occultamento del ‘trucco’ dietro il funzionamento del dispositivo tecnologico. D’altro canto pero’, proprio questa continua operazione di dissimulazione e ‘naturalizzazione’ restituisce l’incanto a cio’ che la scienza e la tecnica hanno progressivamente dissezionato, svelato e disincantato. Un doppio movimento di disincanto/reincanto che produce fascinazione, mistero e meraviglia. Esattamente quello che la fantasmagoria, come effetto visivo strabiliante proprio perche’ apparentemente inspiegabile, ha introdotto nell’Occidente postrinascimentale che scopriva le meraviglie della scienza moderna. E proprio alla fantasmagoria era in un certo senso ispirato il concept del Sonarmatica 2007.

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Un concept geniale e assolutamente azzeccato che mette a fuoco un aspetto centrale del nostro rapporto con la tecnologia, ed era affiancato da focus altrettando azzeccati come l’”immersione” o la “societa’ aurale” che descrivono bene il modo in cui la tecnologia ha ridefinito progressivamente il nostro ambiente naturale. Un Sonarmatica sul quale personalmente avevo quindi riposto grandi aspettative che in parte sono state ampiamente soddisfatte, in parte no.

Di fronte alla grande ricchezza delle varie sezioni multimediali del Sonar, che cresce ogni anno e rende sempre piu’ arduo il compito di raccontarle, quello che mi e’ mancato forse e’ stato proprio quel senso di inquietante meraviglia e re-incanto del mondo che la mostra voleva evocare. Intendiamoci, di cose interessanti ne ho viste decine e la programmazione di quest’anno ha avuto il merito di avvicinare un pubblico piu’ ampio alla media-art, per esempio attraverso le fantastiche performance di magia di artisti come Julien Maire, Mago Julian/Zachary Lieberman e Nemonico che hanno aggiunto una dimensione live al Sonarmatica. L’area ‘stage’ di Et Voila” era sempre affollata e un pubblico piu’ ampio del solito ha visitato i sotterranei del CCCB con entusiasmo. Tuttavia, rispetto alle aspettative, direi che il concept della mostra e’ stato piu’ entusiasmante della sua realizzazione pratica, proprio perche’ e’ mancato quel senso di magia/mistero/inquietudine che ha reso mitiche le performance sperimentali del diciottesimo secolo a cui i curatori di “Et Voila’” si sono ispirati.

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Come dice uno dei curatori, Jorge Luis Marzo, la “magia si basa sull’idea che il pubblico non riesca a soprire il trucco. E’ questo il segreto principale del suo successo. Se il pubblico sapesse quale trucco c’e’ dietro o lo scoprisse durante la performance, l’intero spettacolo cesserebbe di esistere”. Be’ in un certo senso quello che e’ accaduto al Sonar e’ un po’ il fatto che il trucco della magia delle varie installazioni sembrasse ‘svelato’.

Non credo pero’ che il limite stia nella selezione delle opere presentate, tutte assolutamente valide e interessanti come Shadow Monsters di Philip Worthington, Tools Life di minim++, Portray the Silhouette di Masaki Fujiata, Delicate Boundaries di Christine Sugrue o AR_Magic System di Diego Diaz e Clara Boj. Tutte condividevano in un certo senso la volonta’ di suscitare nel pubblico lo stupore e la meraviglia per le conseguenze inaspettate e apparentemente inspiegabili dell’interazione umana con un dispositivo tecnologico. Credo che il concept fosse tanto geniale quanto ambizioso e difficile da realizzare pienamente anche perche’ il rapporto che abbiamo con la tecnologia oggi e’ piu’ ispirato alla naturalita’ che alla magia, piu’ alla quotidianita’ che alla eccezionalita’, piu’ alla normalita’ che alla meraviglia.

Le performance tecnoscientifiche che avvenivano nei gabinetti di fisica del diciottesimo secolo erano considerate alla stregua di performance di magia, e gli esperimenti scientifici per un certo periodo sono stati effettivamente trasformati in veri e propri spettacoli di magia. Le tecnologie che venivano utilizzate e le ipotesi scientifiche che venivano dimostrate (dall’esistenza del vuoto alla persistenza dell’immagine ecc.) avevano un livello di sviluppo talmente avanzato rispetto al senso comune del tempo da essere ‘aliene’ al contesto e da non lasciar intendere minimamente il modo in cui gli esperimenti-spettacoli funzionavano effettivamente.

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Oggi il rapporto con la tecnologia e’ chiaramente diverso. La radice di questo rapporto e’ assolutamente magica ma ormai abbiamo metabolizzato un livello di complessita’ senza precedenti che in un certo senso ha trasformato la meraviglia nell’ingrediente piu’ comune del nostro panorama cognitivo quotidiano (la banalita’ dell’ “effetto speciale” ne e’ un esempio). La chiave dell’entertainment di massa piu’ avanzato contemporaneo e’ proprio l’estetica della fantasmagoria neobarocca, una sensazione di stupore e meraviglia a cui dalla Modernita’ in poi le strategie spettacolari occidentali ci hanno abituato.

In questo senso le installazioni presentate nell’ambito del Sonarmatica per quanto complesse e interessanti facevano uso pero’ di tecnologie e modalita’ espressive fondate sullo schermo, piu’ o meno interattivo, che abbiamo ampiamente metabolizzato. Molto interesse, molto entusiasmo ma poca meraviglia e nessuna trascendenza! In questo senso credo che Sonarmatica abbia presentato opere interessanti, aperto nuove finestre su scenari poco esplorati ma non sia riuscita fino in fondo a riprodurre nel pubblico quel senso di mistero/meraviglia, proprio perche’ il tecnologico e’ ormai il nostro naturale e non ‘ piu’ una dissonanza magica nel tessuto della normalita’ quotidiana.

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E’ chiaro che parlare a posteriori e’ come fare il tiro al bersaglio con una mitragliatrice automatica. Proviamo a fare qualche ipotesi allora. Forse un concept del genere si sarebbe prestato meglio a una ricognizione storica del nostro rapporto con la tecnologia e di come storicamente sia stata investita di significati esoterici, proprio per mettere in luce la radice magica di quello che oggi consideriamo naturale e quotidiano. Forse sarebbe stato interessante tentare di raccontare la storia della rappresentazione magica della tecnologia, dalla mistica del mesmerismo che prolifera intorno alla diffusione dell’elettricita’ nel sedicesimo secolo alle manifestazioni techno-gnostiche che Erik Davis descrive nel suo Techngnosis, ai culti religiosi che si sviluppano attorno alla tecnologia tout-court. Certo, probabilmente non sarebbe stata una mostra di media-art, ma negli anni i curatori del Sonar hanno dimostrato di saper privilegiare le scelte sensate rispetto alle gabbie di genere (vedi la mostra del 2004 sulle Micronazioni per esempio).

Peraltro, visto che il tema era la tecnologia come magia, come e’ stata introdotta una dimensione performativa prettamente magica, forse avrebbe avuto senso introdurre anche una dimensione storico-antropologica. Ma il mio dubbio e’ piu’ generale: se la tecnologia magica e’ quella talmente avanzata da produrre nello spettatore quel senso di inspiegabile e inquietante meraviglia, dobbiamo chiederci se nello scenario attuale la media-art sia ancora l’avanguardia tecnologica del presente.

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In altre parole e’ possibile che una maggiore diffusione di tecnologie avanzate a livello consumer soprattutto nell’ambito dell’entertainment abbia in un certo senso disinnescato il potere mesmerico della media art e ne abbia banalizzato la magia distribuendola nelle case e nelle tasche di ognuno di noi? Siamo sicuri che sia proprio la media-art la forma espressiva che oggi esprime meglio la fantasmagoria del presente e il re-incanto del mondo ad opera della tecnica?

O dovremmo cominciare a guardare piu’ in ‘basso’, laddove l’arte non e’ poi cosi’ di casa…?.

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