Daan Roosegaarde (1979) è un giovane scultore e architetto. Lavora a Rotterdam, nei Paesi Bassi, dove ha da poco inaugurato lo Studio Roosegaarde, uno spazio di progettazione e creazione di sculture ed architetture interattivi ad alta tecnologia.

Daan ha studiato all’Academie of Fine Arts di Enschede, e si è perfezionato al Berlage Institute – Laboratorio di Architettura di Rotterdam. Esplora da sempre la relazione dinamica tra uomo, architettura e nuovi media. Progetta e realizza sculture in cui tecnologia e corpo umano entrano in collisione. Questa interazione genera una condizione di estrema vicinanza tra pubblico e spazio, che tendono ad immergersi l’uno nell’altro.

Durante il 2006 i progetti di Daan Roosegaarde sono stati presentati a Montevideo (Netherlands Media Art Institute, Amsterdam), al NAI (Netherlands Architecture Institute, Rotterdam) ed al V2 (Institute for Unstable Media, Rotterdam). La sua ultima scultura Flow è presente alla Triennale di Ljubljana, in Slovenia. while here you can see all his early works http://www.studioroosegaarde.net/project/more-works/photo

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Silvia Scaravaggi: Non si può dire che tu prosegua lentamente nel lavoro di progettazione e realizzazione delle opere. Dal 2001, con 22 Beds, all’inizio del 2007, con Flow 5.0 alla Triennale di Ljubljana, hai ideato e realizzato ben 11 progetti, tra cui gli ultimi 5 sono interattivi. Non perdi tempo…

Daan Roosegaarde: Beh no. Si può dire che la pazienza non sia mai stata una delle mie virtù!

Silvia Scaravaggi: Vista la determinazione con cui procedi, sono curiosa di sapere come hai sviluppato questo percorso, che ha sicuramente basi ed obiettivi solidi. Parlando dei tuoi lavori più recenti Liquid Space, Wind, Dune e Flow, come si sono sviluppati? Qual è il filo rosso che li lega? Come sei arrivato ad unire arte e tecnologia, scultura ed architettura?

Daan Roosegaarde: Appena uscito dall’Accademia ho viaggiato nel sud dell’Europa. Nel deserto del Marocco sono rimasto affascinato dai paesaggi: l’orizzonte sempre presente come una linea astratta e continuamente sotto l’influenza dei nomadi in viaggio. Ho fatto un sacco di disegni in quel periodo. Tornato in Olanda volevo tradurre quegli schizzi in qualcosa di materiale: questa è la fascinazione di uno scultore. Basandomi su quei disegni ho realizzato 22 Beds (2001), che è composto di reti da letto piegate con il calore in forme fluide e trasformate in un paesaggio dinamico.

Nonostante fosse un lavoro interessante, mancava qualcosa di fondamentale: l’attività. Fare arte per me è come avere un sapore in bocca di cui non conosci gli ingredienti. A partire da questa sensazione ho iniziato ad esplorare: leggere, scrivere, viaggiare, parlare…per trovare i giusti ingredienti. Ho capito che la cosa più importante per me era il processo creativo, con tutte le sue dinamiche, il disegno e la costruzione. La scultura statica è come vento chiuso in una bottiglia: non è più vento. Così ho iniziato a lavorare sull’idea che il visitatore dovesse essere parte integrante dell’installazione in tempo reale. La tecnologia è diventata presto una necessità. Non sono quella che si potrebbe definire una persona tecnologica, ma fu in conseguenza di questa scoperta che lo divenni.

Silvia Scaravaggi: Sentirti dire che non sei una persona “tecnologica”, effettivamente stupisce!

Daan Roosegaarde: No, è così, sono realmente interessato all’aspetto umano della ricerca: l’architettura, la tecnologia mi interessano perché sono strettamente connesse agli aspetti generativi e sensibili della realtà. Con me lavorano ingegneri e tecnici che si occupano prettamente degli aspetti tecnici delle opere.

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Silvia Scaravaggi: Potremmo dire che “più la cosa diventa umana, più ti avvicini a quello che stai cercando…”…

Daan Roosegaarde: Esattamente, questo tipo di esplorazione è il centro del mio lavoro. Ho una tensione quasi masochistica a mettermi in situazioni che non conosco e la vera sfida per me è proprio quella di creare una nuova grammatica attraverso cui comunicare. Ad esempio, lo spostamento da un’Accademia di Belle Arti al Berlage Institute (un laboratorio post laurea di architettura) è un vero e proprio cambiamento della grammatica che non rende necessariamente più semplice la tua vita, ma che di sicuro aiuta a scoprire i tuoi parametri.

Vorrei realizzare delle sculture che abbiano lo stesso parametro di diversità nel loro aspetto. “Liquid Construction” infatti è una serie di sculture interattive che reagiscono al suono e al movimento del visitatore. Qui l’ingrediente principale è proprio l’interazione umana. E sono anche connesse l’una all’altra dal loro nome, che si riferisce sempre a qualcosa di fisico (la natura) e di virtuale (l’ upgrade). Liquid Space è una specie di guscio interattivo che si attiva con il suono e con le emozioni, cambiando toni, luminosità e dimensione a seconda dell’intensità delle sensazioni umane. È un animale interattivo. Wind è un oggetto più sensibile in cui dei ventilatori appesi a una parete reagiscono alla voce ed al movimento, mettendo in moto centinaia di fibre che seguono il visitatore. Dune è invece un territorio interattivo, un paesaggio di fibre reattive e luminose attraverso cui camminare.

Silvia Scaravaggi: Quest’ultimo lavoro e anche Flow 5.0 sono progetti site-specific. Con Dune 4.0 , ad esempio, hai raggiunto l’audience selezionata di Montevideo. Cosa succederebbe se decidessi di installare le tue sculture senza preavviso in mezzo a delle piazze, in un luogo qualunque, pubblico?

Daan Roosegaarde: Dune 4.0 è nato per Montevideo – il Netherland Media Art Institute di Amsterdam – e come tutti gli altri lavori è stato esposto nei Paesi Bassi e all’estero e poi implementato allo Studio Roosegrade per essere inserito in spazi pubblici. Sono estremamente interessato alla “scala” dei miei lavori, alla relazione che si instaura tra il corpo e l’ambiente circostante. Tutto cambia se sopra le nostre teste abbiamo un soffitto di 10 cm o di 10 metri. Il punto chiave del mio lavoro è diventato capire come usare e differenziare questi parametri per personalizzare lo spazio in base al pubblico. Essere un artista è per me un compito da giocoliere: artisticamente, finanziariamente, concettualmente. Nella capacità di sintonizzare questi elementi risiede la propria qualità artistica e la propria autenticità. Ogni contesto in cui si situa un lavoro (dalla concerthall al museo) fa emergere diverse qualità dell’opera, che si fa a volte più sensuale, più integrata e altre anche più pericolosa….

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Silvia Scaravaggi: Non è, dunque, sottile la linea che separa il coinvolgimento dell’audience, l’interazione, dalla manipolazione del visitatore, dalla confusione tra la libertà di chi interagisce con l’opera e l’ordine tecnico di ciò che la scultura è programmata per fare?

Daan Roosegaarde: Certo, c’è un confine sottile tra l’uso che si può fare del proprio pubblico e l’intenzione di offrirgli spazi nuovi d’azione. L’arte esplora, cerca di re-inventare la propria grammatica; mentre il commercio tende ad una sicurezza emozionale che incontri l’ambiente dei possibili clienti. Quello che interessa a me è far nascere una relazione, costruire a più livelli un dialogo, un equilibrio tra la scultura e l’uomo. Appunto per quello che dicevo all’inizio: non è la tecnologia, ma lo spazio personale e umano di intervento ad attrarmi. Quando scegliamo e quando seguiamo solamente quello che già è presente? Il visitatore già intuitivamente si confronta con questa questione interagendo con l’opera d’arte.

Silvia Scaravaggi: E quanti livelli di interazione puoi rintracciare nella tua esperienza tra opera e pubblico?

Daan Roosegaarde: Il lavoro reagisce al suono e al movimento. In accordo con questi input, il software regola e innesca diversi atteggiamenti; ad esempio se chi interagisce si muove con passo frenetico, lo stesso farà la scultura. Nel contempo, il lavoro sviluppa una propria personale attività che seduce lo spettatore e lo chiama a partecipare. C’è chi si ferma 1 secondo, 1 minuto, 10 minuti: a ognuno corrisponde una diversa risposta. Se batti forte le mani, otterrai un chiaro effetto; più persone che applaudono più volte noteranno che la scultura reagisce in modo diverso, perché il software riconosce il contrasto e l’attività seriale. Altri registreranno la differenza tra l’interazione del singolo rispetto a quella di un gruppo. Ogni cosa tende a creare ambienti differenti per l’esplorazione umana.

Silvia Scaravaggi: L’interattività è dunque in grado di modificare lo “status” del visitatore in qualcosa di diverso? È una forma nuova di dialogo con lo spazio, che implica un’idea innovativa del design, dell’uso di abitare i luoghi, dagli ambienti privati a quelli pubblici?

Daan Roosegaarde: L’interazione con il pubblico è per me l’aspetto più entusiasmante della ricerca. C’è una parte rigida, formata dai materiali e dall’architettura, e una parte flessibile: il software e il comportamento dell’uomo. L’istante in cui questi due aspetti si incontrano rappresenta il punto di progresso. L’ingrediente principale è l’interazione: c’è un attimo particolare in cui il visitatore si avvicina all’opera e si rende conto che la realtà del lavoro si sintonizza con il suo modo di porsi. Non osserva più, ma partecipa.

E con un’installazione come Dune 4.0 si va un passo oltre: il visitatore diventa un performer, nel senso che l’ audience diviene un elemento essenziale dell’identità del lavoro. Tutto accade in un ambiente super-naturale: camminare attraverso un corridoio in cui la tecnologia collima con il corpo che vi si trova, come un’estensione reale della sua pelle – come in un'”Alice nel paese delle tecno-meraviglie”. Nel contemporaneo, il mondo fisico e quello virtuale sono sempre più vicini: scompariranno le affissioni pubblicitarie, e le informazioni che vorremo saranno trasmesse attraverso mezzi tecnologici, collegati sempre più intimamente al nostro corpo e alle nostre esigenze. In questo senso, le mie sculture sono come un secondo livello di esperienza personale e di informazione, che si sovrappone all’architettura esistente; un’interfaccia dinamica. Il presente è relativo. Gli spazi pubblici sono in continua trasformazione: è nelle pieghe di questa trasformazione che vorrei creare un ambiente che sia veramente personalizzato, per il tempo in cui lo si vive. Che reagisca in modo diverso in relazione a chi lo frequenta. Nella migliore delle ipotesi l’opera diventa uno strumento di mediazione, un luogo per la comunicazione attraverso l’interazione umana.

Silvia Scaravaggi: In che modo arte, tecnologia, architettura si integrano? La tecnologia è essa stessa una struttura indipendente, o soltanto un medium che permette di ottenere dei risultati in campo creativo?

Daan Roosegaarde: La tecnologia è uno strumento, così come una matita: ha in sé gli stessi intrinseci valori se è utilizzata in campo artistico. Usarla in opere interattive contiene in sé un curioso paradosso: la tecnologia dovrebbe emergere naturalmente dalle mie sculture nel momento di attivazione dell’interattività, ma affinché sia così, deve funzionare perfettamente, e quindi essere programmata al millimetro. Per questo motivo lavoro con ingegneri, programmatori, costruttori di materiali; talvolta realizzo i miei prototipi, oppure sviluppo sezioni speciali di software o utilizzo ricerche in campo elettronico provenienti da fonti esterne. Proprio a questo scopo ho lanciato lo Studio Roosegaarde, che funziona come un laboratorio per progetti di arte e tecnologia, una piattaforma che include la ricerca.

Sono un grande sostenitore della “velocità”: quando qualcosa è in movimento è anche in trasformazione. Tutti i progetti di Liquid Construction sono così: in uno stato costante di copy/morph, cercano l’un l’altro le proprie uguaglianze e differenze. Le relazioni mi ossessionano. Perché le cose reagiscono tra loro? Perché appaiono in un modo anziché in un altro? L’interattività, in questo senso, non è soltanto presente tra visitatore ed opera, ma è se stessa un ingrediente in costante mutamento nella scultura stessa, una delle sue essenze. Questa è per me l’idea di bellezza: avere la capacità di essere svariate cose nello stesso tempo.

Silvia Scaravaggi: Osservando dall’esterno le tue sculture mi viene subito in mente un concetto fondamentale ed attuale: la sostenibilità. Cosa pensi di un’arte, un’architettura, un’urbanità sostenibile?

Daan Roosegaarde: Penso che ci siamo: questo tema attrae sempre di più la mia attenzione. Sintonizzarsi con le esigenze del nostro tempo e i bisogni del momento: questi aspetti riguardano per certo l’interattività, e sono sicuro che nel futuro prossimo i benefici ecologici del suo utilizzo saranno un fattore importante. Mi interessa di più interagire con ambienti urbani, per portare un valore aggiunto nell’habitat quotidiano, come un parcheggio inguardabile che va integrato all’ambiente, piuttosto che essere presente a un Expo d’Arte in un bellissimo padiglione…Anche le città devono iniziare a confrontarsi con le funzioni emergenti degli spazi pubblici. Quale sarà la funzione della natura in un ambiente a totale urbanizzazione? Forse comprenderà non solo alberi e verde, ma anche un update alla natura, una Natura 2.0.

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Silvia Scaravaggi: Questi temi sono attualissimi, e di grande impatto pubblico. Come si rapportano alla politica? Non credi che le tue creazioni possano essere appetibili per soddisfare certi meccanismi di un sistema come quello dell’arte?

Daan Roosegaarde: Devo dire che i Paesi Bassi hanno una ricca industria che cerca di incorporare sviluppi creativi nel proprio business. Per i miei progetti interattivi ho concluso accordi con diversi partners. Le compagnie olandesi hanno realizzato di dover fare di più che la semplice compra-vendita, e hanno iniziato a lanciare a livello comunicativo i propri prodotti. Questo mi aiuta nella ricerca e nell’elaborazione di progetti di alta qualità, che possono affrontare anzitutto le questioni legate al pubblico negli spazi urbani. Ad esempio, ho da poco incontrato una compagnia di elettricità, che ha ritenuto interessante uno dei miei lavori proprio per le sue caratteristiche interattive. Hanno valutato che fosse un’ottima soluzione per affrontare il problema della sicurezza in zone poco illuminate della città: la luce che si sprigiona dalla scultura all’avvicinarsi dell’uomo, e che illumina l’ambiente circostante, potrebbe prevenire alcune spiacevoli situazioni. Anche se questo argomento rimanda inevitabilmente all’uso-abuso o controllo del fruitore… In ogni caso credo che l’interattività possa realmente cambiare e migliorare la nostra realtà urbana, se usata correttamente.

Quanto all’approccio con il sistema dell’arte, la separazione che ancora esiste tra un’espressione come la pittura e l’uso creativo della tecnologia, disturba, a mio parere, lo sviluppo e l’innovazione che i nuovi media possono portare. Mi sembra che Paesi emergenti, in cui la tecnologia è stata recentemente introdotta, ad esempio Slovenia o Corea del Sud, abbiamo un potenziale molto elevato nel diventare territori fertili e creativi.

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Silvia Scaravaggi: Non a caso Flow, il tuo ultimo lavoro, si trova attualmente alla Triennale di Ljubljana. Nuovi territori da esplorare? Che progetti hai per il futuro?

Daan Roosegaarde: Con Flow ho pensato a qualcosa di estremamente semplice. Una parete di 20 metri composta da ventilatori che interagiscono con l’ambiente circostante. Doveva essere qualcosa di terribilmente ordinario e allo stesso tempo nuovo: così semplice, così facile, da sembrare comune. L’idea di flessibilità sta alla base di questa nuova ricerca, e la sua utilità anche. Un’opera come Flow 5.0 potrebbe essere perfettamente integrata negli spazi chiusi di una discoteca, o in ambienti con problemi di alte temperature, come gli ospedali in India. Voglio guardare sempre di più alle potenzialità future. Sono a caccia di nuovi spazi da manovrare; in questo senso il 2007 sarà un anno esaltante! Dalle industrie automobilistiche alle fondazioni d’arte. Ciò che deve restare chiaro è: in che modo il contesto può attivare nuove potenzialità dell’opera? Voglio veramente muovermi nella direzione di architetture e spazi pubblici. Più sarà ordinario l’ambiente in cui lavorare, più il lavoro funzionerà.

I luoghi condivisi sono sempre molto complessi. Un test in questo senso me sarà l’evento Explorations in Art & Technology, in programma il 15 febbraio 2007 allo Studio Roosegaarde, quando metterò a disposizione del pubblico tutte le sculture create, e avrò uno strumento efficace per verificare in che modo il visitatore interagisce con il mio lavoro e discuterne le funzionalità.

Lì avrò per un giorno le mie dune!


www.studioroosegaarde.net

www.studioroosegaarde.net/?project_id=6

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