Il Musée Des Arts Décoratifs di Parigi ha invitato lo stilista e designer Hussein Chalayan per l’esposizione Récits de mode aperta dal 5 Luglio all’11 Dicembre prossimo. Il pubblico della mostra non è un pubblico femminile che insegue le tendenze e la haute couture e non è neppure un pubblico fatto di giovani stilisti all’avanguardia che schizzano gli abiti sulle loro Moleskine.

Si tratta invece di un pubblico colto che frequenta piuttosto gallerie d’arte, un pubblico che si incontra tra le forme cubiche della Fiac-International Contemporary Art Faire, tra le gallerie chic della Frieze Art Faire, tra i pavillion internazionali della Biennale o le schede Arduino di un hacker space. Un pubblico atipico che si riconosce nelle sfilate di Chalayan che assomigliano più a un’ esposizione d’arte sperimentale che a una sfilata di moda.

Hussein Chalayan, nasce a Nicosia nel 1970, studia a Cipro, poi si trasferisce a Londra dove nel 1993 si laurea in Fashion Design alla St. Martin’s College of Art and Design. L’anno successivo crea la sua casa di moda e debutta sulla scena londinese – dominata da Alexander McQueen e John Galliano – con la collezione intitolata Buried dresses: abiti interrati nel suo giardino tre mesi prima della sfilata. Processi quali ossidazione, metamorfosi, mutamento, alterazione del tessuto fanno da subito parte della sua palette espressiva e lo collocano nella sfera degli artisti contemporanei più controversi, coraggiosi e caparbi.

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Husseyn Chalayan è un artista multimediale che si distingue dagli altri stilisti in quanto esplora media quali la scultura, il design o il cinema e li colloca direttamente in parallelo alle vicende politiche, sociali ed economiche attuali o che hanno marcato la sua infanzia. Le sue sfilate sono esperienze multi-sensoriali dove suoni, luci, proiezioni e sensori giocano un ruolo importante quanto il corpo stesso.

Gli abiti che crea non fanno venire voglia di essere portati, quanto piuttosto di farsi trasportare, viaggiare o essere spediti altrove, come dimostra Airmail dresses. La sua immaginazione e la sua visione della moda portano lo spettatore in una dimensione futurista, alla Kubrick per intenderci, dove più che in una mostra, sembra di essere in volo a bordo dell’astronave “Discovery”.

Le sue sfilate trasportano in una dimensione dove il senso di movimento e velocità rimandano al concetto di migrazione e di esilio, come risulta evidente in Aeroplane dress. L’abito è interamente realizzato in fibra di vetro e sia la forma che la materia rimandano alla struttura di un aeroplano, tema che spesso ritroviamo nelle collezioni e nei filmati dell’artista. Aeroplane dress è anche il titolo di un film in bianco e nero scritto e realizzato da Hussein Chalayan nel 1998 come forma di protesta verso il bombardamento dell’Iraq dello stesso anno.

La voce di un mu’azzin invita i mussulmani a pregare e allo stesso tempo si sovrappone con il taking off di un aereo. Il manichino che ruota su se stesso indossa una gonna aerodinamica, fatta di particelle che si aprono e chiudono a ritmi alternati e questa sequenza di movimento fa pensare al decollo e atterraggio di un aereo.

Come dice lo stesso Chalayan: “Il design è un desiderio o una maledizione che getta l’abito e chi lo indossa in una distorsione temporale attraverso periodi storici, come una caduta improvvisa attraverso il sedimento di un scavo archeologico” [1]

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La mostra al Musée Des Arts Décoratifs permette al visitatore di percorrere questo viaggio attraverso la creatività dell’artista. Al primo piano l’enfasi è data da temi quali la religione, la politica, la libertà, come vediamo chiaramente in Between (Primavera – Estate 1998), collezione che esplora in particolare il concetto di culto e di identità. Quello che è interresante non è vedere solamente il risultato finale, ovvero la sfilata, quanto piuttosto seguire da vicino il processo creativo che è alla base della collezione e che la crea.

Chalayan è un artista a tutto tondo che passa da schizzi a cortometraggi, a messe in scena e installazioni. In Between, ad esempio, esplora il concetto di culto e decostruisce il modo in cui definiamo il nostro territorio attraverso sistemi di credenze. Prima di presentare la collezione primavera-estate preparò una sorta di installazione su una spiaggia nel East Sussex dove propose a delle modelle nude, munite di corde e pali di delimitare il territorio circostante il loro corpo.

Attraverso questo studio, Chalayan mostra come il codice religioso può togliere identità a una persona. Lo stesso concetto viene poi ripreso on stage, dove si vedono modelle il cui capo è interamente coperto da strutture che assomigliano a delle capsule, una sorta di barriera tra il visto e il non visto, tra il capo e il resto del corpo, tra il nudo e il coperto; in questo modo l’artista mette in discussione la nozione di identità che può essere facilmente cancellata dall’occultamento del viso.

Husseyn Chalayan porta in scena modelle che indossano strutture simile a cornici riflettenti, che permettono allo spettatore di riflettersi e di riflettere, chiudendo la sfilata con sei modelle vestite con chador neri di varie lunghezze, la prima delle quali lascia la passerella completamente nuda, indossando solamente una piccola yashmak sul viso. Le altre invece indossano chador che nascondono sempre di più il loro corpo nudo. Chalayan non usa la nudità come una componente erotica, quello che fà invece è introdurre un’idea dell’alieno consentendo così all’intero corpo di diventare carica erotica.

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In Before minus now (Primavera – Estate 2000) l’artista si interessa a fenomeni quali magnetismo, espansione ed erosione e si concentra sulla metamorfosi che riesce a creare nuove forme e volumi. Sin dai suoi primi studi, Chalayan dimostra di collocarsi alla frontiera tra architettura, design e moda realizzando abiti in resina, fibra di vetro, carta, tyvek, legno, microchip.

L’artista crea e ricrea il dilemma del posto e della destinazione: delle tradizioni riconfigurate rispetto al mondo moderno, del corpo nei confronti della identità robotica, e infine dell’Est verso l’Ovest. I suoi lavori non sono il risultato di un collage, bensi fanno riferimento ad avvenimenti storici ben precisi, a concetti morali o a tradizioni che uniscono l’oriente e l’occidente, il mittente e il destinatario, come ad esempio in Airmail dresses. Se un vestito fosse solo un vestito e se non portasse in scena una storia, trasformandosi, cesserebbe di essere così accattivante.

Da bambino Hussein Chalayan sognava di diventare pilota. Il tavolo diventava una città, all’interno di essa una piccola striscia era adibita alla pista di decollo e atterraggio e i pezzi di carta piegati scrupolosamente assomigliavano ad aerei. Cartesia, (Autunno – Inverno 1994) è la sua prima collezione commerciale che allude agli aerei di carta che spediva da bambino.

Le prime prove sono in carta, ma le pieghe logorano la superficie, da cui quindi la necessità di lavorare con un materiale indistruttibile che Chalayan ritrova nel tyvek, una sorta di carta sintetica. Airmail dresses venne presentato a Parigi nel 1999, nello stesso luogo nel quale ora si sta svolgendo l’esposizione. L’artista presentò questa collezione di abiti in tyvek inseriti in una busta e pronti per essere spediti, alludendo quindi al concetto di contenuto-contenitore.

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In Panoramic (Autunno – Inverno 1998) Chalayan parte da una sequenza di fotografie di paesaggi che rende astratte a tal punto da rendere i luoghi irriconoscibili. Le immagini sono trasformate in immensi pixel colorati che raccontano un mondo fantastico. In questa cornice, lo stilista intende esplorare il linguaggio e i suoi limiti. La collezione porta in scena costumi etnici, uniformi, abiti ibridi che fanno mimetizzare l’individuo con i dintorni e che lo rendono anonimo.

Quale sensazione si proverebbe nel realizzare un’uniforme per celebrare un rito inventato e un vestito nazionale per un paese che non esiste? Panoramic è una sorta di filastrocca sulle vesti come rivendicazione territoriale, che ricorda tanto i racconti di Italo Calvino. Nuove identità (anche inesistenti) possono essere descritte e vestite, nuovi codici possono essere inventati, nuovi colori possono essere introdotti; siamo liberi di immaginare, la prospettiva è la nostra.

La sfilata si conclude con modelle che tengono in mano immensi cubi colorati che non sono altro che un richiamo diretto ai pixel come idea-madre di Panoramic. La parabola si chiude in maniera circolare: si parte dai pixel per approdare ai pixel. Tra tutte le sue collezioni, questa è la sola che contiene come citazione la conclusione del Trattato di Ludwig Wittgenstein: Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

Panoramic ha a che fare con i limiti della lingua, e quindi per lo stilista si tratta di privilegiare il visuale rispetto al verbale. Possiamo cercare di definire cose attraverso la lingua, ma l’interesse di Chalayan è quello di creare cose che non possono essere descritte.

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Al secondo piano il percorso si orienta piuttosto verso la tecnologia, il movimento del corpo e soprattuto il mutamento di certi capi, la loro funzionalità e il loro controllo da parte della persona che lo indossa. Un esempio particolarmente marcante è il remote control dress (esposto alla Judith Clark Costume Gallery nel 2002) fatto di resina e di fibra di vetro (come Aeroplane dress) che si trasforma al tocco di un telecomando. Tramite questo procedimento artificiale si arriva a una metamorfosi del corpo.

Tramite Genometrics, Chalayan si avvicina ai laboratori scientifici e analizza cromosomi e DNA attraverso un programma che sviluppa lui stesso. L’idea alla base è quella di studiare come diversi individui che vivono a Londra si ambientano alla vita della città a seconda della reazione del loro DNA al paesaggio sonoro londinese. Il programma inventato dall’artista stesso, permette di mappare sulla superficie di un abito ogni lettera della sequenza di DNA di una persona. Ciascuna lettera è in seguito parametrata per rispondere a una certa frequenza sonora. Quando l’abito è esposto a degli input sonori, genera dei volumi che sono poi “congelati” e riprodotti in materiali assomiglianti a tapezzerie. A partire da questo esperimento sonoro Chalayan tesse giubbotti scultorei, elmi assomiglianti a tappeti persiani, matasse di cotone.

Nelle sue creazioni, il movimento è incorporato nel materiale e nella struttura dei suoi abiti. C’è sempre un aspetto dinamico legato ai suoi abiti, ed è come se riuscisse a dare loro una vita propria e indipendente; come se riuscisse a collocarli nella giusta traiettoria. Quello che ne deriva è l’impressione che gli abiti siano arrivati attraverso qualcosa o che siano stati altrove prima di atterrare in scena. Nelle sue mani, gli abiti perdono la loro lunghezza, cambiano il loro volume, diventano superfici di proiezione e acquistano identità. Si ha l’impressione quindi che gli abiti funzionino anche senza il corpo, che siano indipendenti: dotati di batterie, circuiti integrati e di motori orientati capaci di dirigere e controllare minuziosamente ogni cambio.

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Cosa aspettarsi dalle sue prossime collezioni? Forse nel futuro saremo proiettati in un universo nel quale indosseremo vestiti elicottero dotati di micro-chip che adatteranno la densità del tessuto alla temperatura del corpo, oppure abiti che attraverso dei sensori reagiranno direttamente allo stato emotivo di chi li porterà. Per ora, se volete vedere la mostra, il consiglio è di prendere un aereo e coprirvi bene.


http://www.husseinchalayan.com/

http://www.lesartsdecoratifs.fr/

Note

[1] – the design is a wish or a curse that casts the garment and its wearer in a time warp through historical periods, like a sudden tumble through the sediment of an archaeological dig

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