Anche quest’anno Milano torna a parlare di design nella settimana più vivace e chiacchierata della stagione, Il Salone del Mobile. Qui il design si estende oltre il seminato di un pubblico ristretto per riscuotere curiosità e consensi più ampi, ma in attesa di sapere se anche quest’anno il Salone del Mobile sarà ancora una sorta di staffetta collettiva tra aperitivi e feste o se invece tutto si ridurrà a una dimensione sociale e culturale più autentica e riflessiva, Digimag è andata a cercare uno dei progetti forse più interessanti e innovativi della kermesse, che non si propone come evento effimero, ma tenta una riflessione nuova sul design e sulle sue contemporanee polimorfiche espressioni.

Inaugura infatti il 6 aprile RLD, ovvero la Repubblica Libera del Design. il Centre Culturel Français ospita sei allestimenti tra decorazione, ricerca e nuove estetiche, testimoniando ancora una volta la vocazione sociale e culturale della città interpretando con gusto e intelligenza i temi portanti della manifestazione.

A celebrare l’evento Federica Sala, insieme a Marie-Laure Jousset, curatrice del progetto che propone il design come configurazione di uno stato ideologico di ricerca, che attraversa i continenti e i paesi e riunisce individui mossi da una medesima volontà; per interrogarsi sui territori possibili del design. La mostra intende esplorare questi nuovi territori destinati a svilupparsi e diventare parte integrante delle pratiche progettuali dei prossimi anni. Constatando che il termine «design» rappresenta oggi un insieme molto ampio di professioni, di cui alcune del tutto nuove: graphic design, web design, food design, fashion design, sound design, garden design, la cui cartografia diventa ogni giorno sempre più vasta.

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Gli allestimenti in mostra interpretano appunto queste tendenze spingendosi ai confini di un’esperienza tutta basata sulla creatività, innovazione e ricerca.

Miriam Petruzzelli: Il design tra realtà e utopia, tra funzionalità ed estetica. Abbiamo chiesto a Federica Sala come si coniugano questi aspetti all’interno della RLD?

Federica Sala: Quando è nata l’idea della mostra da una parte ho percorso diverse strade attraverso il panorama della creatività francese cercando di poter presentare una selezione diversificata per stili e generi. Dall’altra ho cercato di segnalare alcuni dei nuovi approcci che si affacciano nel mondo del design. Tanti sono i progetti affascinanti che non sono esposti e che, chissà, potrebbero costituire un seguito della mostra. Il titolo scelto nasce proprio da questa dimensione di “work in progress” e vuole essere una sorta di manifesto in fieri in continuo movimento di quanto diversi sono i modi di confrontarsi alla realtà circostante.

Credo che fosse Enzo Mari a dire che il design è il prisma attraverso il quale guardare il mondo. All’interno dei progetti esposti c’è, ad esempio, un’installazione molto poetica di Arik Levy, costituita da un insieme di fonti luminose, tutte con una forma organica. Un progetto quindi di pura estetica eppure carico di emozioni e non meramente decorativo. Direi che in generale i progetti sono più delle porte d’accesso all’utopia, al sogno e al gioco che non orientati verso una dimensione di reale funzionalità.

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Forse perché per molti designer oggi questa è la vera funzionalità, apportare ciò che manca alla società, il meccanismo dell’oltre, del sogno, dell’apparentemente superfluo, necessario invece per suscitare sensazioni e riflessioni, molto spesso messe in secondo piano da un approccio esclusivamente basato sulla tecnologia e sull’innovazione.

Il progetto di Olivier Peyricot è a tal proposito una pura critica a un design basato sull’estetica del comfort, è una sorta di manifesto in cui il designer teorizza che il maggior comfort risiede nello stare bene con sé stessi e nel proprio ambiente, magari in totale nudità, piuttosto che nel circondarsi da oggetti che dovrebbero renderci tutto più semplice ma che poi ci complicano la vita.

Miriam Petruzzelli: Assolutamente d’accordo, ma quali sono allora le implicazioni, le connessioni o le opportunità concrete che questi progetti costituiscono in relazione al futuro verso cui tendono, oltre il design industriale?

Federica Sala: Un progetto che porta delle risposte concrete è sicuramente Ivy di Oriane Dambrune e Marion Excoffon, in quanto riesce a unire un’esigenza di funzionalità tipica del mondo contemporaneo, ovvero come nascondere la giungla di cavi elettrici che invade le nostre case ed i nostri uffici, trasformandola in un valore estetico grazie all’assimilazione di cavi e prese a un rampicante tropicale.

Un altro esempio può essere la collection Vynil ideata da Domestic: una serie di grafiche d’autore con cui personalizzare gli spazi di vita in modo estemporaneo e fresco. Un’alternativa alla tappezzeria vecchio stile, per quanto oggi tornata di moda, che gioca il suo potenziale sull’estemporaneo. Trovo che rappresenti bene l’evoluzione attuale del mondo, in continuo movimento di spazi come di pensiero. Le grafiche sono proposte secondo un modello ideato dal designer che le ha create ma sono poi suscettibili di ogni modificazione da parte di chi le utilizza…quindi il processo creativo continua e contagia.

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Miriam Petruzzelli: Un lavoro sempre più contaminato e in continua evoluzione. I lavori della RLD, degli allievi dell’Ensci ad esempio, ripropongono anche il tema del rapporto tra naturale e artificiale. In quale prospettiva e con quali esiti creativi a suo giudizio?

Federica Sala: Alcuni dei progetti degli allievi dell’Ensci mirano proprio a oltrepassare i limiti tra l’artificiale e il naturale, fondendo i due elementi insieme e nascono da approcci molto diversi. Ad esempio Forêt d’intérieur di Yoann Ollivier eVerena Augustin propone un ibrido tra il naturale valore aggiunto della natura alla vita quotidiana e la sua riproduzione artificiale. Diversamente Kaduc di Denis Pellerin cerca di ricreare artificialmente il naturale processo di spoliazione e germogliazione delle piante.

Miriam Petruzzelli: E infine, tornando al sogno, al gioco, all’utopia, quanto spazio hanno il gioco e l’ironia nei lavori presentati dalla RLD? Quanto le emozioni e quale importanza hanno tutti questi elementi nell’interaction design?

Federica Sala: Direi che la dimensione di gioco e quella dell’ironia sono proprie di alcuni designers più che di altri e all’interno della selezione proposta vi sono certamente alcuni progetti che ne sono profondamente permeati. In particolar modo Robin di Denis Pellerin, una piccola foglia in plastica pronta a divenire una sorta di protesi artificiale per piante, che hanno vissuto momenti migliori, ma anche pronta a invadere ogni sorta di oggetto grazie alla sua carica eversiva.

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L’arte digitale come l’interaction design sono pratiche che nascono del connubio di un grande supporto tecnologico poi trasformato in veicolo emozionale.

Electronic Shadow con Camera Oscura presentano un’installazione interamente interattiva ma completamente sensoriale. Allo stesso tempo il loro progetto cerca di tracciare un percorso futuro di domotica poetica cioè di tecnologia non pura ma trasformata in mezzo per rendere il nostro habitat un ricettacolo di emozioni. Il progetto teorizza degli ambienti neutri, scevri da mobili fortemente connotati nelle linee ma trasformati dal nostro vissuto emozionale e dalla nostra memoria. Uno spazio imperituro e permeato di sé capace di modificarsi in base al nostro stato d’animo.


www.lecentreculturelfrancaisdemilan.it

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