Apriamo con un assunto spiazzante dalla penna del critico d’arte giapponese Fumihiko Sumitomo:…l’esperienza della visita in un museo occidentale farebbe credere che, sia che il visitatore sia un artista o un mero osservatore, l’arte non abbia messo radici in Giappone. […] Seppure sarebbe più accurato dire che noi (Sumitomo si riferisce ai giapponesi) riconosciamo di fatto l’Arte come un genere autonomo che è stato importato dall’occidente e che, partendo da questa premessa, una sorta di dualismo si sia manifestato nella nostra cultura.[1]

Quella che potremmo definire “Industria della Cultura”, in Giappone, ha preso una direzione altra rispetto a quella a cui noi occidentali siamo abituati. Probabilmente la distinzione in categorie (arte, scienza, design) operata dagli occidentali, non segue gli stessi parametri adottati dal popolo nipponico. Un certo senso di straneamento spesso suscita il contatto con artefatti “Made in Japan” che possono a prima vista apparire familiari, ma che in realtà si rivelano essere tutt’altro.

Tra gli intellettuali impegnati a tracciare un percorso che accomuni il peculiare approccio degli autori Giapponesi alla new-media art, spiccano i nomi di Tomoe Moriyama [2] , Machiko Kusahara [3] e Hiroshi Yoshioka [4]. Mentre le prime due sono felici sostenitrici del contemporaneissimo “stile giapponese”, il terzo si dimostra più abrasivo nei giudizi e alla ricerca di autori socialmente e politicamente schierati.

numero67_ New media art 02

Al lettore più naïf ricordo che da questo momento in poi mi riferirò esclusivamente alla New Media Art e non all’arte contemporanea giapponese, che costituisce invece un ambito a parte. E’ importante considerare un ulteriore sottile distinguo: ciò che gli accademici occidentali definiscono come New Media Art, è riconosciuta in Giappone semplicemente come Media Art.

Secondo Machiko Kusahara, le radici della Device Art [5] possono essere rintracciate nel Dadaismo e nel Surrealismo. Azzarda inoltre una definizione: la Device Art è una forma di media art che raggruppa insieme arte, tecnologia, design, intrattenimento e cultura popolare. Altri aspetti distintivi della Device Art sono: un approccio disinibito verso gli strumenti tecnologici, una certa giocosità dei modi espressivi, un approccio multidisciplinare con tendenza all’ibridazione dei generi, il dislocamento dell’identità (del pezzo d’arte).

L’aspetto ultimo, il più intrigante, è che lo stesso oggetto è mostrato prima come “opera d’arte” e poi come “prodotto di consumo”, quindi lo possiamo incontrare in vari contesti (musei, gallerie d’arte e negozi tecnologici) con diverse “ambizioni”. In questo caso l’espressione “prodotto di consumo” non segue la categorizzazione di stampo capitalistico-occidentale.

Nell’ambito della Device Art l’oggetto esibito ha la funzione di “prototipo”: deve essere testato prima di passare in catena di montaggio. Questo è, ad esempio, l’iter seguito anche dall’ormai famosissimo Tenori-on [6] di Toshio Iwai [7] , ora in distribuzione presso il sito della Yamaha [8]e dai rivenditori autorizzati.

Una più approfondita analisi del rapporto fra Device Art ed il corpo umano è stata effettuata da Jun Rekimoto [9] , che qui nomino en passant visto lo spazio limitato a mia disposizione.

numero67_ New media art 03

Ma cosa significa esattamente Device Art? Cominciamo schematicamente con l’affermare che il termine device (dispositivo, congegno ma anche ordigno, artificio) solitamente indica uno strumento che serve ad ottenere un certo risultato all’interno di un processo.

Vorrei sottolineare il fatto che la Device Art spesso è costituita da oggetti che sono in grado di connettersi l’un l’altro sorpassando grandi distanze e di innescare una corrispondenza sentimentale fra i possessori degli oggetti stessi; per quanto curioso possa sembrare il funzionamento che sottende questi dispositivi, esso è assimibilie alle dinamiche proprie delle pratiche magiche.

Frazer (1998, p.43)[10] fa notare che credere nella telepatia e nella possibilità che cose e/o persone possano reciprocamente influenzarsi a distanza, sono i principi base su cui s’incardina il magico. Per Frazer il “selvaggio”, a differenza di suo “fratello civilizzato”, ha sempre creduto che si possano manipolare, attraverso la mente, fenomeni a distanza e che questi (il “selvaggio”) abbia agito nella propria vita seguendo tale intuizione  con una coerenza impeccabile. Il “selvaggio” è convinto non solo che le cerimonie magiche influenzino le persone e le cose a distanza, ma che anche i più semplici atti della vita quotidiana possano fare altrettanto.

Oggetti e sentimenti sono i soggetti della Device art e questi oggetti “speciali” sono strumenti per il controllo dell’umore. Marcel Mauss e Mircea Eliade hanno infatti sottolineato come sia tipico delle credenze magiche il conferire poteri speciali a determinati oggetti. Attraverso la manipolazione di oggetti che appartengono (o sono appartenuti) ad una persona è possibile influenzarne l’umore ed il suo stato mentale e/o fisico.

numero67_ New media art 04

Hideaki Ogawa [11] , laureato con dottorato di ricerca presso la prestigiosa KEIO University di Tokyo [12] , docente nel corso di Laurea Interface Culture a Linz [13], cofondatore e direttore artistico dello Studio h.o. a Tokyo (http://www.howeb.org/) [14], ricercatore presso l’Ars Electronica Future Lab [15] e membro del Device Art movent è, a mio avviso, uno di quegli autori rappresentativi dell’emblematico “dualismo” a cui accennava Sumitomo Fumihiko.

Hideaki Ogawa nel suo lavoro SmallConnection (2004) [16] [17] [18], produce una serie di strumenti sviluppati per rafforzare e conservare intime connessioni, relazioni a distanza. SmallConnetion è costituito infatti da quattro diversi “oggetti intelligenti” chiamati Air (aria), One (uno/l’unico, indivisibile), Anemo (anemometro) e Comado (letteralmente in giapponese sportellino/finestrella):

Air è costituito da due lampade di forma sferica. Si serve della luce come via di comunicazione ed è costituito da due lampade che si accendono quando vengono sfiorate, rendendo così visibile il momento in cui i partner di una coppia si stanno pensando.

One segue il medesimo principio utilizzato in Air. In questo caso si utilizza una reazione meccanica: quando la barra gialla presente al centro della semisfera viene premuta, dall’altro lato del pianeta, l’oggetto gemello reagisce estroflettendo un mandrino presente al suo interno. Il concetto è semplice: se un One ti è regalato dal tuo partner prima di intraprendere un lungo viaggio, ti consentirà di stare in contatto con lui in sua assenza grazie al sistema di force feedback. Una volta sistemato nella nuova dimora, se dovessi vedere la barra fare capolino dalla semisfera sarebbe sufficiente premerla a tua volta e il sistema di force feedback ti farebbe “sentire” il tuo fidanzato/a mentre tenta di sfiorarti dall’altro capo del mondo.

Anemo reagisce ai rumori prodotti dalla/e persona/e che si trovano nelle vicinanze. Anche in questo caso, l’oggetto gemello comincerà a far girare la sua elica, ovunque sia collocato nel mondo.

Infine, Comado è costruito sull’idea che vi siano piccole porticine che si aprono verso un’altra dimensione. Installata sul muro, questa piccola porta può essere aperta per sbirciare dentro l’appartamento dell’altro, visibile però solo se anche l’altra porta è stata aperta.

numero67_ New media art 05

Abbiamo avuto l’occasione e l’onore di intervistare proprio Hideaki Ogawa e di discutere con lui della sua produzione artistica, nonchè della teoria e della ricerca che ne sta alla base.

Mauro Arrighi: Vorrei che parlassi di SmallConnection. Perché hai scelto proprio questo titolo?

Hideaki Ogawa: Con SmallConnection volevo creare una nuova modalità di utilizzo per i recenti mezzi di comunicazione. Non ci sono molte teorie riguardo al come creare una semplice ma effettiva comunicazione in rete attraverso le interfacce utente tangibili. Quindi, ho scelto questo titolo che potesse rendere subito l’idea di ciò di cui il progetto trattava.

Mauro Arrighi: Qual è lo scopo di questo progetto?

Hideaki Ogawa: Il mio proposito era quello di creare uno scenario in cui sviluppare dei nuovi sistemi di comunicazione. Attraverso la realizzazione di semplici connessioni, la gente può ricevere e spedire emozioni anche a lunga distanza.

Mauro Arrighi: Pensi che ci sia una connessione emotiva fra strumenti tecnologici ed esseri umani?

Hideaki Ogawa: Gli strumenti di informazione sono differenti dagli strumenti tradizionali. I sistemi di telecomunicazione dovrebbero essere progettati tenendo conto del contesto nel quale l’utente è immerso. Come dire: sono architetture di esperienze, progetti per emozioni. Questo significa che, attraverso il design, noi possiamo sviluppare e migliorare le nostre vite. SmallConnection è un mezzo di comunicazione emotiva. I progettisti devono prendere in considerazione il contesto emotivo degli utenti per poter creare questi mezzi di comunicazione.

numero67_ New media art 06

Mauro Arrighi: Credi che gli strumenti tecnologici possano aiutare le gente a mantenere o rinforzare le proprie relazioni?

Hideaki Ogawa: Penso di si. SmallConnection è progettato tenendo presente il reale tessuto di relazioni fra le persone. Se non ci fosse nessuna comunicazione pregressa fra due persone (la coppia), il significato non verrebbe compreso poiché il messaggio inviato è veramente semplice. Credo che, proprio in virtù del fatto che la comunicazione sia così “primitiva”, sia possibile scambiarsi vere emozioni.

Mauro Arrighi: C’è qualche relazione fra Scintosimo e la tua produzione in generale, ed in particolare con quest’opera?

Hideaki Ogawa: In SmallConnection, gli strumenti non sono solo mezzi di comunicazione. Questo dipende dall’idea che tutte le cose, gli oggetti, hanno una propria mente e contengono il divino a livello metafisico. Quindi potrebbe essere che io abbia inventato SmallConnection per “installare” unintelligenza all’interno degli oggetti.

Mauro Arrighi: Tutto questo ha a che fare con gli elementi paradigmatici della cultura tradizionale giapponese, come iki, ma, tama, ara, e niki?

Hideaki Ogawa: Sicuramente, quando ho immaginato questa particolare forma di comunicazione, ho considerato come potessi impiegare il concetto di “aria”. Questo potrebbe essere accomunato al concetto di ma.

Mauro Arrighi: I tuoi oggetti possiedono poteri magici?

Hideaki Ogawa: Non li creo come oggetti magici.

numero67_ New media art 07

Mauro Arrighi: Come percepisci la tecnologia?

Hideaki Ogawa: La tecnologia è inarrestabile. Le nostre vite ed il nostro modo di pensare si sviluppano seguendo le tecnologie. Innanzitutto: i cellulari cambiarono le nostre relazioni interpersonali radicalmente, questo è avvenuto in solo dieci anni. In particolare dovremmo considerare quelli che sono i probelmi derivanti dall’impiego delle tecnologie legate alle telecomunicazioni, come anche le possibilità che queste aprono.

In futuro la telepatia potrebbe essere realizzata prima che noi si immagini. In effetti, SmallConnection è stato progettatato per un mondo dove le comunicazioni telepatiche sono già state rese possibili. Gli oggetti possono essere un muro fra una mente ed un’altra; noi dovremmo mantenere questo muro. Questo era il mio messaggio segreto, nascosto in questo progetto.

Mauro Arrighi: Cosa pensi sia “naturale” e “non-naturale” (artificiale) nella tua ricerca?

Hideaki Ogawa: “Naturale” sono gli avvenimenti e racconti. “Innaturale” è l’altro rispetto al naturale.

Mauro Arrighi: Tu credi ci sia differenza fra arte e design, più precisamente fra artisti e designer?

Hideaki Ogawa: Il design è legato alle esigenze di mercato; l’arte scaturisce dalla mente dell’artista, come forma di comunicazione.

numero67_ New media art 08

Come possiamo quindi dedurre dalle parole di Hideaki Ogawa, gli artisti giapponesi operanti nell’ambito della Device Art assegnano un valore molto alto agli oggetti incontrati nello scenario della vita quotidiana, valorizzandoli come “strumenti emotivi”. L’aspetto più potente di questo approccio, è dato dal fatto che le opere si comportano come una sorta di membrana che funge da ponte fra il sacro e la vita mondana, il pubblico ed il privato.

La ricerca di Hideaki Ogawa si basa sull’idea che tutte le cose (in particolare gli strumenti tecnologici all’interno dei mezzi di comunicazione) siano senzienti: essi (gli oggetti) hanno effettivamente una “sensibilità” e sono tutti collegati l’uno con l’altro. Anche se Ogawa non fa riferimento a forze ultraterrene, egli allude al concetto di ma nelle sue opere: ma è una parola giapponese che esprime l’idea di uno “spazio negativo”, il divario, la pausa temporale così come la “pausa fra le cose“.

E’ in virtù di questo spazio silente che abbraccia tutto il creato che è possibile agire a distanza. Le tecnologie di telecomunicazione globale sembrano, dal punto di vista tradizionale giapponese, una manifestazione del concetto stesso di ma. Ogawa ha a che fare con strumenti che aiutano a comunicare a distanza, ad essere connessi emotivamente e iI suo lavoro sembra inverare uno dei paradigmi delle “tre leggi della magia simpatica”, uno dei processi descritti da Marcel Mauss nel suo Teoria generale della magia ed in Sociologia ed Antropologia: la legge di contiguità.

Fare uso di abiti, oggetti o cibo che siano stati in contatto con la persona amata per modificarne a distanza lo stato psicofisico è una pratica che appartiene alla magia. Lo sciamano non prende in considerazione solo gli oggetti: gli effetti nell’applicare la legge di contiguità si manifestano anche  quando si praticano rituali basati sul processo di identificazione della parte per il tutto, come nei rituali che fanno uso di parti organiche degli esseri umani come denti, saliva e capelli, ma anche utilizzare le impronte serve allo stesso scopo.

numero67_ New media art 09

Marcel Mauss[19] si concentra sul fatto che lo scambio di oggetti tra persone vada a costruire una rete di relazioni tra i partecipanti allo scambio.Egli per lo più intende l’oggetto dato come dono; dal suo punto di vista, la connessione tra il donatore ed il ricevente, scaturisce da una sorta di potere magico e quindi, l’atto di donare si sovrappone al rituale. “Gli oggetti non sono mai completamente separati dagli uomini che li scambiano” (Mauss 1990, p.31) [20]. Ciò significa che, quando qualcuno va a regalare o scambiare un oggetto a lui/lei precedentemente appartenuto, è una parte della persona stessa che viene data in dono all’altro/a.

Questo è un processo che sembra essere ben rappresentato in molte opere realizzate dai Device artists e può essere indicato quale uno dei motivi principali per cui gli artisti giapponesi che si occupano di arte elettronica appaiono così unici allo sguardo di noi occidentali.


http://www.howeb.org/

http://www.flickr.com/photos/hdoto/

Note:

[1] – Fumihiko Sumitomo. “Dear PB”. In Philip Brophy rapt! 20 contemporary artists from Japan. Catalogo. The Japan Foundation, 2007. Traduzione dall’Inglese di Mauro Arrighi (2011).

[2] – Hasegawa, Y., Seki, A., Moriyama, T., Namba, S., Mori, C., e Chaira, T. (2007). Space for Your Future (Recombining the DNA of Art and Design). INAX Publishing.

[3] – Kusahara, M. Device Art: A New Approach in Understanding Japanese Contemporary Media Art in Grau, O. (2007). Media Art Histories. The MIT Press.

[4] – Sommerer, C., Mignonneau, L., and King, D. (2008). Interface Cultures: Artistic Aspects of Interaction Culture and Media Theory. Transcript Verlag. http://www.bun.kyoto-u.ac.jp/~yoshioka/

[5] – Kusahara, M. Device Art: A New Form of Media Art from a Japanese Perspective.http://www.intelligentagent.com/archive/Vol6_No2_pacific_rim_kusahara.htm

[6] – http://www.youtube.com/watch?v=GE-lJzKIzDE&feature=related

[7] – http://iwaisanchi.exblog.jp/

[8] – http://www.global.yamaha.com/tenori-on/

[9] – Rekimoto, J. (2008). Organic Interaction Technologies: From Stone to Skin. ACM. http://www.organicui.org/?page_id=37

[10] – Frazer, J.G. (1998). The Golden Bough: A Study in Magic and Religion. Oxford University Press.

[11] – Per maggiori informazioni riguardo Hideaki Ogawa riferirsi a: http://www.howeb.org/ ; http://www.youtube.com/watch?v=WqQuM-Es5vQ

[12] – http://www.keio.ac.jp/

[13] – http://www.interface.ufg.ac.at/

[14] – http://www.howeb.org/

[15] – http://new.aec.at/futurelab/en/about/

[16] – http://www.howeb.org/e/works/SmallConnection.html

[17] – http://www.flickr.com/photos/hdoto/sets/72157625720217714/

[18] – http://www.youtube.com/watch?v=4SyAWyfWhAk&feature=player_embedded

[19]Il saggio di Mauss era originariamente intitolato “Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques” ed era stato pubblicato in Année Sociologique nel 1923–1924. Il saggio fu poi ripubblicato in Inglese in due diverse edizoni tradotte: la prima a cura di Ian Cunnison, apparsa nel 1954; la seconda di W.D. Halls, edita nel 1990.

[20] – Mauss, M. 1990 (1922). The Gift: forms and functions of exchange in archaic societies. London: Routledge. Traduzione dall’Inglese di Mauro Arrighi (2011).

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn