E’ due mesi che sono arrivata a Copenhagen e ancora non ho visto niente. Niente musei o esibizioni e non perché Copenhagen sia sconfinata o manchino i trasporti pubblici, stiamo parlando dell’efficientissima capitale dell’efficientissima Danimarca, ma perché passo la stragrande maggioranza del mio tempo a scuola.

Il Copenhagen Institute of Interaction Design (CIID) è un progetto recentemente fondato da Simona Maschi e Heather Martin. In collaborazione con la Danish Design School (DKDS), il CIID mette a disposizione di un numero molto limitato di studenti un Master intensivo di un anno in Interaction Design. L’attività educativa è al suo secondo anno di vita ed è affiancata da un laboratorio di ricerca e da una consultancy che si rivolge in aziende private. Il programma è collegato infatti a da diverse aziende che collaborano con gli studenti fornendo brief di ricerca radicati nella realtà del mercato.

Il programma educativo è semplicemente risucchiante. Spendo a scuola una media di 10 ore al giorno, come i miei compagni. Il CIID è esattamente il posto in cui voglio essere e quello che studio è esattamente quello che mi interessa. E la passione è palpabile, l’entusiasmo è condiviso sia con gli altri studenti che con lo staff.

Il CIID fornisce un’educazione che non può essere definita accademica. Le tre anime della scuola: ricerca, consultancy ed il programma di Master convergono alla creazione di una filosofia e di un approccio unici. Il mondo in cui viviamo è un sistema complesso in cui economie e società diverse e lontane coesistono in una relazione di stretta interdipendenza. Il Design si espande e si appropria di prospettive differenti per poter comprendere questa nuova complessità: dal macro al micro, dai sistemi economici alle nanotecnologie, diverse conoscenze in diversi campi sono necessarie per realizzare prodotti, servizi e software efficaci. 

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La tecnologia è penetrata non solo nella vita di ogni giorno con una nuova profondità ma all’interno delle relazioni sociali, degli oggetti e dei sistemi. Gli oggetti sono connessi fra loro: hardware e software integrati, dispositivi mobili e connessioni veloci permettono l’emergere dell’internet delle cose.

In questo nuovo scenario, qual’è l’approccio che deve avere un designer e, di conseguenza, come deve essere impostato l’offerta educativa? “Il nostro obbiettivo – ci dice Simona Maschi – è creare un ambiente multiculturale e multidisciplinare in cui gli studenti, gli insegnanti e lo staff possano lavorare insieme per co-creare un nuovo tipo di educazione che sia rilevante sia per il mondo accademico che per l’industria”. Il poter lavorare e studiare fianco a fianco con persone provenienti da luoghi diversi e con background diversi è un’opportunità e più di tutto, diventa una necessità.

Facciamo un esempio pratico: immaginate la vostra nuova lavatrice, è ecologica, ha dei sensori e dei chip integrati che comunicano con un server remoto, il server colleziona i dati e li organizza permettendo ad un’applicazione installata sul vostro cellulare di visualizzare i dati relativi al consumo energetico. E magari l’applicazione è in grado di darvi consigli su come risparmiare energia e quindi denaro. E magari vivete in India. Per poter progettare un prodotto del genere occorre una gamma di conoscenze differenti. Sicuramente bisogna capire quali tecnologie è necessario utilizzare e/o implementare per la lavatrice (meccanica e elettronica), per i sensori (elettronica), per il software (computer science); è necessario disegnare la lavatrice (industrial design) come è necessario implementare un’interfaccia che permetta un’interazione intuitiva, sia con l’applicazione che con la lavatrice stessa (interface design, usabilità, psicologia). E’ necessario capire come risparmiare energia e quindi denaro, come collegare insieme i diverse elementi del sistema, bisogna quindi comprendere i problemi economici e ambientali collegati. Non si tratta solo di progettare una lavatrice ma di analizzare il sistema sotteso in profondità dal punto di vista economico, ambientale e di marketing: si tratta di progettare qualcosa che assomiglia di più ad un servizio.

E per fare questo è necessaria la collaborazione. E’ impossibile pensare di riuscire a conoscere tutto il sistema completamente; è molto più probabile che ci sia il bisogno di consultare esperti in diverse discipline. Di nuovo, è necessario passare dal macro al micro, dalla psicologia all’ambiente passando attraverso le tecnologie e proiettandosi in scenari futuri. La base di tutto è l’innovazione, ma l’innovazione non è intesa come fine a se stessa, ma come il prodotto dell’analisi dei bisogni insoddisfatti degli utenti. E’ l’utente appunto che sta al centro dell’attenzione e che viene coinvolto nel processo di progettazione (user-centered design). 

 

Francois Jegou è un designer francese che ha lavorato per 20 anni nel campo dell’innovazione, Jegou ha collaborato con l’Unione Europea in vari progetti sulla sostenibilità ed insegna in diverse università, fra cui il Politecnico di Milano. Jegou ha tenuto una delle lecture che sono organizzate al CIID su base settimanale. Il designer è, secondo la visione di Jegou, un facilitatore di processi già in corso. Sono gli utenti che, attraverso l’espressione esaustiva dei propri bisogni, permettono al designer di capire qual’è il percorso giusto da seguire nel progettare un oggetto o un servizio. Le persone sono più sagge di quello che ci si aspetta e spesso gestiscono i piccoli problemi della vita di ogni giorno in modo creativo, inventando le proprie soluzioni. E’ da qui che il lavoro del designer può partire, riconoscendo gli spunti e sviluppandoli per generare idee davvero radicate nella realtà e davvero utili, nel senso piu vasto del termine.

Lo sguardo del designer deve essere abbastanza aperto da poter cogliere i giusti indizi, e abbastanza esperto da poterli trasformare in prodotti e servizi. Il CIID parte da questi presupposti per insegnare agli studenti ad applicare la tecnologia alla vita di tutti i giorni: “Crediamo in un approccio pratico e user-centered.”

Il Copenhagen Institute of Interaction Design (CIID) porta avanti questo approccio attraverso la collaborazione con esperti di settore. La qualità degli insegnanti che sono coinvolti è impressionante: Bill Moggridge, Bill Verplank, Ezio Manzini, Massimo Banzi, Dennis Paul e Patrick Kochlik di The Product (http://www.the-product.org/) sono solo alcuni esempi. Accanto ad un insegnamento “verticale” viene incoraggiato l’apprendimento peer-to-peer, in cui ogni studente mette a disposizione le proprie peculiari conoscenze per il beneficio del gruppo.

Le classe si articolano veloci e richiedono un impegno costante da parte nostra. Ogni settimana c’è un nuovo progetto da sviluppare, nuove idee, nuovo lavoro. Ogni settimana poi, una lettura data dal professore di turno o da esperti di passaggio nella ventosa Copenhagen.

Il programma dell’anno si articola in tre periodi: Computational design, Video prototyping e phisical computing vengono insegnati nel primo periodo in workshop di una o due settimane. La programmazione con Processing, Flash e Arduino, come il video, vengono esplorati come strumenti di sketching: essenziale è l’essere capaci di generare prototipi parzialmente funzionanti che permettano di confrontarsi con le idee generate, acquisire feedback dagli utenti e presentare i progetti. 

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La seconda parte è invece dedicata ad investigazioni più profonde: Graphic User Interface, Tangible User Interface e Service Design sono le tematiche affrontate. L’ultima parte dell’anno, che comprende anche tutto il periodo estivo, è dedicata infine alle tesi, progetti che verranno poi esposti al Museo di Design Danese. Durante il periodo di tesi, alcune settimane sono dedicate a progetti portati avanti insieme ad aziende quali Nokia e Intel. Il lavoro si articola su base settimanale e il corso prevede l’organizzazione di esposizioni durante tutto l’anno per mostrare i progetti realizzati dagli studenti.

Tutto questo, l’ambiente di lavoro, la struttura e l’organizzazione del Master, convergono a generare energia creativa. Siamo 21 studenti provenienti da 10 paesi diversi: i diversi punti di vista apportati da ogni singola mente convergono nel generare idee. Quello che possiamo imparare gli uni dagli altri è moltissimo e quello che possiamo costruire e progettare insieme non ha limite. Io sono e rimarrò felicemente reclusa e decisamente sovreccitata.


http://ciid.dk/

http://dkds.ciid.dk/

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