I lenti mutamenti in atto all’interno delle nostre città sono sotto gli occhi dei cittadini più attenti, quelli soprattutto che non sono abituati a lamentarsi solo della nuova telecamera che impedisce il passaggio al centro storico, o del traffico imperante e dell’aria malsana o dei cartelloni pubblicitari che coprono le facciate dei vetusti palazzi dei nostri viali.

I mutamenti di cui parlo sono quelle piccole scintille di multimedialità che iniziano a far parte del paesaggio urbano che ci circonda: schermi digitali disposti nei luoghi di massimo passaggio (stazioni, piazze e aeroporti), vetrine di negozi interattive, proiezioni pubbliche, cartelloni pubblicitari multimediali sono elementi di cui si sente sempre più parlare e che incuriosiscono al pari delle ultime scoperte nel campo della sempre presente demotica.

Certo, i contenuti, il messaggio, la visualizzazione di informazioni che potrebbero essere convogliati attraverso questi sistemi digitali sono ben lontani ancora da un lato dalle situazioni apocalittiche alla Blade Runner (o alla Nirvana di Salvatores, per rendere omaggio a un prodotto nostrano un po’ sottovalutato) e dall’altro dalla più semplice ri-contestualizzazione degli spazi pubblici e del consueto paesaggio urbano, per una possibile nuova forma di esperienza emozionale con gli ambienti e le inter-relazioni di cui siamo soliti fare esperienza.

Ben lungi dall’affrontare in un unico articolo una tematica complessa sulla quale esperti molto più “esperti” di me ancora si combattono e discutono, mi limito ad osservare come se da un lato vengono osannati dai media quel ristretto numero di architettetti che utilizzano le tecnologie digitali come mero strumento computazionale che consente loro arditi calcoli architettonici, dall’altro godono forse un minor appeal quegli studi di design/architettura che interpretano il termine Meta Design o Media Architecture nel senso più letterale del termine. Al fianco quindi delle star come Zaha Hadid, Nox, Libeskind, Koohlhas in grado di stupire e affascinare con le loro forme e i loro progetti (si legga a tal proposito l’interessantissimo saggio di Maria Luisa Palombo – Nuovi Ventri e in generale molti libri della collana Universale di Architettura), esistono studi e realtà come Lab[Au] che lavorano maggiormente sul concetto di architettura come strumento per la rivisitazione dello spazio, di fruizione e visualizzazione della rete urbana dell’informazione, di mezzo artistico per una serie di nuove esperienze emotive che siano in grado di mettere in correlazione persone e oggetti, conoscenza ed emozioni.

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Il discorso è ovviamente molto lungo e complesso, la cui analisi ho già cercato di iniziare su DigiMag in alcuni articoli precedenti e che sicuramente cercherò di proseguire in futuro. Per il momento preferisco fermarmi e ascoltare cosa ha da raccontarmi Manuel Abendroth di LAb[Au], collettivo che vive e lavora a Bruxxel a stretto contatto con le attività del loro spazio espositivo, la Galleria Media Ruimte. Molti i progetti sviluppati dal collettivo belga nelle direzioni sopra descritte: dalle installazioni interattive come Touch, legata al recente progetto di urban architecture per le Dexia Tower, 12m4s e i-skin, all’operazione collettiva di performances audiovisive Liquid Space e al progetto di danza multimediale Men in e.Space, fino ad arrivare ai progetti installativi come PixFlow e EOD02,

Marco Mancuso: Iniziamo parlando dell’attività di Lab[Au]. Come e quando avete iniziato, come funziona la galleria, quali sono le vostre attività del vostro studio e come lavorate con progetti speciali dal vivo o collaborazione con altri artisti audiovisivi e performers?

Manuel Abendroth: Sin dalla sua fondazione nel 1997 LAb[Au], laboratorio per l’architettura e l’urbanismo, esplora il design digitale focalizzandosi su come le tecnologie della computazione, della comunicazione e dell’immagazzinamento, trasformano la costruzione dello spazio; si tratta del livello della sua percezione, della concezione e del significato. In funzione di questo, i progetti di Lab[Au] spaziano dai progetti sperimentali a quelli di laboratorio a quelli legati alla produzione (bau=costruzione). Inoltre, attraverso il principio di un’agenzia di collaborazione LAb[Au] esplora l’analisi di una nuova disciplina, il Meta Design, rivolto alle modalità delle tecnologie digitali.

A partire da questo punto di vista LAb[Au] insegue i progetti delle avanguardie del 20imo secolo e come suggerisce il nome stesso della nostra agenzia, soprattutto quello del Bauhaus. A partire dalle avanguardie tecnologiche, nuovi codici (semantici) e metodi (pratica) appaiono spesso rivelati dal termine che è spesso usato per identificarli, come per esempio la parola “design” che è nata all’inizio del secolo scorso in accordo all’evoluzione della società da pre-industriale a industriale. L’emergenza del concetto di “design” attorno al Bauhaus aveva l’intenzione dichiarata di qualificare le tematiche artistiche in relazione ai cambiamenti tecnologici allo scopo di re-introdurli nel concetto di arte. Ma il termine stesso “design” è evoluto, come del resto la tecnologia, dall’industrial design al design della comunicazione, al design di sistema, ecc. Da questa prospettiva, la rivoluzione industriale si lega al design, l’area post-industriale al design della comunicazione e la rivoluzione dell’informazione al sistema del design di processo, o come lo chiamiamo ora, al Meta Design. Tutti questi elementi sono basati su una domanda comune: come le tecnologie danno forma alle estetiche del loro tempo, come influenzano le pratiche artistiche e l’intera concezione /produzione /significato di artefatti.

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Così come gli esempi citati rendono evidente che queste domande non sono specifici di una singola disciplina artistica ma le influenzano tutte contemporaneamente, al contempo consideriamo il concetto di agenzia collaborativi come una possibile via per attraversare le differenti esperienze e per analizzare queste domande da differenti punti di vista. Il background di LAb [Au] è l’architettura, ma le domande circa lo “spazio” non riguardano più esclusivamente gli architetti: per questo motivo noi esploriamo differenti discipline e apriamo collaborazione tra differenti discipline artistiche allo scopo proprio di analizzare il tema della trasformazione al concetto di spazio da differenti punti di vista. Ma tutto il nostro lavoro segue la medesima metodologia di design, che noi definiamo come “design del parametro”, poiché tendiamo a lavorare su un campo teorico sulla definizione di una disciplina, il Meta Design.

Allo scopo di esaminare ed esplorare tutti i differenti aspetto del Meta Design inclusa la ricerca, la produzione e lo sviluppo, abbiamo sentito la necessità di stabilire uno spazio per sperimentare e condividere esperienze con altri artisti. Per cui abbiamo fondato nel 2003 la nostra galleria focalizzata sull’arte digitale, l’architettura, il design e la musica, chiamata Media Ruite. Tutti questi differenti aspetti definiscono oggi LAb[Au] come un gruppo di arte digitale, architettura e design, un laboratorio di ricerca e una piattaforma per il design digitale.

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Marco Mancuso: Come programmate l’attività della vostra galleria a Bruxxel? Come pensate che dovrebbe lavorare una moderna galleria oggi e come interagite con lo spazio a vostra disposizione, quali sono le tipologie di artisti e le discipline più interessanti per voi e come vi relazionate con il mercato dell’arte contemporanea?

Manuel Abendroth: MediaRuimte [ 01t XYZ ] è una piattaforma per il design digitale che è nata 4 anni fa con un programma che si focalizzasse sul medium digitale e le sue molteplici forme di espressione come: MR+ ( MediaRuimte abbreviazione di MR., che significa ‘Mister’ ) .xpo, .ini, .wav, .txt, .www, .tmp e .exe. Noi seguiamo un programma che si focalizza sul digital design e ospitiamo una serie di attività che spaziano dalle esibizioni ( ‘MR.xpo’ ), alle presentazioni di artisti ( ‘MR.ini’ ), alle perfomances audiovisive ( ‘MR.wav’ ), alle conferenze ( ‘MR.txt’ ), agli studi online ( ‘MR.www’ ), alle residenze d’artista ( ‘MR.tmp’ ) ai workshops ( ‘MR.exe’ ). L’intenzione di LAb[Au] consiste nella creazione di una piattaforma sperimentale fatta da artisti per gli artisti, dove esperienze e scambi sono condivisi con il pubblico. Vengono esplorati nuovi format di presentazione rivolti all’arte digitale e ogni artista invitato è incoraggiato a esplorare le modalità del suo lavoro attraverso esprimenti dal vivo e sviluppi site-specific. Media Ruimte è quindi tanto una piattaforma di presentazione e creazione quanto un luogo per sperimentare e attraversare differenti pratiche artistiche.

Io penso che una delle specificità della nostra galleria sia proprio il suo focus sull’arte digitale escludendo la multi-media art o quegli artisti che sostituiscono totalmente le tecnologie tradizionali con il computer. Per esempio uno può comporre musica con o senza computer ma c’è un tipo molto particolare di musica che non può essere composta senza computer come per esempio la musica algoritmica, generativa, interattiva e programmata. Ecco, noi seguiamo lo stesso criterio con il design, l’arte, l’architettura…per noi è importante seguire questa distinzione allo scopo di esplorare il digital design e le sue modalità di presentazione e produzione. Media Ruimte è uno spazio per la sperimentazione e lo sviluppo di progetti che invitino gli artisti a ricercare e osservare nuovi aspetti del design. Essi possono rivelare un’altra specificità del nostro spazio, e cioè che ci sono pochi spazi dove gli artisti digitali possono sperimentare, sviluppare e condividere: quindi Media Ruimte agisce anche a livello comunitario. Tutti queste aspetti differenziano Media Ruimte dalle tradizionali gallerie d’arte e dal mercato dell’arte. Naturalmente Media Ruimte non è mai stata concepita per essere una galleria commerciale ma è comunque basata su fondi pubblici e su investimenti dello stesso LAb[Au].

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Marco Mancuso: La vostra attività artistica è varia e differente. Siete coinvolti in progetti di interaction design e in istallazioni di varia natura, ma anche in spettacoli audiovisivi dal vivo e in performance di danza come per esempio per il Todaysart festival. Quindi, come decidete di lavorare in una direzione piuttosto che in un’altra e quale è l’attitudine che vi guida? Pensate inoltre che esista una sorta di “fil rouge” che connette tutti i vostri lavori e le vostre differenti attitudini artistiche?

Manuel Abendroth: Sono consapevole che a una prima occhiata la nostra attività appaia eterogenea, implicando differenti discipline artistiche e formati come per esempio le produzioni audiovisive, la danza, la moda, il graphic design, l’architettura e l’urbanismo. Ma a uno sguardo più attento, si nota sicuramente un approccio metodologico e continuo. Da un lato tutti i nostri progetti sono basati sulla domanda di come le tecnologie digitali trasformano la nostra percezione e comprensione dello spazio, e questo coincide con le domande più attuali dell’architettura riguardo l’interattività, l’immersione, l’information architecture. Dall’altra il nostro lavoro è interamente basato su una vera e propria filosofia di design che è appunto il Meta Design. Da un punto di vista etimologico, questo termine combina due significati: quello di Meta e quello di Design, entrambi molto connotati sia nel campo della scienza dei computer che in quello dell’estetica. Nel campo dei computer “meta” descrive il tipo di informazione necessaria a istruire qualsiasi tipo di comunicazione o di processo computazionale, definendo i suoi parametri spaziali, morfologici o semantici. Quindi esso definisce il modo in cui i dati binari sono processati sotto forma di testo e grafica o altro tipo di informazione. In breve esso descrive una gerarchia di informazioni superiore; è informazione dell’informazione. Da questo punto di vista l’uso della parola “meta” nella definizione di un approccio metodologico si focalizza sui parametri con cui l’informazione struttura la sua stessa architettura. Inoltre, esso rivela che le tecnologie di processamento delle informazioni istruiscono il loro stesso linguaggio ed estetica, che le differenzia dalle altre pratiche artistiche. Invece, l’uso del termine “sign” basato sul significato latino “signare”, cioè distinto da un “segno”, è basato soprattutto sul suo significato culturale e storico. Durante il periodo del Bauhaus, El Lissitzky utilizzo il termine per identificare e individuare un nuovo approccio artistico in accordo all’era della macchina. E lontano dall’essere una pura riflessione estetica, esso era basato sulla necessità di ri-articolare la pratica artista in accordo alle trasformazioni in corso da un punto di vista sociale, politico e tecnologico.

La combinazione delle due parole “meta” e “sign” in un singolo costrutto è qualcosa che si lega come detto a un generale significato tecnologico, semantico e culturale che riflette lo stato contemporaneo della produzione di artefatti. In accordo a questo, il Meta Design può essere definito come una pratica correlata alle logiche della computazione e delle tecnologie della comunicazione nella visualizzazione e formalizzazione di processi di inFORMAzione in costrutti testuali, grafici e spaziali.

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Marco Mancuso: Avete mai avuto l’occasione di lavorare in spazi pubblici, con installazioni urbane audiovisive e con progetti di interaction media design? Potete dirmi qualcosa in più del progetto alle Dexia Tower di Bruxxels?

Manuel Abendroth: La maggior parte dei nostri lavori recenti sono installazioni urbane interattive e si occupano di interventi nell’ambito dell’architettura. Uno di questi progetti è “touch” che è senza alcun dubbio il progetto più ambizioso da sperimentare su larga scala, un grattacielo altro 145 metri nel centro città di Bruxxels. L’interfaccia in tempo reale situata di fronte al grattacielo include un touch screen multi-tracking che consente ai cittadini di interagire con l’illuminazione della torre, 4200 finestre illuminate singolarmente da led RGB, scegliendo un colore e componendo punti (le singole finestre), linee (gli angoli del palazzo) e superfici (le facciate del palazzo). Questa interazione non è solo un device divertente tanto per creare un’attrazione, ma è proprio il coinvolgimento delle persone nell’architettura, negli spazi pubblici e nell’immagine della città. Per questa ragione è stato importante per noi che le persone potessero scattare delle fotografie che mostrassero le loro creazioni in forma di cartoline elettroniche che potessero essere spedite come auguri di buon anno. L’intero progetto, la catena della comunicazione, crea uno scambio tra individui e spazi pubblici, la sfera pubblica, mostrano le tecnologie IC, i suoi processi e le sue logiche, per creare una nuova e contemporanea forma di artefatti urbani.

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Marco Mancuso: Sono personalmente molto attratto dalla vostra attività di designers e architetti impegnati a ri-progettare il paesaggio urbano delle città nelle quali viviamo grazie all’uso delle tecnologie digitali. Cosa pensate quindi del futuro della media architecture e quale è la vostra idea delle installazioni pubbliche come quelle viste al Todaysart per esempio? Come i media possono lavorare per modificare la percezione delle nostre megalopoli e quali sono le differenze tra voi e gli architetti che lavorano con il digitale in chiave procedurale come Zaha Hadid, Nox, Libeskind, Koohlhas e altri?

Manuel Abendroth: Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima metterci d’accordo sulla definizione di “architettura”. Dal nostro punto di vista l’architettura e l’urbanismo sono strutturali e funzionali, coinvolte nell’organizzazione spaziale e temporale delle strutture sociali, economiche e politiche attraverso le quali sono in grado di costituire un sistema semantico di segni e codici. Tutti questi aspetti ne danno una definizione di discipline dell’organizzazione che processano, analizzano e strutturano i dati all’interno dei costrutti spaziali.

In questa relazione i nuovi media e il digital design saranno sempre più parte della costruzione dello spazio e dell’architettura nella vita di tutti i giorni, uno stato di fatto la cui concezione include i temi dell’interaction design, dello sviluppo di interfacce e softwares, dell’architettura dell’informazione. Questi elementi giocheranno un ruolo sempre maggiore nel design e nell’architettura di domani: per esempio il progetto “Touch” è stato possibile solo grazie al nostro hardware, il touch-screen 1.8 x 0.8 e allo sviluppo del nostro software. Tutto questo ci consente inoltre di adattare il progetto a un utilizzo esterno e urbano e di spostarne lo sviluppo da un semplice device tecnologico a vero e proprio progetto di padiglione urbano illuminato.

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Al giorno d’oggi ci sono molti progetti interessanti e team di design che esplorano le nuove tecnologie nell’ambito dell’architettura e dell’urbanismo, incluso il design interattivo e generativo, i nuovi canali di comunicazione e gli smart materials. Ma la maggior parte delle proposte interessanti non sono realizzate in veri e propri studi di architettura, poiché essi non investigano queste tecnologie a un livello concettuale e tecnologico, quanto come un elemento aggiunto inserito nel design e nell’architettura tradizionale che nella maggior parte dei casi viene assegnato a team esterni. Per esempio concepire una facciata multimediale porta con se la tematica del contenuto e di come questo contenuto viene visualizzato e reso accessibile, domanda fondamentale quando si concepisce una media facade ma che viene trascurata nella maggior parte dei casi.

Io penso che se vogliamo che l’architettura sia ancora parte della produzione di artefatti sociali e culturali, non possiamo più pensare all’architettura stessa senza prendere in considerazione i processi di informazione, di comunicazione e di computazione nel momento in cui si concepiscono costrutti nuovi spaziali e semantici. Gli architetti devono lavorare con le tecnologie IC, mettere in gioco le loro esperienze e comprendere i loro processi allo scopo di concepire a fondo l’architettura di questi nostri tempi. Ma, come ho detto prima, ci sono solo pochi uffici che coinvolgono nelle loro pratiche la ricerca e lo sviluppo delle nuove tecnologie. Di conseguenza la maggior parte degli esempi più interessanti in questo senso sono realizzati da persone che non arrivano dal campo dell’architettura.

In questa discussione c’è naturalmente un altro importante aspetto da tenere presente: ci sono d’altro canto team di digital design in grado di comprendere le tematiche dell’architettura urbana? Quando vediamo molte installazioni interattive e digitali, ci domandiamo il valore della loro interattività nel campo dell’architettura: molti di questi progetti perdono effettivamente ogni significato e molto spesso l’interazione assomiglia di più a una forma di entertaining piuttosto che a una rappresentazione di un valore fondamentale.

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Marco Mancuso: Infine, quali sono le vostre esperienze con i festival di arti digitali? Avete lavorato con Club Transmediale lo scorso anno, con il Todyasart quest’anno e con molti altri, e siete anche connessi alla piattaforma del Cimatici a Bruxxel. Come avete lavorato con questi partners, e quanto è stato difficile affrontare la vasta organizzazione di questi festival, lavorando magari in collaborazione con altri artisti e adattando il vostro lavoro magari a spazi molto ampi come nel caso del progetto men in e.space presentato a Den Haag all’interno della City Hall?

Manuel Abendroth: E’ ovvio che c’è uno shif e un’evoluzione importante nel campo della musica elettronica e nella scienza dei media digitali dove molti nuovi festival sono cresciuti e diventati importanti per lo scambio artistico. Per noi le esperienze più fruttuose sono i festival in cui si possono stabilire collaborazioni allo scopo di sviluppare presentazioni e progetti site specific, come è accaduto nei festival che hai menzionato. Io penso che queste basi siano essenziali per presentare progetti su larga scala e renderli fattibili a seconda delle loro specifiche modalità a livello concettuale, artistico, finanziario e tecnologico. Penso che sempre più festivals sono alla ricerca di questi scambi a lungo termine. Inoltre questi festival sono condotti da team giovani e motivati, a cui è concesso di esplorare e di sviluppare progetti che possano durare non solo per il periodo ristretto del festival.

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Per esempio, presentare la performance Man in e.space all’interno di uno spazio pubblico come la Town Hall di Richard Meier a Den Haag durante il festival Todaysart, non sarebbe stato possibile senza un coinvolgimento e un’anticipazione di questo tipo. Naturalmente queste esperienze richiedono un differente coinvolgimento anche da parte nostra e si trasformano in forme uniche e sperimentali che sono possibili solo con quei festival che seguono il nostro lavoro e sono in grado di anticiparlo. In questo senso noi collaboreremo per la quinta volta con il festival Cimatici, proponendo progetti e mostre specifiche per completare il focus del festival nell’ambito del digital design, e lo stesso Club Transmediale ci ha offerto un intero palazzo per organizzare un ciclo di due settimane di collaborative design dal titolo “liquid space”.


www.lab-au.com

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