Marmo, bronzo e legno coesistono con immagini riflesse: ciò che appare come un monolite astratto rivela, inaspettatamente, un altro volto grazie a specchi concavi o convessi. Il modo tutto originale di Marc Didou di unire l’antica arte della prospettiva anamorfica alla tecnologia medica contemporanea costituisce un incontro fruttuoso tra arte e scienza, dove la risonanza magnetica, liberatasi dal laboratorio scientifico, si rende accessibile al pubblico sotto forma di sculture con cui interagire.

Marc Didou, affermato scultore bretone già vincitore del premio Michetti nel 2005, con al suo attivo diverse mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero, dagli anni novanta utilizza la tomografia a risonanza magnetica (RMT) come un mezzo per ripensare la sua ricerca scultorea e per sperimentare con le tecnologie più all’avanguardia. Sfruttando il principio fisico della risonanza magnetica nucleare e grazie a software e procedure di elaborazione dei dati, questa tecnologia genera immagini del corpo umano che vengono impiegate prevalentemente in ambito medico-diagnostico.

Al di là delle immagini prodotte, la procedura della scansione stessa è fondamentale per Marc Didou che si è sottoposto alla risonanza magnetica come soggetto sperimentale. Immobile dentro lo scanner, con un piccolo specchio come unico punto di fuga verso l’esterno per ridurre la claustrofobia, il soggetto sperimentale è esposto al suono ritmico prodotto dall’alternarsi degli impulsi a radio frequenze e i gradienti del campo magnetico. Non si tratta per Marc Didou di dare vita a una performance, ma di ‘sospendere’ qualsiasi automatismo della sua mano. L’immobilità dentro lo scanner, infatti, permette all’artista di superare il cliché dello scultore-demiurgo come unico creatore dell’opera, lasciando che la macchina stessa inizi a scolpire le lastre.

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Nell’opera di Marc Didou il legame tra risonanza magnetica e scultura divene percepibile a un livello sia materiale che concettuale. Le immagini digitali prodotte dalla RMT diventano strati materiali, lo specchio presente nella RMT diventa lo specchio anamorfico, l’immobilità dell’artista che si sottopone alla risonanza diviene l’immobilità dello spettatore di fronte allo specchio anamorfico stesso, che obbliga ad occupare e mantenere un punto preciso nello spazio per riuscire ad afferrare l’immagine riflessa e quindi la scultura nella sua compiutezza. L’immaterialità del ritmo cadenzato della scansione si trasforma nella materialità delle sculture seriali realizzate con materiali tradizionali quali il ferro, il marmo, lavorati manualmente dall’artista.

La proprietà del magnete di attrarre metalli, che è al cuore del funzionamento della RMT, proibisce di posizionare alcun oggetto metallico nelle vicinanza o all’interno della macchina. Molte delle sculture di Marc Didou sono realizzate in metallo, come ad esempio la monumentale “Eco”, e giocano con la proprietà del magnete di attrarre e al tempo stesso respingere lo spettatore. Alcune volte il metallo usato è il bronzo, altre è il ferro: il ferro può essere forgiato, il bronzo fuso. Nonostante le sue sculture sembrino statiche, a causa dei materiali utilizzati e delle proporzioni spesso notevoli, il lavoro di Didou è sempre caratterizzato da azioni concrete: sdraiarsi immobile dentro lo scanner, ascoltare, scansionare, disegnare, forgiare, fondere, tagliare, ri-assemblare, creare riflessi attraverso specchi, e così via. L’artista compie queste azioni dal concepimento dell’opera all’interno dello scanner, sino al momento in cui il processo creativo stesso deve essere portato avanti dalla percezione dello spettatore

Questa breve intervista, che verte soprattutto sull’influenza della risonanza magnetica nella pratica artistica di Marc Didou, offre alcuni spunti utili sia alla comprensione del lavoro concettuale di questo scultore in continua evoluzione, che alle possibilità estetiche/artistiche di alcune tecnologie mediche di ultima generazione.

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Silvia Casini: Negli ultimi anni si assiste a collaborazioni sempre più frequenti tra artisti e scienziati, grazie anche al supporto di istituzioni pubbliche e private (il modello della ‘artist in residence’ per esempio, così popolare in Gran Bretagna). Lo scienziato sembra ricorrere all’artista per comunicare al pubblico i contenuti delle sue ricerche in modo accattivante dal punto di vista estetico, rendendo accessibili i contenuti astratti della scienza. L’artista ha accesso a strumenti tecnologici avanzati che gli permettono di testare nuovi percorsi. A mio parere, tuttavia, le opere d’arte frutto di queste collaborazioni sono spesso meramente funzionali alla comunicazione di contenuti scientifici, opere sprovviste della dimensione dell’ambiguità, dimensione che, paradossalmente, si può più facilmente trovare negli artefatti o nelle immagini della scienza prima che intervenga l’artista stesso. Qual è a tuo avviso la ragione del fiorire di questo tipo di collaborazioni?

Marc Didou: Il principio della collaborazione è diventato, anche nel mondo dell’arte, un modo abituale di lavorare che probabilmente incarna la fragilità dell’individuo nel fronteggiare le diverse e complesse tecnologie che ci circondano. Non sono assolutamente un uomo di scienza. Non so spiegare le ragioni che portano alcuni artisti a presentare il loro lavoro come scientifico, dal momento che, secondo me, arte e scienza sono due discipline completamente separate e che seguono percorsi diversi. Tuttavia, ho sempre pensato alla traiettoria dell’arte come a una evoluzione circolare o a spirale, mentre la scienza e la medicina si proiettano in avanti secondo una traiettoria molto più lineare.

Questo è il motivo per cui credo sia difficile sviluppare una collaborazione reale che vada al di là di quello che tu descrivi, uno scambio reale dove l’arte possa esercitare un’influenza sulla scienza tanto quanto la scienza un’influenza sull’arte. Quando entro in contatto con scienziati, dottori, radiologi, non intendo dissolvere la mia attività nella scienza, ma intendo semplicemente continuare il mio lavoro di scultore beneficiando di uno strumento che non mi appartiene.

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Silvia Casini: Per creare le tue sculture ti sei sottoposto alla scansione della RMT, il punto di partenza è quindi il tuo corpo fisico, immobile dentro la struttura tubolare della macchina. Pensi che il fatto di usare il tuo corpo abbia influenzato l’elaborazione teorica dell’opera?Intendo dire, l’idea di partenza che avevi prima di sottoporti alla scansione è cambiata in un momento successivo o durante la scansione stessa?

Marc Didou: Credo che iniziare un lavoro, un’opera, con un’idea molto precisa in mente, renda più debole l’interesse nell’esecuzione dell’opera stessa. È proprio per questa ragione che cerco sempre di lasciare il punto di partenza il più aperto possibile. Rischi e cambiamenti improvvisi fanno parte del mestiere. Durante la scansione cerco di stare il più immobile possibile per facilitare l’acquisizione e la lettura delle immagini prodotte, ma in seguito tutto diviene più fluido. Idee e decisioni si accavallano l’una con l’altra, si scontrano e talvolta si cancellano reciprocamente.

Silvia Casini: I risultati prodotti dalla RMT sono definiti dagli scienziati non come rappresentazioni, ma come proiezioni statistiche di dati. Il pubblico non specialista, tuttavia, vede e interpreta questi stessi risultati come immagini che a loro volta possono contenere in sé il rimando ad altre immagini archetipe. Puoi spiegarmi più nel dettaglio che cosa hai visto nelle immagini RMT?

Marc Didou: Non ero interessato alle immagini nel loro dettaglio, nel senso che non le ho esaminate individualmente, come se ogni immagine fosse la rappresentazione puntuale di qualche cosa da un particolare punto di vista. Le ho considerate nel loro insieme, perché soltanto come successione di immagini esse sono capaci di rivelare una sorta di ritmo ‘neutrale’. Naturalmente questa neutralità non esiste nelle opere finite, dal momento che una scultura, così come un dipinto, rappresenta sempre un insieme di riflessioni, decisioni e conoscenza. Ciò che veramente conta per l’artista, quando inizia un lavoro, è liberarsi di tutto ciò che è inutile, superfluo. Ciò che conta per l’artista è riuscire a ‘staccarsi’ da se. Proprio perché penso che la volontà sia di ostacolo al ritmo, è grazie all’uso “passivo” di questa macchina ( la RMT ) che sono riuscito a catturare il ritmo. Grazie alle immagini prodotte dalla risonanza magnetica, dopo ciascuna sequenza di immagini mi ritrovo con un nuovo alfabeto che contiene tutte le lettere che voglio e combinazioni infinite. Poi do direttamente forma a questo materiale plastico e ritmico e quindi non mi chiedo mai se io stia imitando o meno una forma. Cerco per quanto possibile di evocare soltanto le forme con cui lavoro, ma certamente dopo tutte le trasformazioni che avvengono si crea il rimando ad altre dimensioni come per un fenomeno di assimilazione ad altre immagini.

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Silvia Casini: Anche nelle tue sculture sono presente la dimensione del possibile, la trasformazione dell’immateriale nel materiale e viceversa. Infatti, la procedura di scansione del corpo umano operata dalla risonanza magnetica non produce istantanee fotografiche, ma modelli bi-dimensionali sagittali, coronali e assiali che funzionano come mappe della struttura e (nel caso della RMT funzionale) della distribuzione dell’attività cerebrale. Questa distanza dall’idea della fotografia come rappresentazione, sembra ricondurci alla strada che fotografia e cinema hanno percorso, cioè quella della fotografia senza l’ausilio di lenti o della macchina da presa – i rayogrammi di Man Ray, film come Free Radicals (1979) di Len Lye e Mothlight (1963 ) di Brackage ne sono buoni esempi. Le tue sculture spesso incarnano due punti di vista possibili nella medesima scultura, due immagini, una reale e una virtuale. Perché hai scelto la tecnica dell’anamorfosi per raggiungere questo risultato?

Marc Didou: Ci sono riuscito grazie a vari passaggi. Ho sempre lavorato la forma in una idea astratta. Non avrei mai potuto concepire la scultura come rappresentazione di un volto, per esempio.In questo senso non sono un artista figurativo. Il mio modo di lavorare si dissocia completamente dai canoni dell’osservazione classica, seguita dalla trascrizione formale. Ricordo la prima volta che ho usato uno specchio curvo per camminare a ritroso attraverso la scultura, per ritornare a verificare, a interrogare quello che poteva essere stato il punto di partenza della scultura stessa, cioè il corpo. Quando l’immagine riflessa è apparsa, la sua figuralità non mi ha preoccupato, cosa questa curiosa, perché era diventata qualcosa di diverso da una semplice rappresentazione umana, di fatto era diventata qualcosa che corrisponde a questa dimensione del possibile a cui fai riferimento.In seguito, ho iniziato a interessarmi all’anamorfosi come possibilità di uno spazio virtuale che permetta una espansione dello spazio fisico. La scultura rappresenta anche la dimensione temporale, sempre presente in questo processo di scomposizione, ri-assemblaggio e lavoro con gli specchi. L’anamorfosi è in genere associata alla prospettiva, matematica o ottica, ma molto raramente essa viene integrata come mezzo artistico reale e autonomo.

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Silvia Casini: Credi che l’uso della RMT nell’arte possa espandere le possibilità della visione, possa creare una visione quasi tattile? Mi dicevi come la tua visione sia stata “migliorata” dall’esperienza della scansione.

Marc Didou: É attraverso la rinuncia alla mia mano e al mio occhio come strumenti che mi permettono di analizzare la realtà in un modo più oggettivo che sono riuscito, in un certo senso, a ‘oltrepassarmi’, a lasciare da parte me stesso. Un’immagine RMT è per me una sorta di disegno vibrante, trasparente e monocromo, che né la mia mano né il mio occhio avrebbero potuto disegnare o osservare. Inoltre, queste immagini si rivelano mentre io sono disteso immobile all’interno dello scanner elettromagnetico, cioè, per così dire, all’ombra della mia percezione. In genere penso che la visione sia l’organo sensoriale per eccellenza e che esso eserciti anche una sorta di tirannia nei confronti del tatto. Credo ci sia una sorta di ipertrofia della visione alla quale corrisponde una totale atrofia del tatto e degli altri sensi. Non credo che l’idea di associare la scultura al tatto sia in realtà così diffusa, e quando prima parlavo della mia esperienza di cecità dentro lo scanner, era per affermare questa condizione insolita di scultore cieco, una condizione che permette di portare il senso del tatto al suo punto più estremo. 


http://www.youtube.com/watch?v=f2P7M7jiz74

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