Lindsay Howard è la direttrice del 319 Scholes di Brooklyn, uno spazio attivissimo nella promozione e diffusione delle arti digitali attraverso mostre, workshop e live. L’approccio di ricerca scelto dal centro è quello di esaminare la tecnologia e gli effetti che essa produce sulle nostre relazioni sociali e i nostri corpi, partendo dalla considerazione che l’elaborazione artistica sia la maniera migliore di controllare il potenziale della rete.

La sua attività si concentra nel coltivare nuove forme azzardate e sperimentali di utilizzo dei New Media e dare spazio a giovani talenti artistici. Fondato nel 2009, lo spazio è diretto da un gruppo artisti e curatori, tra cui Lindsay, che nell’ultimo anno ha ideato una serie di eventi molto interessanti dentro e fuori dal 319, tra cui l’edizione locale di uno Speed Show in occasione della Ny Internet Week, la mostra per il Blip Festival e l’esposizione “Getting Closer”

Profonda conoscitrice della Net Art, nelle sue mostre ha dato spazio a punti di vista diversi sulla relazione attuale tra creazione artistica e web, ospitando tra gli altri artisti come Rafael Rozendaal, Francoise Gamma, il collettivo Dis Magazine e Nicolas Sassoon.

Abbiamo parlato con lei di come la rete abbia modificato non solo l’accesso degli artisti al mondo dell’arte ma anche quello dei curatori al lavoro degli artisti e di come Internet offra oggi una serie di spunti per giocare con il concetto sempre più volubile di mostra, ridefinindo le pratiche curatoriali e il concetto di galleria.

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Silvia Bianchi: Sono rimasta molto colpita dall’ultimo dei tuoi progetti, “Wallpapers”, e da come gli artisti invitati siano riusciti a ricreare uno spazio digitale all’interno del 319, giocando con i confini sempre più labili che separano lo spazio reale e virtuale. Ci racconteresti come e quando è nato il progetto?

Lindsay Howard: Per molto tempo ho seguito il lavoro di Nicolas Sassoon e Sara Ludy online, sia nel loro percorso artistico personale sia in quello collettivo. Lo scorso Gennaio, selezionai per la prima volta un loro lavoro, per l’esattezza un video per “Getting closer”, una mostra che ho curato sul senso dell’intimitá e internet. Fu in quell’occasione che mi accorsi che nel loro lavoro erano ricorrenti una serie di isotopie tematiche quali spazio abitativo, case ed architettura.

Per riportare alcuni esempi rimase molto colpita dal lavoro di Nicolas HomLand Studies #2 e dalla ricerca fotografica Transience di Sara. Li contattai per chiedergli se avevano in mente qualche soluzione per dar vita a queste collaborazioni in uno spazio fisico. Risposero positivamente inviandomi una serie di bozze, e li invitai al 319 Scholes per farlo succedere.

Silvia Bianchi: Ho notato che hai collaborato con Nicolas Sassoon anche per il Blip Festival. Ti piacerebbe raccontarci come hai lavorato sulla curatela di questo evento?

Lindsay Howard: Gli organizzatori del Blip Festival mi chiesero se volevo curare una mostra per accompagnare le performance qui a New York. Intravidi un parallelismo tra i musicisti che si esibivano al festival ed alcuni degli artisti che al momento stavo seguendo online; entrambi stavano utilizzando tecnologia che la maggior parte delle persone considerano obsoleta per creare qualcosa di nuovo. Ripresi in mano Marshall McLuhan e inspirata della frase “Obsolescence never meant the end of anything, it’s just the beginning” selezionai le opere di Nicolas Sassoon, Sterling Crispin e Alexandra Gorczynski.

Ascoltammo tutti insieme alcuni dei musicisti ospiti del Blip e discutemmo su come la mostra poteva coesistere con il resto delle attivitá dell’Eyebeam. Per esempio, l’opera che Sterling decise di esporre (Criping), mostrava una barra di avanzamento al 48 % nell’esatto punto in cui il pubblico accedeva alla sala. Sembrava che fosse intenzionata ad iniziare a muoversi e a completare l’operazione per la fine della notte, ma la tensione iniziava a crescere nel momento in cui il pubblico si rendeva conto che era in un constante e frustante stato di stasi.

La possibilitá di curare una mostra d’arte per un festival di musica costituí per me un’opportunitá unica: la domanda che mi posi era come coinvolgere il pubblico in una esperienza così lontana da quella offerta da una tipica galleria d’arte. Scelsi di selezionare quindi lavori altamente estetici e accessibili in modo rapido, che fossero capaci di generare un veloce e forte impatto. Ho notato che in realtá molti curatori di gallerie online, tendono ad utilizzare una strategia molto simile.

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Silvia Bianchi: Torniamo a parlare un secondo di “Wallpapers”. Sono rimasta impressionata dalla doppia natura dell’installazione, così statica e dinamica allo stesso tempo. Penso che i due artisti abbiamo trovato una formula capace di trasformare lo spazio in una GIF realmente immersiva.

Lindsay Howard: Si “Wallpapers” mi ha fatto davvero vedere le GIF in una maniera nuova ed inaspettata. In quell’occasione, lo spazio del 319 fu ricoperto completamente da migliaia di pixel. Era come se fosse stata attivata una nuova funzione capace di fare “zoom” sulla vita reale, invertendo la proporzione di scala tra schermo e osservatore. Nicolas e Sara si recarono sul posto una settimana prima della mostra, per fare alcuni test con le luci e adattare le proiezioni allo spazio.

Trovarono una forma davvero creativa per sottolineare alcuni dettagli del lavoro che in genere passano inosservati sullo schermo del computer, come ad esempio il modo in cui i pixel bianchi sono composti da pixel piú piccoli rossi, verdi e blu. Un qualcosa che diventa evidente solo quando sono proiettati su larga scala.

Silvia Bianchi: Pensi che l’interattivitá sia una buona una risorsa per esibire opere di arte digitale in una galleria d’arte, ovvero per trasporre nel mondo reale un tipo d’ arte che fino a poco tempo fa era consultabile solo in rete?

Lindsay Howard: In realtá questo show non incorporava nessun dispositivo interattivo, perlomeno nel senso letterale del termine, ma era piuttosto lo spazio in questo caso a dar vita ed incoraggiare un senso di giocosità. Lessi il libro di Pat Kane “Play Ethic” in quel periodo, e devo ammettere che mi fece pensare alle gallerie in un modo nuovo. Capì che la galleria non deve solo fornire la possibilità di contemplare i lavori ad una certa distanza, ma consentire una esperienza d’interpretazione collettiva. Il gioco, e l’interazione, possono dar vita a un senso unico dello stare insieme, rompendo le barriere sollevate da diversità e differenza di provenienza.

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Silvia Bianchi: Pensi sia facile esporre opere di questo tipo a New York?

Lindsay Howard: In città ci sono una serie di spazi gestiti dagli artisti stessi che sembrano essere sempre più interessati all’ arte digitale, oltre a spazi che sono stati dei pionieri in questo senso come Eyebeam. Onestamente, a New York il segreto è crearti la tua propria opportunità. A Giugno ho curato uno Speed Show, dal titolo “Awareness of Everything”, ovvero un evento in cui l’organizzatore affitta un Internet Cafe per una notte e gli artisti sono invitati ad esibire il loro lavoro dal vivo sui vari pc connessi. Lo Speed Show è una piattaforma modello, un pò come BYOB: non richiede al curatore di possedere una galleria, nè tanto meno di dover mettere a disposizione una strumentazione tecnologica.

Silvia Bianchi: Mi sembra che in un certo senso i progetti che hai curato finora siano caratterizzati dalla volontà di creare momenti di “vita reale”, per esibire lavori creati invece con il computer e per connettere in un certo senso gli artisti. Ci parleresti, in questo senso, del progetto curatoriale di ricontestualizzare una piattaforma come Dump.Fm all’ interno di una galleria? Pensi che le gallerie si possano trasformare in un luogo d’incontro?

Lindsay Howard: Lo spero davvero! “Dump.Fm Irl”, la mostra che organizzai lo scorso Ottobre presso il 319 Scholes, ha ospitato i lavori prodotti dagli utenti del famoso sito di image-sharing. La serata iniziò come una tipica inaugurazione, ma alla fine la gente ballava in mezzo alle proiezioni e molte persone stavano catturavano, con l’applicazione “3frames”, immagini di loro stessi che interagivano con le opere, per poi creare nuove Gig da utilizzare sulla piattaforma stessa.

Più tardi venni a sapere da Mark Tribe che durante la sua lezione del corso “Art of Curating” alla Brown University di New York, consultarono la documentazione dell’inaugurazione, nella stessa settimana del corso in cui analizzarono “Relational Aesthetics” di Nicolas Bourriad. In questa circostanza, l’atmosfera era intenzionalmente libera, visto che quello che avevo fatto era organizzare una chat room; il fatto che si sviluppassero relazioni causali tra i partecipanti e che scaturissero conversazioni impreviste faceva parte dell’idea di invitare il pubblico a vedere e capire cosa si nascondeva dietro Dump, in un contesto reale.

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Silvia Bianchi: Ci potresti raccontare qualcosa rispetto ai tuoi progetti futuri.

Lindsay Howard: Sto organizzando un nuovo show con Parallelograms, una pubblicazione online che si occupa di promuovere progetti artistici basati sul web, e allo stesso tempo sto scrivendo un saggio per una mostra sulla realtà aumentata curata da Krystal South per il Portland Art Museum. Sto anche lavorando con vari curatori invitati a contribuiti alla programmazione della nuova stagione del 319 Scholes. Ciò che mi dà energia è la versatilità dei progetti su cui lavoro: tutti sono collegati con Internet e i nuovi media, ma allo stesso tempo sono diversissimi tra loro. A dimostrare la vitalità e l’amplia gamma di interessi e di estetiche di questa community di artisti emergenti, che stà ridisegnando i confini del web.


http://lindsayhoward.net/

http://319scholes.org/

http://319scholes.org/july-14-2011-wallpapers-by-nicolas-sassoon-and-sara-ludy/

http://speedshow.net/awareness-of-everything/

http://blipfestival.org/2011/blip-festival-gallery/

http://gettingcloser.net/

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