Nato a Como, classe 1945, Celestino Soddu è il pioniere italiano della generative art. Dal 1998 è Chair dei convengni annuali internazionali “Generative Art” e nella sua vita cosmopolita, su e giù dagli aerei, si divide tra il Politecnico di Milano e le università di Shangai e di Xi’an, insegnando

Progettazione Architettonica e Generativa. Dal 1986, data della prima stesura del suo software Argenìa, sperimenta con la progettazione generativa applicata all’architettura e all’industrial design. Quando lo incontro qui a Milano non mi sembra cambiato da quando, tre anni fa, l’avevo visto la prima volta al convegno dell’i3 ad Ivrea. È sempre lo stesso uomo sorridente e disponibile, con lo stesso vivo entusiasmo di chi ha una passione e un sogno da realizzare…

Simona Brusa: Perché ha scelto il nome “Argenìa” per il suo progetto?

Celestino Soddu: L’ho scelto alcuni anni fa per identificare il mio approccio alla tematica generativa. È un nome che più che individuare vuole alludere a tutto un campo, in cui esistono molte sfaccettature, un nome che riflette l’aspetto generativo e quello artistico del mio progetto. C’è voluto del tempo per trovarlo ma penso che funzioni e per rafforzarne ancor più l’identificabilità credo che intitolerò proprio così “Argenìa” il mio prossimo libro.

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Simona Brusa: Lei parla spesso di Naturalità riferendosi agli oggetti generativi che crea, che cosa intende quando usa questa parola?

Celestino Soddu: Intendo che gli oggetti che creo sono il risultato di un processo in cui la struttura, l’idea, si evolve seguendo delle logiche di trasformazione, come nel DNA. In natura il DNA è costituito da regole che sviluppano, attraverso dei modi di trasformazione, l’embrione in un individuo adulto. Questi modi costruiscono l’identità di ogni evento, di ogni individuo. Nei miei processi generativi si ripete lo stesso meccanismo: tutti gli eventi creati dallo stesso progetto generativo sono riconoscibili, l’unico elemento random è la data e l’ora dello start up del processo: il sistema, dinamico non lineare, genera ogni volta un risultato differente, individuabile in una sua identità ma riconoscibile in una specie. Il processo ripercorre quindi una logica della natura nella creazione di un’identità, da qui la sua “naturalità” : è un po’ come girarare per una foresta di pini apprezzando la diversità di ogni albero ma al contempo riconoscendone l’appartenza ad una specie.

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Simona Brusa: Quali sono a suo parere gli ostacoli, quelli che lei ha incontrato, ad una applicazione di questo processo ad una realtà industriale?

Celestino Soddu: Gli ostacoli sono stati parecchi. Di fatto in una situazione di industrializzazione avanzata non ci sarebbero difficoltà dal punto di vista tecnologico. Io stesso ho sperimentato il processo con dei robot industriali all’Industrial Center del Politecnico di Hong Kong, dove ero stato invitato per discutere le mie ricerche. La produzione industriale di oggetti unici l’ho potuta invece realizzare solo in pochissimi casi: ho pubblicato un libro che aveva tutte le copertine diverse e ho prodotto una serie di anelli unici, uno diverso dall’altro, con un processo di prototipazione rapida a cera persa.

Con i prodotti industriali il vero problema è la gestione del mercato, dove mettere questi prodotti tutti diversi, come comunicarli, come venderli… La gente vuole le cose che hanno tutti, oggetti riconoscibili, firmati; chi produce teme che una riconoscibilità di specie non sia sufficiente a questo scopo. Il principale aspetto negativo è quindi l’atteggiamento conservativo di chi gestisce il mercato, l’elemento positivo sarebbe invece quello che finalmente si potrebbero realizzare dei prodotti non copiabili e competitivi. Il codice generativo di una specie non necessiterebbe neanche di essere brevettato poiché sarebbe praticamente impossibile risalirvi partendo dalla gamma generata. Le industrie avrebbero solo l’eseguibile di una data specie e per produrne un’altra dovrebbero richiedere al designer una nuova generazione.

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Simona Brusa: Come vede cambiare la figura del designer dati questi presupposti?

Celestino Soddu: Non cambia fondamentalmente. Il cambiamento risiede solo nell’oggetto del progetto. Invece di progettare l’evento si progetta il codice generativo degli eventi: si passa dalla progettazione della forma a quella della trasformazione, siamo quindi nello stesso ambito.

Simona Brusa: E come cambiano le competenze del designer? Quale parte avranno i software?

Celestino Soddu: Diciamo che la strada che si è intrapresa, quella dell’uso dei software come tools e non come reali strumenti di progettazione, non è forse quella più corretta. Come diceva Focillon “il visionario si costruisce i propri strumenti”, quindi se il designer ha una visone del futuro, si crea gli strumenti necessari per realizzarla, diversamente non è un visionario. Penso che il linguaggio della programmazione sia uno strumento creativo come un altro, come quello della scrittura per la creazione di libri, e anzi trovo che in esso vi sia una logica congeniale al mio fare di progettista.

Il progettista, designer o architetto, pensa sempre in termini di trasformazione, guardando alla realtà si immagina un futuro ideale, gli dà dei caratteri e lavora per realizzare la sua visione, trasformando l’esistente in un possibile. Un algoritmo da questo punto di vista è la rappresentazione più facile di una trasformazione (A=A+1).

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Simona Brusa: Come inizia i suoi studenti a questa disciplina?

Celestino Soddu: Quando insegno progettazione generativa ricordo che non è sempre necessario che il progetto generativo sia un software complesso. Progettazione generativa significa innanzitutto identificazione dei codici di trasformazione, comprensione dei caratteri che in una visione progettuale differenziano l’esistente dal possibile e generazione di questi caratteri attraverso modi di trasformazione del progetto. La progettazione generativa è per me prima di tutto una filosofia di progetto.

Simona Brusa: Lei chiama spesso in causa il Rinascimento come periodo di riferimento per la coniugazione di arte e scienza…

Celestino Soddu: Sì, perché in quel periodo hanno costruito delle vere e proprie regole di sviluppo del progetto e non di semplici forme. Questi codici dell’armonia erano veri e propri codici generativi per l’architettura che, se anche non riconoscibili a prima vista, sussistevano sempre come garanzia dell’unità dell’insieme all’incrementare della complessità del progetto. Oggi si vedono molti progetti con tante forme libere che hanno un approccio esattamente opposto, in cui l’elemento random ha una valenza preponderante. Progetti in cui si sperimentano variazioni casuali di curve di Bezier fino all’emergere di una soluzione estetica soddisfacente che viene scelta.

Io considero questo approccio assolutamente negativo dato che non nasce da un’idea ma dello stare a guardare tante trasformazioni che accadono senza che vi sia un reale controllo. Il progettista in questo caso diventa come un cliente che gira per vetrine e prende poi quello che gli piace. In questo processo c’è poi un forte elemento di omologazione dato che tutte queste forme sono generate dagli stessi programmi di “randomizzazione” di curve di Bezier o di NURBS.

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Simona Brusa: Qual è stata invece la scintilla che ha generato in lei l’idea di questo progetto?

Celestino Soddu: Io sono un progettista e ogni volta che mi mettevo a progettare mi trovavo sempre ad un bivio in cui dovevo abbandonare una delle strade, biforcazione dopo biforcazione, l’idea iniziale si trasformava in un unico risultato. Questo sistema dinamico caotico che è il progetto mi portava quindi ad abbandonare, per ragioni di tempo, la realizzazione di molte soluzioni possibili. Io penso che l’idea sia l’insieme dei percorsi possibili e non uno solamente.

Allora la scintilla è stata: come posso disegnare l’idea prima che diventi uno dei possibili risultati? Trovata la risposta, progettare sarebbe stato molto più divertente.Questo è stato l’elemento scatenante, poi ho dovuto prendermi il tempo per trovare una soluzione. È stato nella seconda metà degli anni ottanta, quando per tre volte sono andato in Somalia a lavorare per sei mesi. Alla sera non c’era nulla da fare, e non potendone più di a giocare a bridge tutte le sere dopo il primo mese, la seconda volta che ci sono ritornato mi sono portato un PC, uno dei primi usciti, un 8086, ho comprato un tavolo lungo due metri e ho attaccato alla parete una tela di 5 metri per 2, trovata al mercato, che rappresentava una meravigliosa foresta blu- molto fresca a vedersi e in sei mesi ho fatto la mia prima stesura del mio Argenìa.

Simona Brusa: Qual e’ il suo ultimo progetto? Di cosa si sta occupando in questo momento?

Celestino Soddu: Sto scrivendo un libro in inglese, una sintesi delle mie ricerche, che voglio presentare per la fine dell’anno prossimo al convegno Generative Art.

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Simona Brusa: Ci regala una sua visione del futuro?

Celestino Soddu: Mi piacerebbe finalmente realizzare le mie idee, fare delle architetture senza tempo, che possano avere una loro identificazione a prescindere dal momento in cui sono realizzate, come questa (vedi immagine Cordusio n.d.r.) per esempio: un’architettura futurista per Milano, qui contestualizzata in una fotografia degli inizi del ‘900, in cui dimostro come una rilettura delle nostri riferimenti culturali del passato possa essere coniugata con una visione del futuro, in piena armonia, mantenendo il proprio carattere, la propria ricchezza e la propria complessità.


www.celestinosoddu.com

www.generativeart.com

www.generativedesign.com

www.argenia.it

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