Edwin Van Der Heide incrocia la mia sfera di interesse in tempi relativamente recenti, o per lo meno viene da me focalizzato non molto tempo fa, lo scorso febbraio in occasione dell’ultima edizione del Festival Transmediale. Il suo lavoro e la sua ricerca sia nel contesto della sound art che in ambito audiovisivo era a me noto solo in parte e in modo piuttosto frammentario; conoscevo in altre parole alcuni suoi lavori di sound art come Spatial Sound 100 Km/h at 100 Db e Son-O-House ma non li avevo mai associati alla performance LSP (Laser sound project) che tanto mi ha affascinato in quel di Berlino e che a Roma, in occasione dell’ultimo Dissonanze, ha finito per convincermi che Edwin Van Der Heide è artista unico nel panorama internazionale, tecnicamente e concettualmente molto più avanti di tanti suoi colleghi più famosi e conosciuti in ambito audiovisivo. Senza in questo dimenticare lo spirito di ricerca di una nuova forma di interattività, sia fisica che emotiva, che guida tutto il suo lavoro.

Edwin Van Der Heide è quindi il prototipo del moderno artista multimediale che, fedele a questa ormai vetusta e abusata definizione, è più di altri in grado di esprimere il suo lavoro tramite differenti mezzi, siano essi il suono, sempre usato come strumento di penetrazione in uno spazio fisico multiforme, le luci e i laser, mezzo che nelle sue mani diventa oggetto di analisi matematica e immersione profonda per il pubblico, i sensori e le più diverse tecnologie per garantire un interessante livello di interattività tra uomo e macchina.

Al momento Edwin Van Der Heide sta raccogliendo i frutti di una lunga attività artistica che negli ultimi anni l’ha portato a produrre differenti installazioni, come Son-O-House, Spatial Sound e Push-Pull e ad affinare quel live LSP che lo ha reso noto al grande pubblico internazionale sempre alla ricerca di innovative modalità performative in campo audiovisivo. Sì perché Laser Sound Project è, a mio avviso, una delle performance audiovisive più spettacolari, affascinanti e immersive in cui è possibile imbattersi oggi. Uno spazio fisico, indipendente per forma e dimensioni, nebbia da discoteca, suoni e droni elettronici e un fascio sincrono di raggi laser colorati che penetra nella nebbia disegnando affascinanti architetture tridimensionali con cui il pubblico è chiamato ad interagire e a giocare, in modo dolcemente infantile e stupefatto. Questa e molto altro è LSP di Edwin Van Der Heide, un modo del tutto nuovo e relativamente semplice di interpretare una live media performance, basato non più sul classico impianto grafico da schermo, ma impostato sul concetto di spazio, sulla diffusione immersiva nell’ambiente di suono e luce, sulla capacità di giocare con il pubblico e di coinvolgerlo attivamente, sull’abilità di lavorare con un campionario vasto di strumenti forniti dalle moderne tecnologie.

.

Il concetto di interattività fornito da LSP è diverso da quello spiegato nei libri e studiato da tecnici e accademici. E’ un livello di interattività che gioca più sulla sfera emotiva, sulla comprensione di un nuovo linguaggio creativo, sulla capacità dell’artista di ritagliarsi un ruolo di mero strumento cardine nel rapporto tra pubblico e tecnologia, sull’abilità di immergere le persone in un universo architettonico di suoni e laser nel quale muoversi percependo un costante cambiamento dell’ambiente circostante. Ecco, in LSP convergono, forse in maniera spontanea, molti degli elementi portanti del concetto di interattività, lo studio dell’ambiente circostante, il trasporto fisico del suono e della luce in un mezzo spaziale, la differenti forme di reazione del pubblico e i suoi spostamenti, la diversa e soggettiva percezione che ognuno di noi può sviluppare mentre si muove nel mondo elettronico creato da Edwin Van Der Heide.

La maggior parte di questi concetti sono ricreati poi, in maniera tecnicamente più analitica ma emotivamente meno efficace, nelle sue installazioni di sound art come Spatial Sound 100Km/h at 100Db, vista sempre a Transmediale 2005, in cui un braccio meccanico rotea sul proprio asse verticale in funzione dei movimenti delle persone da esso registrati, distribuendo nello spazio circostante il proprio suono a 100Db simile al rumore di un reattore inferocito, Son-O-House, vera e propria architettura sonora interattiva realizzata in collaborazione con un altro genio come NOX e riconducibile a una generale tendenza verso gli electronic landscapes che innerva la creatività elettronica mondiale, Push-Pull, doppio sistema di interazione tra oggetti fluttuanti sull’asfalto della città di Rotterdam o infine le architetture poliformi viventi del Water Papillon.

.

Tutto il lavoro di Edwin Van Der Heide è raccolto sul suo sito web, corredato di una serie di testi teorici che, come nella tradizione olandese della creatività con i nuovi media, accompagnano le opere realizzate. Per saperne ancora di più è in uscita per V2 (una delle media agency più famose del pianeta, in grado in questi anni di creare una fitta e profittevole rete di artisti multimediali in Europa, guidata da Alex Adrianseen, direttore artistico del festival biennale Deaf di Rotterdam) un libro che riporta le idee, le teorie e le realizzazioni tecniche dei suoi lavori. Ma, come sempre accade, molto di più si può sapere da una piacevole chiacchierata a quattr’cchi:

Mk: Edwin, quanto è importante per te il concetto di immersione, sia essa fisica che emotiva, dello spettatore, del pubblico. Sia per quanto riguarda le tue installazioni che per i tuoi live shows

Edwin Van Der Heide: Mi piace riuscire a fornire al mio pubblico un certo livello di libertà all’interno del lavoro che faccio. Sì, sono interessato nel concetto di immersione, ma nello stesso tempo non in una forma chiusa di immersione, bensì in una forma maggiormente aperta. Molto del mio lavoro si concentra sugli ambienti, i quali è richiesto che vengano esplorati e con i quali il pubblico è invitato a interagire

Mk: Pensi che le reazioni del corpo, quelle dei sensi e anche l’ambiente all’interno del quale esse si muovono, possa essere considerato come un vero e proprio ambiente di lavoro?

Edwin Van Der Heide: Beh, sicuramente. Grazie alla precisione nel controllo degli strumenti e delle potenzialità espressive fornito dalle attrezzature elettroniche, questi aspetti sono sicuramente diventati parte del lavoro di molti artisti nel mondo. Sicuramente è però necessario separare diversi livelli di composizione. Un compositore classico tradizionale scrive brandi musicali indipendenti dalla performance finale o dall’ambiente nella quale sarà inserita. Sicuramente egli può tentare di essere il più preciso possibile nel scrivere il brano, ma il livello di controllo sarà sicuramente limitato, ma nello stesso è pensata e verrà recepita come qualcosa di indipendente dal luogo e dagli ascoltatori presenti. Altre forme di musica sono al contrario concepite per un luogo particolare, gli spettatori possono essere coinvolti individualmente ed è possibile creare effetti psico acustici del tutto particolari. In quel momento, quando i parametri dei nostri sensi e della nostra percezione formano la base per un contenuto strutturale di un’opera, possiamo parlare esattamente di “composizione per i sensi”

.

Mk: Perché ami utilizzare i laser per le tue performance piuttosto che le grafiche e gli ormai classi visual in 2d e 3d. E’ anche questa una via per un’esperienza sensoriale completamente immersiva?

Edwin Van Der Heide: Devi pensare che per me il suono è un fenomeno “spaziale”. Anche l suono proveniente da un solo loudspeaker è “spaziale”, in quanto viaggia attraverso lo spazio fisico e lo spazio fisico reagisce ad esso. La musica che faccio, la sound art che creo, non fa altro che enfatizzare la natura “spaziale” del suono. Combinare questo tipo di musica con una normale proiezione video sacrifica questa percezione, dato che la proiezione non è altro che una rappresentazione grafica su un muro o su uno schermo e localizzata in una certa porzione di tutto lo spazio a disposizione. Quindi uso i laser proprio perché essi mi consentono una rappresentazione tridimensionale e immersiva del suono. Mi consentono di ricreare delle vere e proprie architetture visive e sonore nel quale lo spettatore è invitato a perdersi. Con una proiezione video tutto questo non sarebbe possibile e la mia percezione del suono ne verrebbe sacrificata totalmente

Mk: X=Asin(nt+c) and Y=Bsin(t); quale è la possibile combinazione matematica tra suono e immagini?

Edwin Van Der Heide: Questa formula da te riportata non ha un significato generale per relazionare la musica alle immagini, essa è la formula per produrre le così dette figure di Lissajous. La maggior parte della musica è sicuramente troppo complessa per essere riprodotta graficamente con questa formula. Sicuramente, in funzione del parametri usati, è possibile produrre un suono molto basico e una forma grafica che abbia con esso una relazione significativa. Questa formula è quindi per me il punto di partenza per, simultaneamente, trovare una direzione nella musica e in quelle rappresentazioni grafiche che possano avere una relazione di significato con il suono generato. Ma nello stesso tempo io ho ampliato ed esteso questa formula e il concetto che ne sta alla base in differenti direzioni, per creare maggiore complessità e maggiori possibilità di controllo

.

Mk: Mi stai dicendo che quindi in qualche modo è possible ricreare matematicamente la complessità della musica, qualunque essa sia, e il suo legame con le immagini o con la luce in generale

Edwin Van Der Heide: Sì, ti sto dicendo che è possibile studiare e sviluppare un sistema per unire la musica complessa a degli output visivi che non sia il semplice wallpaper su un muro o su uno schermo. Non è difficile realizzare dei screen saver e dei wallpaper legati e sincronizzati alla musica. Se però vuoi andare un livello oltre e ottenere risultati artistici veramente significativi, sarà sempre necessario introdurre delle parti di composizione matematica, sia per la musica che per i visual

Mk: Hai mai pensato a raggiungere una vera e profonda interazione con il tuo pubblico? Sto palando di interazione tra uomo e macchina ma anche di interazione tra uomini mediante le macchine

Edwin Van Der Heide: La mia installazione “Spatial Sound 100Km/h at 100Db” è un’installazione che ho realizzato in collaborazione con Marnix de Nijs. Questa installazione si relazione in maniera molto diretta con il pubblico e lo costringe a ripensare e modificare le proprie azioni di volta in volta. Siccome in questo caso l’interazione è così chiara, è molto interessante in quanto pubblico, guardarsi e relazionarsi vicendevolmente. Questa installazione può essere infatti nello stesso tempo molto divertente ma anche molto spaventosa e inquietante. In generale penso che sia molto difficile creare un lavoro dove molte persone possono interagire allo stesso momento. Spatial Sound è abbastanza, ma non del tutto, significativa di questo tipo di interattività. “Son-O-House” è invece un’installazione realizzata in collaborazione con l’architetto Lars Spuybroek (meglio noto come Nox per chi non lo conoscesse). Essa fornisce diversi livelli di interattività con il visitatore. Parte dell’interazione è molto diretta, mentre un’altra parte è più indiretta è legata alla storia di ciò che accade nella struttura in cui è inserita. In questo lavoro il livello di interattività è sicuramente molto più complesso. Infine Push-Pull è un altro lavoro svolto in collaborazione con Marnix de Nijs. L’installazione in questo caso consta di due specie di overcraft (sull’asfalto) che possono essere spostati dal pubblico ma che possono anche produrre forza e movimento da soli. I due oggetti fluttuanti comunicano tra loro i rispettivi movimenti e il risultato finale è che il pubblico è effettivamente in grado di comunicare forza e movimento con le macchine.

.

Mk: Allo scopo di accrescere l’interattività con il pubblico, hai mai pensato di tornare all’inizio della tua carriera in cui facevi grande uso di sensori?

Edwin Van Der Heide: In questo momento sto usando pochissimo i sensori e i miei strumenti basati su di essi nelle mie performance come LSP. D’altro canto sto usando molto tutta l’esperienza accumulata e sviluppata in quella direzione per le mie installazioni interattive e per i miei live ambientali. Un ottimo esempio sono proprio le installazioni descritte sopra, ognuna di loro utilizza i sensori in molti modi differenti. Spatial Sound per esempio utilizza un sistema di misurazione triangolare ultrasonico della distanza, della angolo nonché dell’asse di rotazione. Son-O-House utilizza sensori di posizionamento all’infrarosso e sensori per la misurazione della distanza. Infine Push-Pull utilizza dei giroscopi, dei sensori per il 3d compass, dei sensori di accelerazione e dei sensori di rotazione. Insomma grazie a tutti questi strumenti, l’interattività con il pubblico è sicuramente garantita.


www.evdh.net/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn