Anche agli appassionati di cultura digitale l’annuale maratona milanese del Salone del Mobile ha saputo offrire un’inaspettata sorpresa: l’appuntamento allo Spazio Krizia con il progetto Breeding Tables di Reed Kram e Clemens Weisshaar. Il loro tavolo è apparso infatti come un’insolita discontinuità visiva nell’ampio panorama, sempre uguale, sempre diverso, delle infinite variazioni che l’oggetto assumeva un po’ ovunque per città.

Un primo motivo di interesse è stata la presentazione stessa del tavolo, l’esposizione infatti non attirava l’attenzione solo sul prodotto finito ma sull’intero processo che lo aveva generato, un work in progress declinato in immagini e proiezioni che in scala 1:1 mostravano una simulazione virtuale del piegarsi delle lamiere d’acciaio. Ad una lettura più attenta della documentazione il progetto rivelava poi tutta la sua innovazione: la definizione di un codice generativo che determinava la nascita, la crescita e la realizzazione di intere famiglie di tavoli di cui l’esemplare esposto era un semplice esempio.

L’uso di algoritmi nella generazione delle forme non è certo una novità (ricordiamo il simile e precedente processo di “Argenic Design” usato dal prof. Celestino Soddu al Politecnico di Milano per la generazione di una serie infinita di sedie) ma ciò che qui costituisce un’importante progresso è l’assenza di soluzione di continuità nel processo. Il progetto realizza una integrazione più profonda del computer nel processi produttivo fornendo il collegamento mancante, il programma definitivo, che pone in relazione diretta la generazione e stesura dell’idea con l’effettiva costruzione del pezzo da parte di una macchina. Dal concept iniziale, alla generazione delle variazioni e alla produzione meccanizzata tutto è racchiuso in un solo software. Il design diventa massa digitale di dati che si trasforma e si realizza in infinite declinazioni, dalla virtualità alla materialità, sotto la costante supervisione del designer.

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Di fronte all’incombente minaccia di una competizione sempre più insostenibile con la Cina, l’idea di Reed Kram e Clemens Weisshaar è di concentrare le energie nella progettazione di un processo piuttosto che di un prodotto, di recuperare competitività producendo una serie potenzialmente infinita di pezzi unici, di utilizzare al massimo le infinite variazioni geometriche che i software e le macchine a controllo numerico possono generare. Nel complesso una grande operazione di ingegnerizzazione, un esperimento creativo che se non altro ha il merito di sollevare domande sul ruolo delle macchine e sul processo creativo stesso.

Dallo schermo allo spazio reale di fronte a noi, il tavolo che vediamo provoca un’emozione strana, quasi inspiegabile, la sua estetica particolare lo impone, lo estrapola dal contesto e dalla moda, lo riconsegna ad un mondo di variazioni sulla forma archetipo ma, quasi, lo pone fuori dal tempo.

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Viene spontaneo domandarsi dove siano le scelte, dove le intenzionalità e quali i parametri posti in variazione. Parlando con Reed Kram capiamo che il computer genera il suo calcolo infinito di variazioni nei vincoli di un assunto iniziale (“posizionamento di una piattaforma ad una determinata altezza”) e che il designer può intervenire aggiungendo e modificando variabili se non ritiene che le variazioni proposte siano interessanti, e che alla fine è sempre lui, attraverso la sua scelta estetica, a definire quale delle innumerevoli possibilità è destinata a prender vita.

Guardandolo più da vicino questo processo ci sembra una razionalizzazione e un potenziamento esponenziale della “normale” pratica creativa in cui il designer procede in una tortuosa e continua esclusione dei “design possibili” in favore del “design più probabile” per quel momento. Nel processo umano la definizione progressiva di dell’immagine finale non è mai lineare ed è esposta a molti fattori, molti dei quali casuali, emotivi, storici, culturali. La macchina a prima vista sembra privarci di questa ricchezza; confrontando il tavolo con i pezzi di Ingo Maurer, designer principale in esposizione allo Spazio Krizia, fatichiamo ad immaginarci come la poesia delle sue opere possa essere il frutto di una variazione parametrica, ma poi realizziamo che ne sarebbe l’assunto iniziale, e che il computer non farebbe altro che produrne infinite variazioni.

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Breeding Tables, già un successo a livello mediatico, si materializzerà presto nei negozi attraverso il marchio Moroso che ne avvierà una produzione in tre principali declinazioni, con eventuali personalizzazioni a richiesta dei clienti. Il progetto diventerà anche un libro curato da Florian Böhm con fotografie di Frank Stolle e Florian Böhm e contributi critici di Konstantin Grcic, Ronald Jones, John Maeda, Markus Schäfer e Khashayar Naimanan. La sfida è aperta, il seme è stato gettato, attendiamo con impazienza di vederne altri frutti.


Breeding Tables – http://www.kramweisshaar.com

Argenic Design – http://www.generativeart.org

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