Marcos Novak è conosciuto come architetto, musicista, artista digitale, ma prima di tutto questo, Marcus Novak è un poeta visionario. E’ una di quelle menti eccezionali in grado di confezionare mondi alternativi, in grado di spostare, sfidando il paradosso, i limiti della percezione abituale rendendo praticabile l’impossibile.

Laureato in architettura, Novak è il padre della “Transarchitettura”, dell’ “Architettura Liquida”, dell’ “Archi-music”, musica navigabile, di un nuovo vocabolario per ridefinire le vecchie categorie spazio-temporali. Termini come transvergenza, spime, allo-atomi, neologismi caratterizzati dalla sfida alle logiche ossimoriche, sono i nodi concettuali di una futuribile fenomenologia dello spazio, della sfida che Marcos Novak vince abitualmente.

Noto come l’architetto del cyberspace, Novak utilizza algoritmi matematici per costruire spazi ibridi ed intelligenti, tesi a realizzare una nuova architettura, la transarchitettura, in grado di fondere i due mondi, reale e virtuale, generando un terzo: “l’ibrido radicale dei due mondi” (Babele 2000). Il termine transvergenza indica l’atteggiamento prospettico di questo nuovo modo di progettare, che supera i concetti di divergenza e convergenza seguendo un vettore perpendicolare in grado di generare una terza via, che Novak indica come “produzione dell’estraneo“.

La novità portata da Novak si esplica nel fenomeno della “eversione“, cioè la possibilità offerta dalle tecnologie digitali e dalle nuove tecniche di prototipazione, di portare le sperimentazioni morfogenetiche, realizzate nel cyberspace, a coagularsi nella realtà, attraverso modalità flessibili. L’esempio perfetto che incarna questa modalità di continuo patteggiamento tra determinismo e flessibilità, è fornita dal DNA e dagli algoritmi genetici, che a pensarci bene rivestono il ruolo dei sommi architetti, degli architetti della vita.

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Il concetto di architettura di Novak, non a caso, è un concetto di architettura iper-esteso, che porta l’anima identitaria della sua funzione, l’edificazione di nuove strutture, ad approfondirsi fino a travalicare i limiti fisici della stessa struttura e della forma. Quello che Novak si propone di creare non si limita alla simulazione dei processi organici generativi per realizzare nuove strutture fisiche o virtuali, ma mira alla produzione di nuove specie vitali vere e proprie: gli “Allo” , suffisso che indica la generazione dell’estraneo, dell’ “altro di un altro tipo”.

In passato era la bellezza mimetica a fare da guida, il desiderio di trovare nella capacità generativa della natura, e nella sua bellezza, le indicazioni per implementare al meglio i criteri delle umane capacità progettuali. Ora la mimesis sembra avere esaurito il bagaglio delle sue possibili indicazioni e risulta di “di scarsa utilità nel momento in cui il nostro sguardo si rivolge all’alieno creato da noi in arrivo”.

Quello che Novak prospetta, guardando a Negroponte e alla rivoluzione informatica caratterizzata dal passaggio dagli atomi ai bit, è la produzione di qualcosa di diverso sia dagli atomi che dai bit. Quello che ci accingiamo a progettare è “l’alieno”, non bit e né atomo, ma l’alloatomo, non edifici o oggetti, ma le loro nuove particelle elementari costituenti, caratterizzate dalla continua mediazione tra reale e virtuale, tra interno ed esterno, tra l’oggetto e la mente, in grado di superare ogni logica oppositoria. Secondo Novak quello che ci aspetta è un universo totalmente nuovo: un allouniverso, ventre fecondo di ancora nuovi infiniti allomondi .

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Ma diamo direttamente la parola a Novak, il Giordano Bruno dell’allofuturo, incontrato subito dopo il suo recente incontro milanese organizzato nella bellissima Sala Consiglio della Camera di Commercio da Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia e Piemonte Share Festival di Torino.

Teresa De Feo: Più volte lei ha detto che la sua finalità ultima consisteva nel fondere il mondo fisico e quello virtuale in transarchitetture , attraverso cui rompere l’opposizione tra fisico e virtuale verso un continuum . Lei crede che le persone in genere siano pronte a reinventarsi un universo percettivo nuovo? La nostra percezione è pronta a confrontarsi con spazi così complessi, che hanno come caratteristica l’ onnicomprensività della dimensione mentale? Se sì, cosa si aspetta possa accadere in futuro riguardo le nostre capacità percettive, la nostra capacità di gestire tale complessità?

Marcos Novak: Non è importante gestire o meno questa complessità. C’è da chiedersi piuttosto: “chi è il noi?”. Questa è una simulazione dell’universo come noi lo vediamo oggi (Novak mi mostra un’immagine dell’universo sul suo laptop). Quello che lei vede qui non è un insieme di soli, ma un insieme di galassie. Molti possono già pensare in questi termini, riuscire a contenere questa infinità, altri invece non riescono, a chi dovrei dare ascolto? A suo tempo, la maggior parte delle persone non capiva neanche Galileo, oggi tutti invece siamo in grado di comprendere la grandezza di Galileo. Non ponga la domanda chiedendosi se quelli intorno a noi capiscono, l’importante è che la risposta arrivi al punto. E’ solo una questione di tempo.

Teresa De Feo: Secondo lei il “futuro” è la possibilità di rendere visibile l’invisibile? Sembra che lei lavori molto sul tentativo di spostare sempre di più questo confine.

Marcos Novak: Spero di si, spero che il futuro vada in questa direzione. Prima le ho mostrato la simulazione di Max Planck dell’universo, così come noi lo conosciamo: per me questo è l’astratto, è un’astrazione. Quello che lei ha visto è la mappa della nostra ignoranza, una vasta ignoranza. Un’intera galassia qui è più piccola di un pixel. Tutto quello che sappiamo è nient’ altro che polvere. Se non tentiamo di scorgere l’invisibile, ci ritroveremo sempre con la polvere.

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Teresa De Feo: Nella progettazione delle sue forme lei guarda molto al mondo biologico ed alla forma organica, ma di più anocra ai processi di generazione organica della forma. Oggi l’artista sembra non imitare più la natura di per se stessa, ma soprattutto i processi sottostanti. Questa, secondo lei, non è di nuovo una forma di mimesis, cioè l’artista che compete ancora con la natura in termini di abilità generativa? L’artista sta cercando ancora in fondo di imitare la natura?

Marcos Novak: No, non possiamo competere con la natura, siamo troppo piccini. No, non è mimesi, semmai è allogenesi. E’ qui che gioca un ruolo fondamentale il concetto di “allo”, suffisso che indica non l’altro dello stesso tipo, ma l’altro di un altro tipo, di un’altra specie. Io intendo ricreare l’universo metamorfico di “allo”, un “allouniverso”: una “struttura allogenetica” all’interno della quale ci siano forme di vita artificiali consce ed intelligenti. L’”allouniverso” si fonda sull’idea di generare un continuum tra l’astratto e il concreto, con un passaggio senza strappi tra dimensione e dimensione: questo è quello che stiamo cercando di fare. Oggi noi modifichiamo il genoma umano, tentiamo di andare al di là del pianeta, stiamo cercando di generare il “diverso”. Quello che ci guida è l’idea di una bellezza aliena. Di un’altra specie. 


http://www.mat.ucsb.edu/~marcos/Centrifuge_Site/MainFrameSet.html

http://www.centrifuge.org/marcos/

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