Inventrice, artista, ricercatrice, insegnante, donna d’affari, consulente, Dèspina Papadopoulos è una proteiforme dea greca dai molti volti, che declina e interpreta con grazia una vasta teoria di personificazioni. Laureata in filosofia e in telecomunicazioni interattive all’NYU di New York, Dèspina ha fondato il suo studio (Studio5050) nel 1995 e ha lanciato sul mercato il suo primo wearable , il Moi, un piccolo gioiello di luce che ha decretato l’inizio della sua passione per l’applicazione dei LED e delle tecnologie nel campo della moda. Da allora la sua ricerca è progredita e altri progetti sono nati nella collezione Digital Insigna , esposta in vari musei e conferenze in giro per il mondo.

Tra i più recenti è importante segnalare hugJackets e clickSneacks. HugJackets è una coppia di giacche impreziosite nella parte frontale da un intricato ricamo in fibra conduttiva e sul retro da una decorazione composta da LED. L’atto dell’abbraccio tra chi le indossa chiude il circuito e permette l’accensione della decorazione di LED sulla schiena e l’attivazione di un suono/vibrazione percepibile sul cuore. Una romantica metafora elettrica di una trasmissione simbolica di energia tra due persone. ClickSneacks è un magico-ironico paio di scarpe da tennis che produce ad ogni passo l’inconfondibile suono di un paio di scarpe con i tacchi alti. Comodità e mistica aura di sofisticata bellezza confuse in una passeggiata notturna. …difficile non innamorarsene a prima vista.

.

Espressione personale, Serendipità, Interfacce trasparenti, Luce, Tecnologia, Magia, molte sono le parole chiave che contraddistiguono il percorso esplorativo di Dèspina. Il suo linguaggio è ricco, e i suoi wearable, mai banali, traducono con curata perizia estetica intriganti intuizioni sulle possibili evoluzioni del nostro concetto di indumento. Lla intervisto per capire quale sia la sua visione e il suo pensiero sul presente e sul futuro delle tecnologie indossabili.

Simona Brusa: Quali sono le caratteristiche proprie dei wearables (tecnologie indossabili)?

Dèspina Papadopoulos: È essenziale che le tecnologie indossabili soddisfino le proprietà di base che hanno i normali indumenti e accessori. Devono adempiere ad una serie di domande: stanno bene addosso? Sono lavabili o, come i miei studenti hanno puntualizzato, sono monouso? Permettono una comoda circolazione in pubblico senza intralciare i movimenti? Inoltre debbono favorire il dibattito intorno all’idea di “vestito”, o presentare una qualche generale evoluzione del concetto di indumento (o della nostra relazione con esso).

.

Simona Brusa: Quali sono i significati emergenti dalla nostra relazione con le tecnologie indossabili?

Dèspina Papadopoulos: Mi piace pensare che il nostro rapporto con la tecnologia cambierà e che grazie ad essa forse potremo accorgerci della nostra profonda umanità. L’essere umano-tecnologico ha la possibilità di diventare l’istanza “più umana” di sé invece di trasformarsi in “post-umano”. Sono convinta che molte persone considerano questa idea paradossale, ma è proprio in questo frangente abbiamo la possibilità di riesaminare la nostra posizione nel mondo. Per la prima volta abbiamo la possibilità di comunicare l’uno con l’altro in una modalità senza precendenti. Le tecnologie voice IP sono un esempio, e il modo in cui sono state adottate mostra come in questa congiuntura esse siano percepite come un “diritto”, quale ovviamente sono, con il conseguente pensiero che i canali di comunicazione non possono più essere “proprietà” di nessuno.

Penso che questa idea sia una conseguenza delle tecnologie portatili e della telefonia senza fili, una cruda, primitiva versione della “telepatia” (“sono in spiaggia e penso a te” e ora ti posso chiamare). Non abbiamo però termini di valutazione sufficienti per estendere il discorso alle conseguenze delle tecnologie indossabili poiché non sono ancora parte integrante della società. Nel momento in cui avremo più strati di tecnologia addosso svilupperemo intorno a noi delle distinte “bolle digitali” che saranno anche bolle di comunicazione, e in quel momento la necessità di elaborare chi siamo e cosa vogliamo comunicare causerà nuove relazioni.

.

Simona Brusa: Come, secondo te, la moda e l’espressione personale saranno influenzate dalle tecnologie indossabili?

Dèspina Papadopoulos: Penso spesso a questa domanda ma non sono sicura di avere una risposta soddisfacente. Sono riluttante nel fare predizioni; si rischia sempre o di essere scontenti dell’andamento delle cose o di sottostimare cosa le persone faranno con una data tecnologia. Ciò di cui sono sicura è dell’importanza di sviluppare tecnologie indossabili nella cornice di una piattaforma libera, aperta alla sperimentazione, per sua natura più punk che “alta moda”. In questo modo si attiva la possibilità di tecnologie indossabili che permettano la creatività personale, la giocosità, la collaborazione sociale consapevole e la compartecipazione (sharing ). A sua volta questo processo forzerà una più ampia varietà nella moda, che al momento è completamente omologata e riduce la nostra scelta a uguale-a buon mercato, uguale-caro, uguale-veramente caro.

Simona Brusa: Dici spesso che i tuoi progetti “Digital Insignia” istigano se non una conversazione almeno un riconoscimento. In che modo questa istigazione è diversa da quella generata dai vestiti di moda?

Dèspina Papadopoulos: C’è una certa audacia, una certa sfrontatezza nei Digital Insignia; c’è una proprietà espressiva di ciò che viene comunicato. La moda ha perlopiù generato una relazione di potere con coloro che la consumano. Spesso siamo semplici consumatori di significato o peggio diventiamo dei tabellone pubblicitari. Con i Digital Insigna, o gesti elettronici, costruisco la possibilità di creare un significato invece di esserne un semplice consumatore. Ovviamente lo stesso fenomeno potrà presto accadere con i Digital Insignia o con le tecnologie personali, ma almeno per ora c’è la possibilità di sovvertire/sfuggire la tirannia delle identità e dei significati imposti.

.

Simona Brusa: In che modo le tecnologie sono magiche?

Dèspina Papadopoulos: C’e’ una frase di Arthur C. Clarke che mi ha sempre colpito: “Ogni tecnologia sufficientemente avanzata non è distinguibile dalla magia”. In un certo modo penso alle “tecnologie” come già avanzate. Quando guardo un LED vedo una piccola capsula di plastica, un diodo, una semplice reazione chimica che crea una luce colorata e della corrente elettrica, beh, in quel momento, quando mi soffermo su quella luminescenza, mi assale un senso di meraviglia, di timore reverenziale. Un semiconduttore così semplice che crea un’incandescenza così viva… Mi meraviglia la bellezza che questo mondo può generare nei suoi diversi “stati”. Gli artefatti tecnologici sono in molti modi parte dell’evoluzione, parte della natura (mai dei suoi sostituti), parte del mondo e del continuo spazio-tempo. Ritengo che una volta identificata la magia inerente la tecnologia, con tutto l’antropo-narcisismo che comporterà, allora potremo riconoscere la magia che è intessuta nel mondo attorno a noi.


www.moinewyork.com/

www.5050ltd.com/clickSneaks.html

www.5050ltd.com/hugJackets.html

www.5050ltd.com/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn