E’ da un po’ di tempo che il grande romanziere americano Bruce Sterlingfrequenta con competenza e sensibilità il mondo dell’arte digitale internazionale.

Il fatto che uno dei padri del cyberpunk (ricordiamo in questo senso “Artificial kid”, “La matrice spezzata”, “Isole nella rete”, “La macchina della realtà” e i più recenti “Caos Usa”, “Lo spirito dei tempi”, “La forma del futuro”), un teorico delle nuove tecnologie sociali (chi non ha mai fatto un giro sul suo blog Beyond the Beyond legato a doppio filo alla rivista Wired o su Dispatch from the Hyperlocal Future), un visionario di nuovi possibili futuri iper-mediali, sia presente in contesti culturalmente e artisticamente differenti. Dall’inaugurazione della design exhibition Generator X-Beyond the screen a Club Transmediale 08 di Berlino, al catalogo di una mostra “d’arte per l’arte” come la neo annunciata “Holy Fire, the art of the digital age” presso il centro Imal di Brussels, all’esperienza come curatore ospite di Share Festival a Torino, il suo percorso ci indica da un lato la cifra culturale di questo personaggio dal fine intelletto, dall’altro la schizofrenia ormai palese dell’universo dell’arte e del design contemporaneo.

Bruce Sterling è stato, come detto, curatore ospite di Share Festival 2008, un’edizione interamente dedicata al nuovo fenomeno del “digital fabrication”, e supportata in questo senso dai pezzi provenienti dal workshop/mostra organizzato da Marius Watz per il CTM di poche settimane prima. Una mostra di design questa che, sebbene non certo nella sua interezza, ha indicato chiaramente le possibilità offerte da questo tipo di progettazione / prototipazione legata ai software generativi, come felicemente esposto da Luca Barbeni lo scorso numero di Digimag di Marzo
(http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1101).
Lo stesso Luca Barbeni ha quindi avuto modo di lavorare con Sterling nel corso degli ultimi 6 mesi alla curatela del festival Torinese, e non si è fatto quindi sfuggire l’occasione di fare due chiacchiere con lo scrittore Texano su temi cari sia alla comunità degli artisti digitali, sia agli amanti della pura letteratura fantascientifica.

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Lo scenario che ne emerge, che sicuramente richiederebbe ulteriori approfondimenti che solo il tempo riuscirà a definire meglio, è estremamente interessante per quella generale sensazione di cui sopra: i mondi dell’arte, del design, della narrativa, della fabbricazione così come quello delle nuove tecnologie sociali, sono elementi in collisione e compenetrazione. I tentativi degli esperti di settore, siano essi critici, curatori, designer o scrittori, di mantenere questi universi separati, di replicare su di essi dinamiche appartenenti a un era pre-digitale, sono forse futili retaggi di un epoca che non è più.

Se Sterling sta attendendo il giorno in cui un giovane scrittore a lui sconosciuto scriva un libro sul nostro pianeta Terra secondo un approccio linguistico e culturale totalmente “locale”, sfruttando una piattaforma “globale” come Internet, io personalmente sono convinto che si possa lavorare per creare dinamiche artistiche, culturali e di senso sempre più complesse, fragili, compromesse, che facciano della compenetrazione, e non della separazione, la loro bandiera. E sebbene si questo articolo non ci sia, per ovvi motivi pratici, diritto di replica, penso che uno come Sterling mi possa vorrà dare ragione… (Marco Mancuso).

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Luca Barbeni: il titolo che hai scelto insieme allo staff di Shar è Manufacturing. E’ questa secondo te la rivincita degli atomi?

Bruce Sterling: penso che gli atomi si stiano semplicemente riprendendo il loro tempo. Se ci pensi, i “bits” digitali sono sempre e comunque “bits” di atomi. I “bits” possono essere fotoni, elettroni, piccoli buchi in dischi di plastica; i “bits” sono sempre stati cose materiali, solo che molto molto piccoli. Inoltre, i computers stessi sono oggetti di manifattura: tecniche avanzate utilizzate inizialmente per fabbricare “chips”, stanno diventando sempre più disponibili per manifatturare altri tipi di prodotti. Quindi, si può affermare che noi stiamo assistendo a una nuova ondata di “imperialismo bit” che si muove gradualmente all’interno degli atomi. Ancora un decennio, al limite due, e quelle differenze tra bits e atomi, tra virtuale e reale, diventeranno irrilevanti. Sembreranno argomenti datati, vecchio stile, come parlare di “superstrade dell’informazione” in un mondo dove tutti, sulle autostrade reali, utilizzano un cellulare in macchina.

Luca Barbeni: come cambia secondo te l’idea di design in un regime di realtà integrata?

Bruce Sterling: Il fatto che oggi noi possiamo usare un termine come “realtà integrata”, indica quanto può effettivamente cambiare il concetto di design. Chi in fatti potrebbe “integrare queste realtà”, se non i designers? Interaction design, information architecture, we design, servizi integrati in un numero crescente di oggetti: il design sta inventando letteralmente nuovi paradigmi e approcci ogni giorno. Nel mio manifesto del design “Shaping Things”, faccio molto caso alle nuove possibilità offerte al design da parte di attività digitali come il tagging, il tracking, i searching objects e le nuove forme di interazione con i programmi e gli archivi di dati. Dei 6 trends che ho identificato nel libro, mi sembra che proprio il digital manufacturing sia quello che si sta muovendo più rapidamente. Il digital manufacturing sta letteralmente portando nuove cose nel mondo reale, molte di loro impossibili da produrre con altri metodi. Si tratta veramente di un nuovo significato di produzione, una cosa sicuramente molto rara.

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Luca Barbeni: cosa ne pensi dei relatori su questo tema all’interno dei giorni di Share. C’è qualcuno che ti ha colpito maggiormente?

Bruce Sterling: Beh, tutti sono stati estremamente interessanti, ma devo sottolineare l’intervento di Donald Norman autore del libro “Design of future things”. Lui è uno dei maggiori critici di design del mondo, e a buon motivo

Luca Barbeni: in circa sei mesi che hai lavorato in Italia, che opinione ti sei fatto della situazione culturale del nostro pease?

Bruce Sterling: Bene, come molti stranieri, tendo a pensare che le cose che gli Italiani si rimproverano, siano alcune tra le cose più affascinanti che caratterizzano gli Italiani stessi. Gli Italiani sono molto auto-critici, ma alcuni di loro sono veramente troppo duri con se stessi. Mi sembra abbastanza chiaro che il problema culturale più grave in Italia sia la scarsità di Italiani. Ad ognuno piace fare molta attenzione riguardo l’alta cultura Italiana, ma io sono molto più interessato alla vostra cultura nel quotidiano. Per esempio, pochi critici affermerebbero che un fumetto come “Tex” è un grande momento di letteratura Italiana: ma io vengo dal Texas, quindi inevitabilmente trovo “Tex” affascinante. Potrei scrivere un trattato di dottorato su “Tex”, allo stesso modo in cui gli intellettuali Italiani tendono ad essere entusiasti di Mickey Mouse.

Luca Barbeni: riguardo alla fantascienza di cui tu sei no degli indiscussi maestri, sappiamo tutti che dopo la conquista dello spazio è arrivato il cyberspazio. La mia domanda è, quale pensi che sarà la “next big thing” nelle trame di fantascienza?

Bruce Sterling: probabilmente la “next big thing” sarà il collasso della pubblicazione in quanto tale. I giochi di ruolo su Interner sono saturati di fantasia e fantascienza, e questi giochi non hanno alcuna “trama” nel senso tradizionale del termine. Vorrei in questo senso raccomandarti il libro “Convergence culture” di Henry Jenkins, se ne vuoi sapere qualcosa in più di dove sta andando la cultura popolare. Il libro afferma, e mi trova concorde, che stiamo entrando in un era in cui il nostro divertimento non avrà alcuna “trama”, non più che i nostri politici avranno reali “ideologie”.

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Luca Barbeni: puoi suggerirci in questo senso giovani scrittori, o qualcuno di essi poco conosciuto?

Bruce Sterling: oh, sì, sicuro…Victor Pelevin, Johanna Sinisalo, Elena Arsenieva, Zoran Zivkovic, Jean-Claude Dunyach, Jean-Marc Ligny, H. H Loyche, Valerio Evangelisti, Vilma Kadleckova. Nell’era di Internet, i linguaggi letterari al di là dell’inglese stanno diventando l’ondata di una genuina differenza globale. Sto aspettando il giorno in cui un giovane scrittore di cui non ho mai sentito parlare, scriva un racconto “locale” sul pianeta Terra, nel senso “globale” del termine. Non penso che questo giorno sia molto lontano. 


http://blog.wired.com/sterling/

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