Gianni e Grazia Bolongaro amano l’arte al tal punto da aver fatto del loro smisurato e meraviglioso Parco (e annessa Villa) con vista sul fiume Magra dalle colline di Montemarcello della Spezia, un Museo all’aperto d’arte ambientale con le opere permanenti site specific, concepite in armonia con il luogo e con il paesaggio; opere che si lasciano attraversare dalla luce del sole, dall’aria, dal vento; opere da ascoltare e dentro cui immergersi.

Con la mostra dedicata nel 1997 a Hossein Golba, è iniziata l’attività di La Marrana arteambientale, proseguita poi con le mostre di Kengiro Azuma (1998), Luigi Mainolfi (1999), Philip Rantzer (2000), Mario Airò e vedovamazzei (2001), Magdalena Campos-Pons, (2003), e le installazioni/sculture di Lorenzo Mangili, Jannis Kounellis, Josef Kosuth, Lucia Pescador, Cecilia Guastaroba, Quinto Ghermandi .

Ultime, solo in ordine di tempo, le installazioni: Le cose non sono quelle che sembrano di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini e Il rifugio (per la tomba del computer sconosciuto) di Jan Fabre curata da Giacinto Di Pietrantonio, direttore del Gamec di Bergamo. L’eclettico artista fiammingo , legato alle arti visive (compreso lo spettacolo), quest’anno condirettore del Festival d’Avignone, ha proposto un’opera straordinariamente ispirata e intensa in forma di capanno di pietra contenente all’interno sette lucerne e grandi croci viola e blu Bic con inciso il nome di speci di insetti scomparse. La scheda introduttiva parla di metamorfosi come tema dell’opera. Metamorfosi che è da rintracciare nell’ olometabolia degli insetti, nel passaggio cioè attraverso i vari stadi larvali o nello stesso involucro-tana dell’opera in cui la morte diventa tutt’uno con la vita ovvero con la cavità uterina che la struttura in pietra richiama.

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Nell’introduzione pubblica Fabre ha parlato degli insetti come “i migliori combattenti”, dunque una tomba per il milite-insetto ignoto. Ma il computer cosa c’entra? Si può azzardare che rifugio tomba computer (e relativa memoria ad accesso remoto) siano tutti contenitori di stati di passaggio, luoghi archetipici della sospensione, dell’attesa. Limen .

Siamo sulla soglia della skené in attesa della metamorfosi. Siamo invitati a uscire piuttosto che entrare nel catalogo dell’esistente. Stiamo trasformandoci e non ce ne accorgiamo, stiamo per diventare kafkianamente coleotteri-animali o per divenire inanimati. Per spiegare la condizione evocata dall’opera uso le parole di Deleuze-Guattari riferite alla Metamorfosi di Kafka: “Non c’è più né uomo né animale, perché l’uno deterritorializza l’altro in una congiunzione di flusso, in un continuum di intensità reversibile”. In un momento storico in cui le grandi croci richiamano i cimiteri di guerra possiamo interpretare questa decimazione degli insetti come una sorta di profezia della specie prossima votata all’estinzione, quella umana. E intendere l’opera tutta come un corpo selvaggio primitivo, che si espande e si allarga a comprendere tutto ciò che la circonda: l’ambiente, le cose, gli esseri, le piante, gli animali, le pietre in una potenzialità infinita di scambio, in un invito antico alla metamorfosi, al mascheramento, alla vita da riconquistare fieramente come insetti-combattenti contro l’omologazione del mondo, contro la vita umiliata in un unico destino.

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L’opera di Mocellin-Pellegrini è invece un’installazione scultorea e sonora insieme che evoca i giochi dell’infanzia dei fratelli Van e Ada dal racconto di Nabokov. Ancora insetti -e relativa metafora sessuale: insect/incest – popolano questo lavoro in forma di panche marmoree e relativo tavolo in cui viene offerto al visitatore il gioco dello scarabeo per comporre e ricomporre enigmisticamente parole. Attraverso casse acustiche viene sussurata al giocatore l’incestuosa storia interpretata in forma di dialogo dagli stessi artisti. In un’altalena vicina ancora giochi di parole incise ma soprattutto una possibilità, dondolandosi, di ascoltare frammenti della storia, attivati grazie a fotocellule.


www.lamarrana.it

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