A Milano, in uno cioè dei centri tradizionalmente più importanti del design internazionale, luogo e non luogo di incontro e scontro di realtà creative legate al design che sempre più spesso si confonde con logiche di business e spettacolo come nel caso dell’ormai satirico Salone del Mobile, da un po’ di tempo una piccola realtà si sta facendo notare con sempre maggiore insistenza.

Si tratta di Interaction Design Lab, che come suggerisce il nome nasce da una costola dell’Interaction Design Institute di Ivrea, e che come è quindi facilmente intuibile, ama lavorare ai confini più sperimentali del design attraverso le tecnologie, unendo a un certo tipo di tradizione progettuale la tensione più attuale verso il digitale. ID-Lab è un gruppo di lavoro, uno studio in cui confluiscono le esperienze più diverse di vari professionisiti: Stefano Mirti, Walter Aprile, Massimo Banzi, Gianlugi Mutti sono nomi che a molti di voi diranno sicuramente qualcosa.

L’attività dell’ID-Lab è risultata sempre più evidente nel corso soprattutto degli ultimi mesi, quando l’organizzazione di una serie di interessantissimi workshop su software come Arduino, Max Msp, Processing ha richiamato l’attenzione di alcuni artisti della scena milanese, ma anche di professionisti di vario titolo o semplici smanettoni curiosi e delusi dalla sempre più chiusa proposta didattica delle scuole tecnico/artistiche italiane, su temi come grafica e animazione digitale, design, sound e interaction soprattutto.

E’ giusto quindi confrontarsi con altri centri e scuole che all’estero operano da tempo in questa direzione, ma è anche altrettanto giusto, a mio modesto avviso, spendere qualche parola sulle poche realtà nazionali che operano con merito e con coscienza del contesto nel quale sono inseriti. Ne parliamo appunto con Stefano Mirti, che di ID-Lab è fondatore e direttore.

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Marco Mancuso: Mi raccontate la genesi dell’Interaction Design Lab? Quando è nato e perchè è nato proprio a Milano?

Stefano Mirti: Id-lab nasce come spin-off di Interaction Design Institute Ivreawww.interaction-ivrea.it . Arrivati al 2005, quando era chiaro che IDII non sarebbe continuato a Ivrea, un gruppo di persone (legate alla “e1″ – exhibition unit) ha iniziato a ragionare su un continuamento dell’esperienza eporediense sotto altra forma. http://projects.interaction-ivrea.it/exhibitions/ e’ il sito della e1. Si facevano progetti di vario tipo per committenze interne o esterne, pubbliche e private. Il tutto ci piaceva e ci divertiva (e anche, particolare non da poco, aveva un plausibile senso economico), dunque e’ venuto abbastanza spontaneo pensare di continuare il tutto in autonomia. Id-lab nasce il primo gennaio 2006 (gli ultimi contratti con il mondo IDII terminavano infatti il 31 dicembre 2005).

Milano perche’, se si vuole fare design in Italia, e’ un posto comodo. In verita’ poi noi abbiamo due sedi: una a Torino e una a Milano. Due citta’ profondamente diverse, due maniere di intendere il design dissimili; su questa tensione si possono costruire molte cose. Torino da questo punto di vista e’ una citta’ molto interessante. Una citta’ molto ricca di tradizione “progettuale”, una tradizione che pero’ non e’ “design” nell’accezione consolidata milanese. Dunque, molto interessante.

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Marco Mancuso: Siete un gruppo di persone con esperienze professionali diverse. Come è stato formato il team di lavoro e come si svolgono le vostre attività nello specifico?

Stefano Mirti: A Ivrea abbiamo passato cinque anni a imparare a dialogare. Il designer con l’amministrativo, l’uomo del software con quello dell’hardware. Chi comunica e chi fa. La qualita’ del lavoro fatto a Ivrea nasceva da li’. Un sistema orizzontale che vede la presenza di varie persone diverse. Nel sistema non c’e’ un vertice o un mago o un qualcuno piu’ importante di altri (in questo molto diverso dal design tradizionale o dall’architettura che vive della figura del “faraone/capo/nome” in cima a una piramide di schiavi di vario tipo). Piu’ che team di lavoro (che cambia di volta in volta), possiamo parlare di struttura. Ci sono tre competenze diverse: quella amministrativa, quella legata al design e quella legata alla tecnologia. La spina dorsale e’ data dall’amministrazione. Le altre due triangolano con la prima a seconda dei lavori.

Piu’ nello specifico non si tratta mai di stabilire a tavolino un team di lavoro. In genere si parte dalla persone. Date le competenze xyz si cercano lavori o opportunita’ di un dato tipo. Non c’e’ una griglia precostituita che viene riempita di competenze. C’e’ piuttosto un gruppo di persone e in base alle loro competenze ci si muove nel mondo professionale. In genere, siamo sempre curiosi e interessati quando incrociamo persone con interessi e competenze diverse dai nostri…

Marco Mancuso: Quanto è caratterizzante delle vostre attività la desinenza “Lab”? Il termine suggerisce immediatamente una praticità laboratoriale delle vostre attività, molto spiccata.

Stefano Mirti: Molto. Id-lab e’ nato per giocare di sponda con realta’ accademiche. E’ stato cosi’ nel suo primo anno di vita (lavorando con istituzioni diverse, organizzando workshop per conto nostro). Adesso stiamo stabilizzando e consolidando una serie di rapporti con Naba http://www.interactiondesign-lab.com/workshop/ . Quello che in inglese si chiama “knowledge” e’ una delle nostre attivita’ principale. Perche’ ci consente di sperimentare, ricercare, aggirare i vincoli e costrizioni legati alla pratica professionale stretta. C’e’ poi un secondo livello. Riferito alla tradizione anglosassone (tradizione alla quale siamo stati esposti in lungo e in largo a Ivrea). In Italia, tradizionalmente c’e’ una divisione chiara tra chi fa e chi pensa. Il meccanico “fa”, l’avvocato “pensa”. Nel mondo anglosassone (specialmente nelle discipline a noi vicine), questa divisione non sussiste.Ci sono numerose persone (o tipologie di persone) che fanno per pensare, o che pensano facendo. Da questo punto di vista, il nostro e’ un lab, un laboratorio, una bottega, un luogo di esperimenti assortiti…

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Marco Mancuso: Avete organizzato alcuni workshop francamente molto lungimiranti, ciò che altri istituti del paese non si sognano ancora di fare. Processing, Arduino e altri software e linguaggi ancora. Come sono andati? Quali risposte dalle persone? Quali altri workshop in futuro?

Stefano Mirti: Era (e’) un esperimento. Vedere se a Milano si riescono a organizzare dei workshop concettualmente interessanti cercando di andare in pari (economicamente). Sono andati molto bene e infatti stiamo per incominciare ora il secondo giro ed e’ gia’ in fase avanzata la preparazione del prossimo: dal punto di vista economico sono andati bene. Cioe’ siamo riusciti ad arrivare – all’incirca – al pareggio. Il primo giro ha visto una quarantina di partecipanti sui tre workshop (che non sembra ma sono tante persone). Le persone che hanno partecipato erano molto soddisfatte, senza contare che piu’ in generale il tutto ha anche un grosso valore in termini di comunicazione. I prossimi workshop (terzo giro) avranno come tema la robotica (fare l’hacking di una lampada ikea trasformandola in un braccio snodabile che si muove secondo i nostri desideri), la telefonia cellulare (due giorni per progettare e implementare un programma che gira sul nostro telefonino) + un terzo ancora da definire.

Marco Mancuso: Con che criteri vengono scelti i temi dei workshop e dei laboratori e come vengono finanziati? Riuscite a godere di finanziamenti statali o culturali?

Stefano Mirti: I temi dei workshop vengono scelti in base al network di persone al quale abbiamo accesso. Si stabiliscono delle aree possibili (interessanti, che vedano la compresenza di design e tecnologia), si contattano persone diverse, si ragiona con loro, etc.etc. I workshop sono a pagamento. Non tanto, ma neppure gratis (le cose fatte gratis sembra sempre che non abbiano valore). Una cifra modesta (sull’ordine di ca. 100 euro) alla portata delle persone che possono essere interessate a queste tematiche. Sui finanziamenti… Abbiamo avuto finanziamenti della provincia di Milano, ma non specificatamente sui workshop. La sfida e’ quella di definire un format che sia in grado di stare in piedi da solo. Che poi si sia in grado di reiterarlo magari in altre citta’ o in altri contesti. Dal nostro punto di vista il workshop e’ un progetto come gli altri. Che implica un investimento iniziale ma che deve poi reggersi sulle proprie gambe. E se non ci riesce, allora vuole dire che da qualche parte c’e’ un errore e non funziona. Per ora siamo soddisfatti, tra qualche mese saremo in grado di fornire pensieri piu’ precisi in merito.

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Marco Mancuso: Avete pensato anche a ulteriori attività di sviluppo progetti, commissioni o residenze di artisti italiani o stranieri di riferimento, come accade in alcuni importanti media center europei?

Stefano Mirti: No. Noi tutti amiamo l’arte e conosciamo il mondo dell’arte abbastanza bene (alcuni di noi molto bene). Pero’ noi non facciamo arte. Noi facciamo design, ovvero robe che hanno un evidente valore d’uso. In genere non amiamo molto mescolare le due. Noi siamo designer, ci occupiamo di design. Il mondo dell’arte funziona con regole completamente diverse, e in genere sovrapporre le due garantisce grosse confusioni e disastri assortiti. Di questo si potrebbe chiacchierare a lungo. Pero’ a grandi linee noi abbiamo una natura molto pratica e riferita a committenze precise che ci chiedono lavori diversi. Quando capita (come per esempio nei sopracitati workshop) di sviluppare progetti in autonomia, essi hanno sempre come obiettivo quello di diventare un prodotto, un qualche cosa che poi qualcuno ne possa avere un bisogno pratico, etc.etc. L’artista procede secondo una strada che e’ diversa…

Marco Mancuso: Cosa è secondo voi l’interaction design al giorno d’oggi mediante l’utilizzo delle nuove tecnologie?

Stefano Mirti: Mah…Domanda difficile. Diciamo che negli anni sessanta del secolo precedente, l’unico design possibile era quello industriale. Forse ora e’ uguale. Ci si muove verso un mondo dove la sfida interessante e’ quella delle interfacce, delle modalita’ di relazione tra uomo e macchina. Se c’e’ una spina, ci sara’ dunque un’interfaccia. Come sono queste interfacce? Come funzionano? Cosa comunicano? Del mio telefonino a me non interessa il fattore forma. Mi interessa riuscire a mandare sms velocemente e in maniera intuitiva…

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Marco Mancuso: Pensate si riuscirà presto a raggiungere, a livello installativo o peformativo, un giusto equilibrio tra esigenze estetiche di design, tecniche di programmazione e interazione uomo-macchina?

Stefano Mirti: Non e’ detto. Il dubbio non e’ tanto riferito all’obiettivo (giusto equilibrio), quanto piuttosto al termine ‘presto’. Per arrivarci ci si arriva per certo. Che ci si arrivi ‘presto’ non e’ affatto detto (anzi, tutto fa pensare il contrario).

Marco Mancuso: E quanto lo sviluppo delle tecnologie influirà in questo?

Stefano Mirti: Nulla. Le tecnologie ci sono sempre state e hanno ovviamente influito sugli oggetti che noi usiamo.Se scrivo con il pennello, allora la scrittura sara’ di un certo tipo. Se la scrittura mi serve per incidere segni sulla pietra con lo scalpello, plausibilmente i segni che usero’ nel mio alfabeto saranno profondamente diversi da quelli che usa il signore con il pennello. Ogni epoca ha le sue tecnologie, le sue necessita’, i suoi desideri. Da questo punto di vista, non c’e’ granche’ di nuovo. La luce elettrica ha trasformato radicalmente l’osteria tradizionale ottocentesca. Poi e’ arrivata la radio e’ c’e’ stata una seconda rivoluzione. Dopo la seconda guerra mondiale sono arrivate nuove tecnologie, nuove trasformazioni. Il frigorifero, la televisione, il flipper e il juke-box. Quali saranno le prossime trasformazioni? Quali le nuove tecnologie? Non lo sappiamo con certezza, ma il meccanismo e’ a grandi linee sempre uguale.0


http://www.interactiondesign-lab.com

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