Architettura e tecnologia, design e media digitali, una liason sempre più ardita e quasi oltraggiosa nella sua natura ibrida e audace allo stesso tempo. Dopo i capitoli relativi a Lab(au) e Limiteazero a cui sono stati dedicati due approfondimenti nel corso degli ultimi numeri di Digimag, un nuovo tassello si aggiunge a questo complesso mosaico ben lungi dall’essere tessuto nella sua completezza.

Si tratta di doubleNegatives Architecture (dNA), studio di architetti, designer, sound & visual artist e grafici di stanza in Giappone ma di geografia variabile, che fa capo all’architetto Sota Ichikawa (già noto nell’ambito dell’arte digitale in quanto metà del progetto Gravicells – Gravity and Resistance, in collaborazione con Seiko Mikami, visto nel corso degli ultimi 2 anni in moltissimi festival a livello internazionale, nonché in Italia a Share Festival). Anche in questo caso, riuscire ad analizzare il lavoro di dNA con completezza allo scopo di riportarlo con profondità di analisi e giusta economia di aggettivi e avverbi non è cosa semplice. Soprattutto quando si percorrono sentieri polimorfi, interdisciplinari, quando si toccano corde a noi meno consone, quando si cerca cioè un meta linguaggio capace di rendere più agevole la conversazione tra discipline e tecniche di progettazione diverse. Un percorso questo che, come accaduto in altri ambiti nel corso degli ultimi anni, architettura e design stanno compiendo, alle soglie di una rivoluzione che a mio avviso porterà a un mutamento di codici e linguaggi, soprattutto nella capacità di rappresentazione e interpretazione dei contesti ambientali nei quali viviamo.

Queste tematiche sono per doubleNegatives Architecture linfa vitale: le loro architetture sono creature digitali in costante mutazione con l’humus organico che le circonda, specchio multimediale di una natura mai così viva e visibile, transfert progettuale di un ambiente naturale che mai come in questo caso risulta tangibile e assimilabile. Nello specifico sto parlando del progetto Corpora in Si(gh)te, commissionato ed esposto presso il YCAM – Yamaguchi Center for Arts and Media, dal 13 Ottobre 2007 fino al 13 Gennaio scorso. E’ questo un progetto che rappresenta solo l’ultimo progetto in ordine di tempo di un discorso più ampio (tutta la serie dei “Corpora“) del percorso di ricerca di dNA sul rapporto tra design, tecnologia e ambiente spaziale.

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Corpora in Si(gh)te
photo: Ryuichi Maruo(YCAM)

Il fulcro, il nodo centrale di “Corpora in Si(gh)te” è la dinamica di ripresa in “soggettiva” che lo caratterizza: un corpo architettonico in grado di dare una visione soggettiva e autonoma dell’ambiente circostante (dati sulla direzione e la potenza del vento, sulla temperatura, sull’umidità circostante, sulla luminosità, sul livello di rumore…) grazie alla presenza di una serie di super-occhi elettronici, in grado di relazionarsi e influenzarsi tra loro come i nodi di una maglia digitale che traccia le sue trame in funzione dei dati raccolti. E che si allarga, si stringe, si torce e ritorce, si modifica, cresce e si sviluppa come quell’ organismo vivente che in sostanza rappresenta…,

Per dNA ” l’Architettura è innanzitutto uno strumento di misurazione dello spazio”, lo ripetera molte volte Sota Ichikava nel corso della nostra lunga intervista. L’architettura è vissuta come un’enorme accumulo di misurazioni spaziali: misurazioni atte a una nuova visualizzazione digitale, soggette a una costante ri-distribuzione dei propri valori. Strutture complesse del tutto virtuali, capaci di ri-progettare se stesse in tempo reale in funzione di modifiche e variazioni dei propri flussi di dati. Un’architettura complessa in grado di rientrare poi nell’ambiente, influenzandolo a sua volta, riempiendolo, modificandone l’abitabilità, interagendo con gli esseri umani; per arrivare magari un giorno a intessere un dialogo progettuale con le strutture reali, con le forme magari più tradizionali di architettura, come dimostrato da dNA nei progetti “Algorithmic Wall” e “Corpora structure 1″.

Dalla bellissima Torre dei Venti di Toyo Ito sono passati più di vent’anni, ma forse ancora non si era visto un sistema di ricezione sensoriale basato non sugli assi cartesiani xyz quanto più su un sistema di coordinate polari, allo scopo di aprire nuove concezioni e visualizzazioni dello spazio. E’ quello che circa dieci anni fa ha iniziato a fare Sota Ichikawa con il sistema portante di tutto il progetto dei Corpora Projects chiamato “smooth compound eyes -> super-eye“…buona lettura.

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Corpora in Si(gh)te
photo: Ryuichi Maruo(YCAM)

Marco Mancuso: Vorrei iniziare parlando del progetto Corpora in Si(gh)te, se mi vuoi parlare di esso e della mostra presso l’YCAM. Come hai avuto l’idea originariamente per questo progetto, come lavora, quale è la relazione tecnologica tra materiali fisici e tecnologie digitali

Sota Ichikawa: Corpora in Si(gh)te (CiS) è l’ultima rappresentazione in scala reale di un nostro progetto chiamato “Corpora Project” che portiamo avanti da molto tempo e di cui abbiamo effettivamente svariate versioni. Non mi ricordo francamente da dove è nata l’idea, ti posso dire che c’erano delle tracce già nel nostro progetto chiamato “smooth compound eyes -> super-eye” del 1995. Quindi è un progetto che effettivamente esiste da più di dieci anni, anche se è attivo diciamo dal 2004. Noi, come doubleNegatives Architecture (dNA), riuniamo differenti figure professionali e artistiche per ogni singolo progetto, e i membri attivi nel progetto CiS sono Max Rhiner, Ákos Maróy, Kaoru Kobata, Satoru Higa, Hajime Narukawa e io.

Brevemente CiS è una costruizione autonoma che ri-progetta se stessa sotto l’influenza di parametri naturali del luogo nella quale è posizionata. La superficie esterna di CiS cattura dati ambientali in tempo reale come la direzione del vento e la sua velocità, la luminosità, la temperatura, l’umidità, il livello di rumore, utilizzando circa 40 unità di strumenti di rete presenti presso il sito dell’ICAM (Yamaguchi Center for Arts and Media) a 4 ore e mezza di treno da Tokyo. E’ possibile fare riferimento al concetto di “smart dust” per comprendere l’idea tecnologica alla base del progetto: la struttura architettonica virtuale totalmente autonoma è in grado di computare i suoi dati in scala con lo spazio reale che la circonda. La struttura architettonica è cioè in grado di ri-progettarsi e aggiornarsi, modificandosi e cambiando di secondo in secondo.

Il pubblico presente può quindi osservare la struttura virtuale su schermi appositi di realtà aumentata. Abbiamo infatti inserito molte telecamere in rete tra loro che registrano il luogo attorno all’YCAM in tempo reale, in modo tale che la struttura computazioale di CiS si possa sovrapporre efficacemente alle immagini reali dell’ambiente circostante catturate in real-time. Il pubblico stesso può infine influenzare la ricezione dei dati e la generazione quindi dell’immagine finale, modificando l’angolo delle telecamere tramite touch-panels all’interno della sala della mostra. In sostanza quindi, tutte le competenze e le idee utilizzate per CiS provengono totalmente dalle tecnologie di sorveglianza.

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Mesh network sensor device in the field
credit:Ryuichi Maruo(YCAM)

Marco Mancuso: Corpora in Si(gh)te è quindi un’entità architettonica virtuale vivente, in grado di rispondere all’ambiente che la circonda e “visualizzarlo”. Sembra esserci una doppia relazione tra “lo spazio interno” e lo “spazio esterno”, tra il “naturale” e il “digitale, tra il “fisico” e il “virtuale”. Cosa ne pensi di queste relazioni, sono volute o consequenziali al progetto stesso?

Sota Ichikawa: Il tema/concept portante di CiS è quello di comprendere e considerare il luogo da dove sono controllati gli oggetti. L’utilizzo tradizionale del design, della produzione, è quello di osservare gli oggetti dall’esterno, in modo tale che siano ben controllato da un punto di osservazione oggettivo. Il progetto Corpora cerca invece di controllare gli oggetti dall’interno, da un punto di vista soggettivo o da più punti di vista soggettivi. Il nome stesso “Corpora” è la forma plurale Latina di “corpus”, che significa appunto “corpo” o “corpo morto” o anche “compilazione di parole”. In questo senso per noi il suo significato è “compilazione di differenti punti di vista soggettivi”. Nella serie Corpora Project, noi abbiamo settato una serie di elementi automatici chiamati “super-eye” che hanno speciali sistemi di notifica, regole di comportamento programmate: essi sono i nodi della struttura architettonica e rappresentano appunto il punto di vista soggettivo di cui sopra. Questi “super-eye” esplorano l’ambiente circostante raccogliendo dati e osservano tutti gli altri “super-eye” che li circondano: una batteria quindi di punti di osservazione soggettivi che guardano l’ambiente.

I “super-eye” cercano quindi di registrare i dati così come sono in caso di buone condizioni ambientali, ma se è scuro cercano di adattarsi, così come se è ventoso cercano di fare brevi passaggi di registrazione, o cercano di essere più intensi in caso di scarsa umidità o se la struttura è più instabile cercano di essere più solidi possibile. Al contempo se l’ambiente circostante è troppo denso, essi muoiono e scompaiono. Il sistema di base è preso dal “game of life” di John Conway, un modello di automazione computazionale per cellulari molto noto, il concept del progetto proviene invece dall’idea di “Dust eye / Dust Architecture” in cui il singolo pulviscolo (dust) osserva lo spazio, cerca i dati nello spazio e si ri-progetta in funzione di esso per creare una struttura architettonica complessa.

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Group of super-eyes for “Corpora structure 1″
credit:dNA

Marco Mancuso: Quali sono state le vostre influenze, sia nel campo dell’architettura che in quello del design o dell’arte audiovisiva? Guardando al Corpora in Si(gh)te è immediate pensare per esempio alla “Tower of Winds” di Toyo Ito con le debite differenze nell’uso di tecnologie fisiche rispetto a quelle digitali. Quale è la vostra relazione con altri grandi architetti dei nostri tempi?

Sota Ichikawa: Sì, ci sono molti grandi architetti in giro per il mondo e lo stesso Toyo Ito è sicuramente un grande. Però devo ammettere che io non ho proprio un riferimento conscio con questi architetti. Se devo sforzarmi, forse il pensiero dell’architettura degli anni ’70 del secolo scorso mi ha piuttosto influenzato anche se ciò che più mi ha influenzato sono i racconti sci-fi, i fumetti e le misteriose costruzioni e paesaggi vernacolari. Non ho molto da dire invece su tematiche come l’interaction design, l’arte audiovisiva; noi le utilizziamo nel momento in cui ci servono e perché oggi si sono sviluppate considerevolmente e sono utili per il nostro lavoro. Lo scopo finale dei nostri lavori non è quello di essere esposti, ma di vedere e capire come funzionano, vedere come si relazionano a noi, in una forma di sperimentazione costante del pensiero base dell’architettura. Non sono propriamente una combinazione di architettura e tecnologie media, ma piuttosto una rappresentazione/visione dell’architettura di per se stessa.

Marco Mancuso: Cosa ne pensi dell’utilizzo del digitale come modalità sempre più diffusa a livello software per creare forme e architetture molto ambiziose (come accade per esempio per un maestro come Zaha Hadid)? Sembra che il tuo approccio all’architettura sia completamente differente, spostando l’attenzione più appunto su tematiche come l’interaction design, la spazializzazione audiovisiva, la rappresentazione iper-mediata dell’ambiente…

Sota Ichikawa: Beh, Zaha è grande, sembra quasi naturale per lei spostarsi verso l’utilizzo di algoritmi generativi per creare forme bellissime. Penso seriamente sia uno degli architetti più importanti del mondo al momento. Noi per la verità partiamo da un differente meccanismo di percezione spaziale, che può fare riferimento al volo degli stormi di uccelli, così come ai formicai o agli alveari, a tutti i meccanismi quindi ci controllo delle masse di soggetti singoli. Ci sono quindi 2 parti del “Corpora Project”: la prima è quella di ispezionare e visualizzare il processo di generazione dell’immagine, come nel caso di CiS, la seconda è quella di cercare invece di applicare questo sistema a strutture reali, come nei progetti “Algorithmic Wall” e “Corpora structure 1“. E in questo caso il discorso è molto più complesso e applicato ai concetti di architettura tradizionale.

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CiS augmented reality screen shot
credit:dNA

Marco Mancuso: Voi considerate il vostro approccio all’architettura come un sistema di misurazione dello spazio, come una via possibile di rappresentazione dell’ambiente che ci circonda meditante l’utilizzo di luci, video, audio. Avevate fatto lo stesso qualche anno fa cercando di creare delle architetture che in quel caso potessero visualizzare la struttura complessa di Internet. Quale è il vostro metodo di lavoro quindi e quale il vostro approccio all’interdisciplinarietà e alla rappresentazione ibrida di spazi fisici e virtuali?

Sota Ichikawa: “L’Architettura come strumento di misurazione dello spazio”, questo è il concetto alla base del nostro lavoro. E’ molto semplice e forte al tempo stesso. L’architettura è un’enorme accumulo di misurazioni spaziali: anche una semplice costruzione è sempre ri-composta nel tempo e nello spazio e le sue misurazioni vanno avanti in continuo. E’ un corpo intelligente che misura lo spazio circostante.

Immagina quando gli architetti e i designer imparano la tecnica del disegno, piani/elevate/prospettive: sono modi di proiezione relativi a un sistema comune di notazione, in modo tale che tutti possano leggerli, disegnare tramite essi e condividerli. Il sistema di disegno nell’architettura diventa il linguaggio/protocollo dello spazio. Penso quindi che se utilizzassimo modi differenti di notazione/linguaggio, potremmo raggiungere un nuovo concetto di spazio: è facile da comprendere se proviamo a immaginare di pensare in Italiano o in Giapponese. Avremmo ovviamente due outputs differenti. Questo è ciò che abbiamo fatto all’inizio di doubleNegatives Architecture (dNA) nel 1998 con il progetto “smooth compound eyes -> super-eye“, cioè creare differenti sistemi di notazione 3D basati non sul sistema degli assi xyz ma sulle coordinate polari, per avere una nuova nozione dello spazio. Questa idea sopravvive ancora oggi ed è il cuore del progetto CiS.

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Algorithmic Wall
credit:dNA

Marco Mancuso: Pensi infine che l’uso delle tecnologie digitali possa essere effettivamente considerata come una modalità da parte dell’architettura per rappresentare le strutture di network informazionali e i layers digitali che innervano le nostre città, o anche uno strumento per lavorare direttamente con il concetto di corpo immerso in uno spazio multimediale? Pensi altresì che l’architettura potrà confluire in altre discipline artistiche e progettuali? Del resto lo stesso studio doubleNegatives Architecture è fatto di un mix professionale di architetti, designers, sound e visual artists, graphic designers…

Sota Ichikawa: Io penso che prima o poi dimenticheremo questa dicitura “digitale”. La considereremo come parte della natura. Oggi queste tecnologie non sono già più così speciali, sono ovunque e sono veramente nelle nostre mani. Dovremmo pensare a queste tecnologie come materali, analogamente all’acciaio e dovremmo utilizzarli come materali da costruzione. Attualmente queste tecnologie sono in veloce sviluppo e si può osservare la continua evoluzione delle loro forme, sempre più piccole e a basso consumo. E’ quindi facile prevedere che tutto sarà sempre più simile e non avremo più cura per gli elementi di differenza e separazione tra gli oggetti.

La programmazione sarà la principale operazione per la maggior parte delle professioni. Ci sono già molti livelli di programmazione e in futuro anche i riconoscitori vocali aiuteranno a programmare; i prodotti saranno molto più aperti alla programmazione e anche agli architetti e ai desginers verrà richiesto una maggiore competenza nella programmazione a basso livello. Questo ambiente programmabile e innervato di reti ci darà sicuramente differenti percezioni, emozioni, terrore, felicità, potere, percezione della società, dello stato, della mappa della città in cui viviamo….è difficile fare un tipo di previsione su questo tipo di fusioni.

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Algorithmic Wall
photo: Megumu Wada

Attualmente, quello che vediamo oggi, è già nell’idea degli scrittori sci-fi come ti dicevo prima. Molti concetti avanzatissimi provengono da scrittori come Vernor Vinge o Greg Egan. Loro veramente riescono a fare previsioni e io rispetto molto la loro visione immaginaria, qualcosa di molto simile a una vera attività architettonica. 


www.doublenegatives.jp/

www.g–r.com/

http://corpora.ycam.jp/

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