La 12. Biennale Architettura di Venezia è ormai agli sgoccioli, ma il titolo di quest’anno – People Meet in Architecture – lascerebbe presagire una volontà di ricaduta a lunga gittata, aldilà del momento prettamente espositivo. “L’idea è di aiutare gli individui e la società a relazionarsi con l’architettura, aiutare l’architettura a relazionarsi con gli individui e la società, e aiutare gli individui e la società a relazionarsi tra loro”, afferma la direttrice di quest’anno, la giapponese Kazuyo Sejima.


Ma come rispondere concretamente a questo obbiettivo? Come incontrare il crescente desiderio di partecipazione delle persone ai processi decisionali che stanno dietro all’ambiente costruito in cui viviamo? Le esperienze di architettura open source che sono emerse recentemente sembrano poter offrire una risposta.

L’adozione di modelli derivati dall’open source e dal crowdsourcing nella pratica progettuale determina alcuni cambiamenti che riguardano in primo luogo il ruolo dell’architetto e quello dell’utente. Se già Michel de Certeau sottolineava come l’uso e il consumo siano pratiche tutt’altro che passive ma, al contrario, costituiscano una modalità di riappropiazione creativa dello spazio (così come di ogni altro ordine costituito) (1), le attuali esperienze di architettura e design partecipativo sembrano accelerare in questa direzione proponendo l’interevento attivo dell’utente già dalla fase progettuale e potenzialmente allargando all’intera community Web 2.0 le possibilità di incidere in modo concreto sul prodotto finale.

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Condivisione, collaborazione, confronto, partecipazione: sono queste le parole chiave di un modalità operativa che potrebbe ricordare – in un contesto tecnologico e sociale completamente diverso – la New Babylon di Constant (2), una città su scala planetaria costantemente ridefinita, rimodellata e ricostruita dagli abitanti.

Ma quail prospettive, quali dinamiche e quali scenari potrebbero aprirsi per/grazie a queste pratiche architettoniche aperte? Ne abbiamo parlato con Daniel Dendra (anOtherArchitect), architetto e fondatore, insieme a Peter Ruge e Rosbeh Ghobarkar (LOOM) di OpenSimSim, un network di progettazione open source “aperta a tutti coloro che hanno a cuore il mondo del design e il design del mondo” (3), dagli architetti agli scienziati, dai produttori agli utenti.


Il progetto è stato presentato proprio alla Biennale Architettura coinvolgendo nove studi (4) nell’ideazione di un’unita funzionale casalinga, chiamata “pod”, che rispondesse in primo luogo a prerogative ambientali, tecnologiche e di sostenibilità economica, così come ad esigenze di flessibilità: pod può essere costruita direttamente dall’utente, così come da un’azienda, può essere inserita in una costruzione già esistente oppure in un nuovo progetto. Da giugno 2010 gli architetti hanno lavorato a questa idea comune condividendo e confrontando ogni fase progettuale.


Una parte del contributo di OpenSimSim alla Biennale Architettura presenta i modelli
dei progetti realizzati tramite questo scambio e collaborazione fra i diversi team.


Ma la partecipazione di OpenSimSim alla Biennale, più che presentare risultati già ottenuti, è volta a testare e sperimentare delle possibilità per il futuro, delle strade ancora da percorrere. Per questo la parte forse più interessante del loro contributo è una versione “in progress” della piattaforma online sotto forma di una installazione augmented reality con cui i visitatori possono interagire.

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La piattaforma online è già in rete, aperta ai contributi della community, e molto presto uscirà una nuova versione beta.

Già da ora è possibile seguire tutte le fasi del progetto grazie ad una capillare documentazione video disponibile sul web e realizzata dall’artista Natalia Fentisova: dalle discussioni su aspetti strettamente progettuali, a quelle sulle dinamiche di cambiamento determinate dai modelli open source, ogni momento di confronto fra i partecipanti è condiviso in modo trasparente e aperto ai commenti degli utenti.

Open Source is changing many aspects of our every day life. […] We are shifting from a corporation owned consumer world to a community driven participation system where people are enjoying to contribute their knowledge and time to the wider public for free”(5), dichiarano i fondatori di OpenSimSim. In campo architettonico questo comporta un passaggio dall’individuo (o dal team) creativo ad un network allargato.

L’architettura potrebbe trarre beneficio da una partecipazione estesa di esperienze, capacità e conoscenze molto diverse e, allo stesso tempo, gli utenti avrebbero la possibilità di contribuire in modo più concreto alla determinazione dell’ambiente in cui vivono. Resta da vedere quanto tutto questo possa trovare un’applicazione su ampia scala, quanto la partecipazione possa diventare effettiva e biunivoca e quanto questo inciderà sui reali processi costruttivi… ma la sfida è proprio questa. Perché non provare?

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Elena Biserna: Vorrei incominciare innanzitutto col chiederti come è nato il progetto OpenSimSim: quali sono le esigenze, le riflessioni e le problematiche che vi hanno portato ad ideare una piattaforma di confronto allargato sul progetto architettonico?

Daniel Dendra: OpenSimSim è iniziato circa un anno e mezzo fa, durante una discussione con il mio amico e collega Peter Ruge sulla situazione della nostra professione. Abbiamo fatto un piccolo esperimento chiedendo alle persone di scegliere tra due immagini: un casa storica e un edificio contemporaneo (ma non vorrei svelare il nome dell’architetto!). La maggioranza delle persone ha rivelato di preferire l’abitazione storica. Abbiamo mostrato anche altre due immagini: una vettura storica (più o meno dello stesso periodo dell’edificio) e un’auto contemporanea. In questo caso la maggior parte delle persone ha scelto l’auto contemporanea.

Sembra esserci un grosso problema per gli architetti: o costruiamo edifici che non sono in grado di incontrare i bisogni e i desideri degli utenti, oppure non siamo in grado di comunicare l’architettura contemporanea in modo convincente. In realtà, pensiamo che entrambe queste considerazioni siano in parte vere.

Negli anni passati la nostra professione è stata guidata da una spinta verso un’architettura iconografica e spettacolare. Il punto di partenza di questo movimento potrebbe essere probabilmente definito come l’“effetto Bilbao”, che ha poi condotto all’idea di una città piena di “effetti Bilbao” come Dubai. Molti architetti hanno partecipato a questo folle movimento (noi compresi), ma la sveglia è arrivata insieme alla crisi economica e finanziaria. Ora abbiamo il tempo per guardare indietro e capire che cosa abbiamo fatto.

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Esiste una citazione di Dieter Rams (grande designer industriale tedesco) molto interessante: “Non abbiamo bisogno di creare un design eccezionale, ma un design migliore”.

In altri termini, la situazione peggiorerà se continuiamo a lavorare e progettare nello stesso modo. Con gli attuali cambiamenti ambientali la nostra architettura e le nostre città devono necessariamente divenire molto più intelligenti di quanto lo siano ora. Non possiamo semplicemente rivolgerci alle vecchie conoscenze. Siamo di fronte a nuovi cambiamenti ambientali che non possiamo risolvere solo con case ed edifici efficienti dal punto di vista energetico: dobbiamo riflettere anche sugli utenti. La maggior parte delle attuali soluzioni abitative sostenibili non funziona semplicemente perché la gente non sa come utilizzarle correttamente. La soluzione non è fornire un grande manuale da studiare per ogni casa, ma progettare delle interfacce più intuitive per queste tecnologie. Così, improvvisamente, gli architetti si trovano ad affrontare nuovi problemi.

Ma torniamo all’automobile contemporanea o a prodotti come l’iPhone, dove troviamo tutte le ultime tecnologie integrate in un ottimo progetto… Se si confronta una vettura di classe media con una cucina media, si può pensare di pagare più o meno lo stesso prezzo per i due prodotti. Ma con l’auto si ottiene un valore molto più elevato: persino il suono delle porte di chiusura è stato progettato accuratamente, tutte le tecnologie sono collegate e molta attenzione è riservata alle interfacce per l’utente. Nel caso della cucina si ottiengono invece 3 o 4 macchine intelligenti, che però non sono collegate, e un sacco di stupide scatole in MDF(6) con una bella finitura. E il problema non è la quantità di unità prodotte: in tutto il mondo si producono più o meno la stessa quantità di cucine e automobili. Se poi si guarda all’architettura, il problema diventa ancora più evidente. Produciamo prototipi con budget di gran lunga inferiori a ciò che qualsiasi produzione di automobili spende per sviluppare un nuovo modello: 1 miliardo di dollari USA.

Come possiamo sviluppare architetture e città che siano intelligenti quanto le auto in questo modo? Per noi le uniche vie possibili sono l’OpenSource e il crowdsourcing. Abbiamo bisogno di aprire le porte e lasciare che tutti diventino parte del progetto. Per ora abbiamo imparato solo le parole segrete per aprire il cancello – OpenSimSim – ma abbiamo bisogno di tenerlo aperto e diffondere il tesoro fra tutti noi; il tesoro siamo tutti noi e tutte le nostre conoscenze.

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Elena Biserna: … da tutto questo si arriva a “pod”, un’unità di controllo flessibile e funzionale in grado di immagazzinare e distribuire energia ai dispositivi casalinghi. Si tratta del primo progetto (sarebbe meglio dire i primi progetti) realizzato da OpenSimSim. Vuoi parlarci del processo, delle collaborazioni, della metodologia utilizzata per arrivare a questo risultato?

Daniel Dendra: Penso che sia molto più facile registrarsi a opensimsim.net e seguire il processo e le idee di ogni disegno pod. Abbiamo documentato ogni passo nella progettazione e pubblicato anche le conferenze telefoniche tra i progettisti e consulenti.

Elena Biserna: In effetti tutta la documentazione del processo, interviste, workshop, ma anche gli incontri tramite webcam fra gli architetti coinvolti, sono consultabili e commentabili… è anche un modo per ampliare la consapevolezza e per stimolare una discussione più ampia su queste tematiche e possibilità

Daniel Dendra: Sì, certo. Per noi presentarci al pubblico alla Biennale è stato un esperimento. Così abbiamo testato di quanta partecipazione e di quanta trasparenza abbiamo bisogno perchè il processo funzioni. Naturalmente continueremo ad affinare e mettere a punto il processo di beta in beta.

Elena Biserna: Alla Biennale Architettura, infatti, avete presentato una versione “in progress” della piattaforma online che state implementando. Alcune workstations permettono ai visitatori di interagire con i progetti e di inserire contenuti, commenti, feedback… Quali saranno le possibilità di partecipazione dell’utente nella versione “definitiva”?

Daniel Dendra: Non credo che arriveremo mai a raggiungere una versione definitiva: abbiamo già compreso che abbiamo bisogno di cambiare la nostra prima tabella di marcia per adattarla ai bisogni, ai desideri e ai feed-back degli utenti e dei partecipanti. Quindi speriamo che il nostro progetto rimanga dinamico e flessibile. Al momento stiamo lavorando su un manifesto per l’architettura open source e anche sulla seconda versione beta di OpenSimSim che presenteremo a TEDxBerlin il prossimo 15 novembre.

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Elena Biserna: …allora attenderemo ancora qualche giorno prima di scoprire le potenzialità della nuova versione. Mi interessa però andare più a fondo sulla questione del ruolo dei partecipanti: l’architettura e il design rispondono sempre più alla necessità di flessibilità e adattabilità alle esigenze degli utenti. L’utilizzo di modelli open source nella pratica architettonica espande questa possibilità anticipando la partecipazione attiva dell’utente già dalla fase progettuale. In che modo tutto ciò porta a ridefinire le fasi dell’intero processo?

Daniel Dendra: Il cosiddetto processo di progettazione tradizionale tende a finire nella documentazione del progetto attraverso delle foto in cui non viene mostrata nessuna persona. Alcuni architetti creano opere d’arte in cui l’utente è considerato come un’entità invadente. È per questo che solo il 2% dell’architettura costruita in tutto il mondo è realizzata con la partecipazione degli architetti. Semplicemente le persone non si fidano più di noi – molti pensano che un architetto non sia necessario. Allo stesso tempo abbiamo l’ambizioso obiettivo di ridurre la nostra produzione di CO2 a zero entro il 2050. Per ora non possiamo nemmeno immaginare quale sia la risposta a questa sfida. E non credo che gli architetti possano rispondere a questa domanda da soli. Se e come abbiamo bisogno di cambiare il processo di progettazione è una domanda a cui ancora non possiamo rispondere.

Elena Biserna: Design open source significa anche radicale ripensamento dei ruoli associati alla tradizione progettuale. L’allargamento del progetto ai contributi di una ampia community porta ad una forma di autorialità multipla, ad una condivisione e collaborazione ampia fra professionisti e utenti, fra competenze ed esperienze profondamente diverse. Quali nuove prospettive si aprono per l’architetto, come viene ridefinito il suo ruolo?

Daniel Dendra: Non credo che vi sia una vera ridefinizione del ruolo dell’architetto. L’architettura e la pianificazione urbana sono sempre stati processi collaborativi. Con la necessità e lo sviluppo di sistemi più complessi – le facciate diventeranno pelli – abbiamo bisogno di includere ancora più pensatori e specialisti in questo processo.

Ma il ruolo dell’architetto è sempre stato simile a quello del conduttore di una orchestra. Molti progetti importanti sono stati influenzati enormemente dai clienti o da altre persone coinvolte nel processo. Ogni film è seguito da un elenco di credits lungo diversi minuti, mentre l’architettura è attribuita ad una unica entità. In realtà dire che un edificio è stato progettato da Zaha Hadid, mentre sono coinvolti circa 400 architetti e forse un numero ancora maggiore di consulenti, non è corretto.

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Elena Biserna: A proposito di credits: quali sono le conseguenze di tutto ciò dal punto di vista del copyright?

Daniel Dendra: Adattare ai progetti architettonici le idee delle licenze copyleft, come Creative Commons, è per noi una grande sfida. Ma, parlando francamente, non ci dovrebbe essere alcun diritto d’autore per l’architettura in quanto la nostra professione si basa su centinaia di anni di sviluppo realizzato da persone senza nome. Le nostre città hanno una intelligenza che è stata sviluppata dal processo di partecipazione dei cosiddetti Baumeister. Solo di recente abbiamo sviluppato le idee di edifici e architetture “firmate”, ma ancora oggi la maggior parte delle costruzioni di tutto il mondo sono di fatto realizzate da gruppi di sconosciuti. Come possiamo avere un copyright su qualcosa che non abbiamo inventato? In altre professioni e mercati, come ad esempio l’industria della musica in Cina, il concetto stesso di copyright è absoleto.

Elena Biserna: Quali sono le convergenze e le diversità che riscontri fra OpenSimSim e altri progetti recenti di architettura open source come, ad esempio, Open Architecture Network, Open Source Architecture (OSA) o Open Source Architecture for Africa?

Daniel Dendra: Naturalmente abbiamo studiato i progetti e le piattaforme già esistenti. In generale stiamo cercando di rendere più facile la partecipazione di persone e designer e inoltre ci rivolgiamo non solo ad architetti, ma a tutte le persone coinvolte nel processo costruttivo e anche agli utenti del futuro progetto architettonico. Inoltre non crediamo che i nostri prodotti debbano essere sviluppati per una specifica area geografica, mentre la maggior parte dei progetti che menzioni si concentra sul cosiddetto terzo mondo. Il nostro approccio è volto a sviluppare un progetto che possa essere utile per tutto il mondo e per ogni cultura.

Elena Biserna: In effetti la differenza più rilevante fra queste esperienze e OpenSimSim mi sembra risiedere proprio nella volontà di coinvolgimento di un pubblico allargato, composto sia da professionisti sia da non professionisti… Che importanza ha internet nella volontà/possibilità di partecipazione?

Daniel Dendra: Di sicuro la volontà di partecipazione delle persone nei processi decisionali in corso sta cambiando. Negli ultimi decenni non è stato così importante, ma ora basta dare uno sguardo a ciò che sta accadendo in tutto il mondo: in Francia vediamo le manifestazioni più intense dal 1968, in Germania la classe media sta scendendo in piazza per manifestare contro un progetto multimiliardario a Stoccarda… Tutto questo non era pensabile alcuni anni fa. Penso che la crisi recente e il cambiamento climatico siano stati un campanello d’allarme per le persone. Internet è il mezzo perfetto per lo sviluppo di nuovi strumenti e piattaforme che alimentino questo movimento.

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Elena Biserna: Ma quindi, dal punto di vista generale, quali prospettive pensi possano svilupparsi per le pratiche progettuali collaborative basate sul modello dell’open source o dei social network e quali limiti potrebbero esserci (se ne avete già individuato qualcuno)?

Daniel Dendra: Il talento non è legato ad una determinata regione geografica e questo è davvero evidente in uno stato decentrato come la Germania: molti dei leader del mercato mondiale di alcuni settori hanno sede in zone rurali o in piccole città. Non tutti i talenti sono nella capitale. Un processo di progettazione collaborativa potrebbe unire queste persone disseminate in tutto il mondo e aiutarle a lavorare sulle tecnologie e sui progetti futuri. Il limite è, ovviamente, il fatto che la gente, nonostante tutta la tecnologia a disposizione, preferisce incontrarsi e lavorare insieme nello stesso spazio, quindi abbiamo in programma anche workshop e laboratori in diverse città.

Elena Biserna: Esistono, secondo te, anche dei rischi? E’ possibile, ad esempio, una strumentalizzazione che trasformi la collaborazione degli utenti in una sorta di indagine di mercato “politicamente corretta”? Oppure, per altri versi, il ruolo dell’architetto o del designer potrebbe trasformarsi in un nuovo e diverso dispositivo di controllo?

Daniel Dendra: Come con qualsiasi nuovo sviluppo o tecnologia ci sono dei rischi, ma al momento non posso condividere questi timori. La prospettiva principale di OpenSimSim è di generare una migliore progettazione attraverso il crowdsourcing. I suoi risultati non si rivolgono agli attuali mercati dell’architettura e del design. Il 98% degli edifici del mondo sono costruiti senza la partecipazione di un architetto: stiamo cercando di riconquistare alcune fette di mercato perdute per la nostra professione fornendo prodotti di qualità superiore che sono progettati utilizzando l’intelligenza della gente. Naturalmente per ogni progetto c’è qualcuno che modera l’intero processo e dovrebbe fare in modo che la collaborazione si sviluppi in modo giusto; è un processo simile a quello utilizzato nella progettazione dei software open source.

Elena Biserna: Quali sono i prossimi passi di OpenSimSim? Quali gli obbiettivi a medio e lungo termine?

Daniel Dendra: Nel breve termine, come dicevo, stiamo lavorando per l’uscita della prossima beta e anche sulla possibilità di includere più progetti e coinvolgere più persone. Siamo stati accolti con grande interesse; siamo sopraffatti dall’interesse della gente e dal modo positivo con cui le persone hanno reagito alle nostre idee. Uno dei problemi principali è anche quello di trovare alcuni sponsor, in altre parole di garantire che si possa andare avanti con tutte le idee che stiamo sviluppando.

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Nel lungo periodo vorremmo invece migliorare il nostro spazio. Sarebbe bello se OpenSimSim diventasse una piattaforma di condivisione di idee e progetti a livello globale, ma anche di educazione sulla progettazione architettonica e urbana per un pubblico ampio. Ovviamente abbiamo una tabella di marcia a lungo termine, ma abbiamo imparato che è meglio non forzarla e ascoltare, invece, ciò che desiderano gli utenti della piattaforma. Quindi per prima cosa abbiamo bisogno dei vostri commenti, suggerimenti, feed-back e della vostra partecipazione. OpenSimSim è per voi e per le vostre idee – non per noi. Condividere è sexy!

http://opensimsim.net/

http://tedxberlin.de/

http://www.labiennale.org/it/architettura/

http://www.anotherarchitect.com/OtherArchitects.html

Note:

1 – Michel de Certeau, L’invention du quotidien. I Arts de faire, Union générale d’éditions, Paris 1980.

2 – Si veda Francesco Careri, Constant. New Baylon, una città nomade, Testo&Immagine, Torino 2001.

4Acconci Studio, New York; anOtherArchitect, Berlin + Moscow; AU Studio, London; BFR Lab, Cologne + Langenthal; Hangzhou Ruge, Hangzhou; Haptic Architects/StokkeAustad, London/Oslo; IÑAKI ECHEVERRIA, Mexico; June14, Berlin + New York; School Architecture, Kyoto.

6 – MDF, o “medium density fiberboard”, un materiale derivato del legno.

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