Andreas Schlegel, aka sojamo, si occupa di computational design presso una delle più importanti realtà di produzione e sperimentazione di soluzioni interattive con i nuovi media: art+com di Berlino. I suoi studi e la sua carriera professionale lo definiscono oggi come un communication designer, un vero e proprio multimedia engineer, oltre che ovviamente un artista i cui interessi sono rivolti alla generazione di immagini in movimento in tempo reale, agli spazi sensibili, nonchè alle dinamiche di comunicazione all’interno di network virtuali.

Sul suo sito sono presenti numerosi lavori ed esperimenti riguardanti l’interface design in senso ampio, che meritano tutti una visita. Notevole è poi l’operazione di collecting data all’interno del sito stesso che tiene traccia, in modo piuttosto dettagliato, di tutte le attività dei naviganti: come espressamente Andreas allerta “you give, you get, you leave some traces”.

La sua presenza all’interno di un gruppo storico nella storia del design digitale degli ultimi anni come art+com non è quindi casuale. Fondata nell’ormai lontanissimo (in termini di sviluppo frenetico delle tecnologie e dei nuovi media) 1998, la factory tedesca fondata da Joachim Sauter si è sempre prefissata lo scopo di lavorare con i computer come un vero e proprio medium e non semplicemente come uno strumento espressivo, credendo sin da subito a quel crossover professionale che ha porta oggi molti designer fin alle soglie della programmazione artistica, coniando l’espressione computational design oggi tanto usata e abusata.

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Tutti elelementi questi presenti nel lavoro di Andreas Schlegel, con il quale ho avuto modo di parlare sul tema dell’arte procedurale e generativa, nonchè sul suo lavoro come designer e programmatore all’interno di art+com.

Fabio Franchino: Parlami della tua idea di arte generativa.

Andreas Schlegel: L’arte generativa, intesa sia come pratica che come teoria, ha sicuramente un ruolo molto importante nel mio lavoro. Tuttavia non mi considero un esperto del campo. Trovo interessante soprattutto il concetto di struttura che sta dietro al lavoro e al risultato finale. Kandisky, Malevitch, Cage, Xenakis, LeWitt, Nicolai e altri mi hanno molto ispirato, in particolar modo per il fatto che tutti loro, seppur in modo differente, hanno perseguito l’attitudine delle metodologie generative, ma in epoche diverse, in discipline differenti e con differenti background.

Tutti loro hanno in comune la volontà di lavorare con sistemi, i quali offrono spazi e possibilità creative e interpretative superiori. La maggior parte del mio lavoro consiste nel creare software, costruire sistemi di regole e istruzioni. Nel mio lavoro, un progetto è sempre costituito dall’insieme di piccoli elementi che già esistono, i quali vengono connessi per mezzo del codice ottenento così un sistema estetico. Il mio approccio al visuale è sicuramente influenzato dal mio background di graphic designer e dai miei interessi nell’arte visiva.

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Fabio Franchino: Pensi che l’attitudine e le metodologie generative possano in qualche modo influenzare il processo creativo tradizionale, piuttosto che rimanere relegato in un ambito di ricerca?

Andreas Schlegel: Penso che reali cambiamenti nell’attività creativa possano avvenire a patto che ci sia un reale interesse commerciale da parte di aziende e istituzioni. Sistemi procedurali sono attualmente presenti nell’ambito della ricerca artistica e in ambienti educativi. Penso che l’ambito commerciale sia un fattore importante per far cambiare le cose, per far desiderare qualcosa di nuovo, e quindi per ottenere un reale cambiamento di rotta nel mondo della creatività. Penso che sia ancora difficile spiegare i vantaggi dei sistemi procedurali a un ampio pubblico, che comprende anche i potenziali clienti.

Usare la definizione di pratica generativa per spiegare il senso di un progetto generativo non convince neanche me. Molto spesso manca un reale coinvolgimento per l’osservatore, che non può essere sostituito dalla sola spiegazione della metodologia. Personalmente apprezzo molto i lavori generativi che fanno uso di dati reali come input, per spiegare e visualizzare un certo ambiente, rendendolo più comprensibile per l’osservatore. In questo caso sono un felice osservatore e fruitore dell’opera.

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Fabio Franchino: Lavori in Art+Com come computational-desiger. Puoi dirci il tuo ruolo in un tipico progetto commissionato e l’approccio per iniziare e portare avanti tale progetto?

Andreas Schlegel: Sì, lavoro attualmente in art+com come designer, in particolar modo occupandomi di interfacce e computational design. Considero la definizione di computational designer molto ampia, che riguarda svariati campi del design, dove lo strumento principale è il computer e l’uso del codice. L’approccio per iniziare un nuovo progetto è molto simile a quello tradizionale, che si basa sul concept di un idea innanzitutto, per poi passare alla creazione di un prototipo. Normalmente inizio a pensare a un nuovo progetto su carta facendo degli abbozzi, per poi passare alla fase di presentazione del prototipo utilizzando processing e altri software grafici. Successivamente alla presentazione il progetto passa alla fase produttiva per la quale intervengono altri soggetti e professionalità.


www.sojamo.de

www.artcom.de

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