Le “tecnologie indossabili” sono uno degli scenari più annunciati di convivenza con le nuove tecnologie nella quotidianità: sia che svolgano funzionalità di ausilio sportivo o medico, di comunicazione mobile o di potenziamento sensoriale, esse vanno annoverate tra gli scenari più diffusi della progettazione e dal design tecnologico.

Lo sviluppo di queste applicazioni, sempre a cavallo tra creatività ed evoluzione, sembra ricadere pienamente tra i casi di “meta design” secondo la definizione elaborata da Elisa Giaccardi e Gerhard Fischer (in Creativity and Evolution: a metadesign perspective, Jounal of Digital Creativity, n.1, Marzo 2008): con il termine di metadesign gli autori intendono infatti un quadro concettuale di design che permetta, grazie a nuove forme collaborative e interdisciplinari di design, nuove infrastrutture tecniche che contribuiscano a migliorare le condizioni sociali ed economiche.

Spesso però la programmaticità degli ambienti di sviluppo tecnologico si scontra con il classico paradosso prescrittivo: come è possibile anticipare, e soprattutto comprendere, bisogni tecnologici inespressi di tecnologie, soprattutto per i casi sopradescritti di “tecnologie indossabili” in cui la sfida del design riguarda applicazioni che pervadono la vita quotidiana degli individui e, letteralmente, dei loro corpi?

Uno degli esperimenti più interessanti in questa direzione è stato quello attuato da Lone Koefoed Hansen (della University of Aarhus, finanziato dal Danish Research Council for the Humanities) e Susan Kozel per l’Interactivity Lab della Simon Fraser University presso la British Columbia canadese. In un loro contributo, apparso sul Journal of Digital Creativity (Vol.18, Issue 4, Dicembre 2007) hanno descritto l’esperienza sperimentale di “tecnologie indossabili” in un progetto denominato Placebo Sleeves , il quale, a sua volta, costituisce la singola fase di un progetto più ampio denominato Whispers in cui un gruppo di ricerca, composto da artisti, designer e sviluppatori di software, studia principalmente l’estetica e l’impatto culturale delle tecnologie indossabili sulla società.

Img: courtsesy by Susan Kozel e Lone Koefoed Hansen

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Nel nostro caso è forse più interessante sottolineare l’esperienza particolare del singolo esperimento di Placebo Sleeves, anziché del macroprogetto di ricerca Whispers , per comprendere come gli aspetti sociali, performativi e fenomenologici del rapporto tra esseri umani e tecnologia sia molto più complesso e in itinere di quello che profilano solitamente i deterministi tecnologici o i costruttivisti antropologici.

La sperimentazione di Placebo Sleeves è partita dall’ottimo presupposto di superare il paradosso dell’implementazione, spostando il focus della ricerca: si è passati dallo studio delle implicazioni del nuovo design all’analisi delle connessioni e delle prospettive d’uso delle nuove applicazioni. Un assunto importante del progetto considera che i nuovi paradigmi delle tecnologie future non vengano prodotti semplicemente durante la fase di design, ma che essi emergano dalla cultura pratica (per citare ‘Howard Rheingold degli Smart mobs). Diventa quindi centrale lo studio delle culture d’utilizzo secondo diverse metodologie, soprattutto quelle legate al teatro e alle tecniche di performance perché hanno una lunga tradizione di espressione della corporeità, essendo il corpo l’ambiente centrale di sviluppo delle tecnologie indossabili.

Per attuare questo percorso, il gruppo di ricerca ha provato a calare il concetto di “Embodied Imagination” (tradotto in italiano con “immaginazione attiva”) nei contesti d’uso delle tecnologie indossabili. Il termine è stato elaborato in prima istanza da Carl Jung e sviluppato successivamente da Robert Bosnak e James Hillman con alcune pratiche terapeutiche e creative. Le tecniche di immaginazione attiva sono finalizzate a favorire quei movimenti espressivi (pittura, danza, musica) che possono diventare i canali attraverso i quali l’inconscio può affiorare alla coscienza. Secondo questa metodologia, attraverso tecniche di creatività è possibile giungere alla forma trascendente dei sogni o delle memorie sopite che rivelano stati della persona al di là della sua consapevolezza.

Il corpo in questo caso viene considerato secondo la metafora teatrale del palcoscenico, sul quale l’inconscio riproduce una serie di stati complessi che attraverso le tecniche di immaginazione attiva, possono accrescerne le sensazioni, i sentimenti e la consapevolezza. La Hansen e la Kozel hanno tentato di applicare alcune di queste tecniche terapeutiche per comprendere le dinamiche “emozionali”, individuali e collettive associate all’immaginario che si può sviluppare nell’utilizzo quotidiano delle tecnologie indossabili.

Img: courtsesy by Susan Kozel e Lone Koefoed Hansen

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Se nel progetto generale Whispers sono stati quindi utilizzati sensori biodinamici e interfacce aptiche e audio inseriti nei capi d’abbigliamento che in contatto wireless con gli altri sperimentatori hanno creato modi di trasmissione e condivisione inediti di sensazioni corporali, il progetto Placebo ha scelto deliberatamente di utilizzare oggetti – delle maniche – che potessero apparire sì ad alto contenuto tecnologico, ma che in realtà erano “vuote” e quindi proprio per questa leggerezza potessero suscitare l’impressione di un altissimo grado di sofisticazione.

Per evitare la scoperta anticipata dell’escamotage, le esperienze d’uso di queste maniche si sono svolte tutte in setting teatrali, secondo cornici prestabilite di attività e di interazione con gli altri partecipanti. Per giungere ai risultati dell’esperimento sono state rispettate due linee guida principali, la prima è stata quella di estendere al contesto della vita quotidiana le sensazioni provate in ambiente sperimentale, soprattutto attraverso la verbalizzazione in script predefiniti e la seconda è stata appunto quella di non esplicitare i limiti delle tecnologie di comunicazione presenti nelle maniche. Durante e dopo le prove delle maniche è stato chiesto ai partecipanti di esprimere le impressioni, le sensazioni ed emozioni provate durante i vari setting, stimolando soprattutto la forza evocativa e poetica dell’oggetto tecnologico (rimarcando ad esempio le fasi gestuali, cinestetiche ed espressive dell’utilizzo tecnologico) e non le sue funzionalità.

Il materiale raccolto ha riportato esperienze personali, dirette, spesso umoristiche e intime. Le impressioni sono state associate spesso al carattere dello sperimentatore, alle sue speranze e ai suoi timori. Pochi utilizzatori hanno espresso raccomandazioni tecnologiche sulle funzionalità delle “maniche”. I performers hanno espresso straordinarie proiezioni biografiche e antromorfe grazie alla tecnologia placebo: alcuni sperimentatori, indossando le maniche, hanno avvertito nostalgie familiari o geografiche, altri ancora hanno cominciato a chiamare con nomi propri le maniche, mentre alcuni hanno denunciato l’eventualità che le maniche potessero “creare nuove forme di dipendenza”, ma nessuno ha avvertito l’assenza della tecnologia negli oggetti indossati.

Lo spazio elastico delle performance ha permesso quindi di catturare una serie di connessioni di “immaginazioni attive” che avevano come base la tecnologia e la comunicazione e venivano diffuse attraverso le relazioni interpersonali. La performance ha restituito spessore umano all’esperienza d’uso e al rapporto uomo-tecnologia perché ha fondato la propria analisi non solo sulle qualità logiche e cognitive, ma anche su quelle affettive, passionali e immaginative.

Img: courtsesy by Susan Kozel

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I risultati apportano un rilevante contributo allo spazio d’azione del meta-design di oggetti d’uso quotidiano perché dimostrano che l’essere umano, soprattutto in contesti comuni, si rapporta alle tecnologie con regole ambigue, apparentemente illogiche perché caricate emotivamente e spesso in contrasto con la semplice valutazione di funzionalità. 


 

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