Martin Gropius Bau - Berlin
29 / 09 / 2017 – 10 / 12 / 2017

Un bambino enorme, un ragazzo paffuto ed un uomo annegato piangono, sbavano e addentano grotteschi panini fatti di escrementi, cadaveri, bandiere e maschere, non imparando nulla. Una folla senza nome procede sbandando dentro un buco o compone delle lettere con una coreografia. Una spartana opera per pianoforte di Jürg Frey viene eseguita in loop in una cella di cemento, nel rifugio di un eremita e in un bucolico giardino estivo.

I pannelli informativi riflessivi tratti dal “Contemporary Art Writing Daily” si cimentano con un mondo barbarico reale del tutto assente dalla mostra. I crediti scorrono per indicare una fine che non ha mai inizio e le aziende di social media sponsorizzano tutto, apparentemente senza limiti.

Ed Atkins è uno dei rappresentanti più significativi di una generazione di artisti che risponde esplicitamente alla crescente ubiquità dei media digitali; Atkins crea dei mondi di folle artificialità e disperato realismo. I suoi video generati al computer mostrano personaggi solitari e sciatti con una fedeltà spiccata e disarmante.

Le sue animazioni rivelano la loro costituzione digitale e il loro artificio quasi totale,  e allo stesso tempo si sforzano di ottenere un inquietante livello di realismo. Le opere di Atkins colpiscono l’osservatore nel profondo, restituendo una nauseabonda corruzione della sostanza, sia materiale che concettuale, proprio come l’idea di “cibo vecchio” solleva il sospetto di uno spreco, di una bontà rovinata.

In occasione della mostra al Martin-Gropius-Bau, Atkins ha creato una nuova serie di opere che si costruiscono sulle possibilità allegoriche del suo particolare stile di video-making, che spinge l’estetica in aree di desiderio, storicità, malinconia e stupidità sempre più precarie. Atkins è noto per una serie di videoistallazioni popolate da surrogati di CGI, animate con performance in motion capture e doppiate dall’artista stesso.

Nelle opere più recenti l’artista ha ampliato la sua esplorazione del mezzo, stemperando emozionanti rappresentazioni autobiografiche con questioni più ampie, sorte come una naturale conseguenza dell’esponenziale preponderanza della forma. Se nei lavori precedenti la morte era la precondizione dell’amore e il logico punto di arrivo di ogni velleità rappresentativa, Old Food presenta un sistema allo stesso tempo meno macabro e decisamente meno romantico.

Il mondo di Old food è sempre già perso e continua ad esistere a prescindere, senza nessuna redenzione mortale all’orizzonte. Come gli hamburger di Mcdonald’s, Old Food non si guasta mai, non marcisce – semplicemente perdura, un mondo di malinconia dove ciò che è perso resterà per sempre fuori dalla possibilità di essere compreso, e tanto meno recuperato.

Ad oggi Old food è la più grande istallazione di Atkins. Pareti video e schermi piatti  tracciano un dramma da camera fatto di dubbio sentimentalismo e imprecisione storica. Caricature e aneddoti si scontrano e deragliano in un nostalgico non-luogo di evasione, che mostra come sia i recenti fenomeni televisivi Fantasy, sia ogni altra fantasia siano incapaci di non prendere alla lettera le romantiche possibilità dell’immaginario.

A differenza di molte delle precedenti opere di Atkins, Old food è lento, zoppicante, sfinito della sua stessa apparente superficialità. Tuttavia Old Food si muove, preso in un concerto di triste, acuto dentro-fuori. I nuovi video generati al computer sono istallati accanto ad un’ampia selezione di costumi dell’archivio del Deutche Oper di Berlino, presentati come un object trouvé, nel modo esatto in cui sono conservati.

In parte perversa messa in scena, in parte pratico accorgimento acustico, i costumi invitano a leggere i video come aspirazioni operistiche e sogno storico compromesso –  per la loro incapacità di rivolgersi efficacemente alla loro contemporaneità e al loro presunto ambiente, siano essi la Scozia dell’XII secolo o l’antico Egitto, oppure Berlino e il mondo di oggi.

Così come i costumi sono esposti in modo tale da sovvertire il loro ruolo di strumenti di  narrazione immersiva, i video di Atkins contraddicono costantemente sia il loro realismo che la loro elaborata tecnologia. L’effetto finale, abbastanza ironico, è quello di una genuina imminenza.

Ed Atkins (nato nel 1982) vive e lavora a Berlino. Nel 2016 è stata pubblicata “A Primer for Cadavers” un’antologia di suoi scritti a cura di Fitzcarraldo Editions.


www.berlinerfestspiele.de

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