Quattro spettacoli che hanno solcato i teatri e i luoghi dei principali Festival estivi, quattro performance nuove ed originali che hanno deliziato l’Europa nei vari ImpulsFestival di Vienna, DijleFeesten Deflux di Vismarkt, DasArts, Inteatro , Drodesera, e che rivedremo imminenti anche in autunno supportati del successo riscosso nelle anteprime.

Arrivano da Bruxelles Manah Depauw e Bernard Van Eeghem con il loro apocalittico “How do you like my landscape?”, da Madrid Rosa Casado ci fa giocare collettivamente in “Well-being & welfare”, da Parigi il danzatore franco-tedesco Wolf Ka ci incanta con il suo spettacolo per uno spettatore “Moving by numbers” e da Lisbona Claudia Dias ci sorprende con le scatole narrative di “Das coisas nascem coisas”. Sono metodi diversi di un fare comune, letture e composizioni che trovano le basi nella cultura e nell’analisi sociale e morale del proprio appartenere, delle influenze e geografie interscambiabili e mai come ora sentite ed apprezzate.

Bruxelles, Madrid, Parigi e Lisbona ci mettono di fronte a dei perché mai veramente decifrabili, a delle verità mai veramente assolute; meticolosamente ci impongono un punto di vista altro sul quale ragionare per intervenire davvero, sul quale esplorare per canalizzarci dentro la creazione artistica ma senza robotizzarci a semplici spettatori vojeur.

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In fondo siamo dinanzi a quattro “modelli culturali”, quattro variabili sociali e socio-psicologiche che riflettono il modello conosciuto in Occidente come era moderna o anche postmoderna secondo un Arnold Toynbe o addirittura un Jean Geyser, ma reinterpretati efficacemente e consapevolmente senza scarti fra ideali e realtà, fra messinscena e retroscena. Manah e Bernard, Rosa, Wolf e Claudia vengono da competenze diverse, da “effervescenze” diverse ma poi comunicano perennemente e godono quotidianamente per le stesse realizzazioni, per le stesse regole e gli stessi drammi interni. In questi quattro panorami teatrali quello che si vuol evidenziare non è tanto la corteccia comunque strutturata con un alto livello scenografico e spettacolare, ma il processo cognitivo e culturale che ha portato alla realizzazione e alla rappresentazione di concetti estetici, etici e culturali sempre più intrisi nell’arte contemporanea.

Più che definirli spettacoli performativi bisognerebbe insistere su una sorta di esperienza collettiva, di rito e celebrazione etnografica mascherata da spettacolo. Qui c’è tutto. Gioia e dolori, miti e simboli, paure e felicità nonché diritti e doveri. Si fa luce quindi su una “canalizzazione del comportamento emozionalmente motivato” per promuovere la comunicazione e per occupare la fonte generatrice dell’atto drammaturgico. Come scrive Milton Singer: “le performance sono elementi costitutivi della cultura e le unità ultime di osservazione.. […] che offrono importanti chiarimenti sui modi in cui i temi e i valori culturali vengono comunicati..” ; dove oggi – aggiungerei – la componente dei mass media rivela anelli importanti per il fine ultimo.

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Manah Depauw e Bernard Van Eeghem ridefiniscono, in un paesaggio in miniatura in cui l’apparente tranquillità camuffa le bestie e le catastrofi imminenti, il ruolo del corpo umano nella contemporaneità raccontando l’evoluzione, lo sviluppo e la trasformazione nella Genesi, nella Nascita dell’uomo, nella Bestia fino all’Apocalisse. Con How do you like my landscape?

Gli autori attraverso i performer Manah Depauw e Carlos Pez González decontestualizzano il corpo umano e lo mettono al di fuori di ogni nostra probabile intuizione. Manah è vestita da infermiera e i suoi occhi fissano lo spettatore con calma inquietante e paradossale, come dentro una sala operatoria tutto è in equilibrio e ogni movimento risulta calmo ed armonioso. Davanti a lei la miniatura, un pezzo di mondo che tocca, scopre per diventare esecutrice materiale della creazione, ma anche della distruzione tutta. Il teatrino continua, dietro una tenda bianca di plastica, con una voce narrante maschile che dirige in inglese la giovane performer in questa operazione a cuore aperto. Tutto ci passa di fronte come una storia dell’uomo in venti minuti, dalle battaglie, alle guerre fino alla messa in croce di Cristo. Fra simboli, ironia e rimandi agghiaccianti il piccolo spazio scenico ci inghiottisce dentro la nostra stessa realtà, dentro il nostro stesso destino.

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Rosa Casado riscrive la realtà attraverso azioni quotidiane de-contestualizzate, per esplorare nuovi modi di “pensare” e di “fare”, e per sviluppare spazi interdisciplinari che promuovono la diffusione dell’arte contemporanea. Well-being & welfare è un’ azione site specific sul progresso, le sue regole, i suoi effetti, l’accumulo che il suo incedere produce è un gioco collettivo che coinvolge il pubblico in prima persona, rendendolo attore dei cambiamenti, dimostrandone la forza di intervento sull’ambiente. Rosa ha creato un meccanismo di messa in scena che lavora sulla dimensione percettiva ed intuitiva della ricezione teatrale, rappresentando l’influenza che l’uomo ha sulla realtà attraverso l’uso di oggetti quotidiani: i piccoli giocattoli di cui si serve (macchine, treni, alberi, case..) vengono posizionati e continuamente spostati secondo regole dettate dall’artista; il pubblico ha la possibilità di interagire con la scena ed aggiungere, cambiare e trasformare la performance, le sue dinamiche ed i suoi elementi.

Una provocazione all’azione, un’interattività desiderata e realizzata che rende i passanti spettatori e gli spettatori attori e giocatori. In questo modo il processo e lo sviluppo dell’azione saranno nelle mani di chi guarda e decide di agire. Tutti siamo coinvolti nel “gioco dello stare bene”, tutti alla fine abbiamo preso in mano le redini dell’opera avendola fatta nostra, con le nostre decisioni, le nostre regole e gli spostamenti dettati dalla nostra consapevolezza e dalla nostra voglia di cambiare il gioco. Wolf Ka con “Moving by numbers” realizza un’esperienza unica tra lo spettatore ed il danzatore in questo lavoro per uno spettatore alla volta. Una dimensione intima ed intensa, creata grazie ad un particolare dispositivo tecnologico la cui interfaccia visuale ed audiotattile stimola il corpo dello spettatore attraverso le azioni sceniche del danzatore.

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I due lati della relazione scenica divengono così partner artistici, abolendo la frontiera che separa lo spazio virtuale da quello reale. L’intima dimensione performativa che si viene così a creare genera una relazione esclusiva, senza la presenza di altri testimoni; un’interattività che modifica lo statuto stesso del ruolo spettatoriale, non più di osservazione passiva ma di attiva partecipazione allo spettacolo. Spettatore e danzatore sono partner artistici lungo lo stesso percorso performativo. La tecnologia dunque modella l’atto spettacolare rendendolo un’esperienza da vivere con l’altro, diventando un’estensione fisica e spaziale del corpo su cui è utilizzata, abolendo la frontiera che separa lo spazio virtuale da quello reale.

Claudia Dias, danzatrice tra le più intriganti della nuova scena portoghese, è una delle artiste prodotte da Re.Al, la compagnia fondata nel 1990 da João Fiadeiro, a tutti gli effetti considerato il padre della nuova generazione coreutica del Portogallo. Dopo Visita guidata dove conduceva lo spettatore nei luoghi della memoria e della geografia quotidiana di Lisbona, attraverso ricordi personali e collettivi, che ha raccolto misurandosi, per la prima volta con la scrittura, in questo nuovo lavoro Das coisas nascem coisas , Claudia sperimenta i limiti della traduzione del movimento, creando una sorta di test sulle possibili variazioni e differenze esistenti tra la definizione, il commento e l’opinione; esplorando le possibili connessioni che si stabiliscono fra il tempo dell’azione e quello dell’immagine.

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Ed ecco un muro di scatole pronto per essere reinterpretato e modellato secondo prospettive e dinamiche socio-culturali che la performer ci presenta in lingua portoghese. E così si monta e si smonta, si costruiscono torri gemelle, tombe sacre, crocifissi, piramidi e piante architettoniche, tutto con semplici gesti bilanciati e precisi per dar voce ad un sottotesto molto più d’impatto di 154 scatole marroni.

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