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DIGITAL
CITY (DIGITAL
FLANEUR)
Collaborative mapping, Ict e hacktivismo
Txt:
Lorenzo Tripodi
L’esperienza
urbana si dimostra sempre di più essere
esperienza mediata. Se la visione romantica e
moderna dello spazio urbano, quella magnificamente
raccontata da Baudelaire e Poe, da Benjamin e
da generazioni di flaneur innamorati dei marcapiedi
delle grandi città, è l’esperienza
dei corpi che si immergono e si perdono nella
folla anonima, è l’attraversamento
tra luci e ombre delle strade della città
labirintica, è il confronto vis a vis nelle
piazze civiche in cui i cittadini si ritrovano
a discutere le faccende della Polis, oggi l’essenza
della vita urbana sembra risiedere soprattutto
nella connettività, nell’esposizione
al vertiginoso scorrere dei flussi di dati, nell’accessibilità.
La nuova visione urbana della città globale
è contraddistinta dalla contrazione dello
spazio e del tempo in una sorta di presente elettronico,
in cui il protocollo d’accesso sostituisce
la soglia e la connettività annulla le
distanze. Questa visione, lungi dal cancellare
la dimensione urbana, sembra in un certo senso
portare a compimento la promessa modernista in
ogni remoto angolo del pianeta, sembra realizzare
l’utopia della città in tutta la
sua pienezza.
Con questo articolo apriamo
una sezione di Digimag che vuole avventurarsi
nell’esplorazione della città digitale,
ovvero di una complessa serie di aspetti che ricompongono
una urbanistica della città dei dati. I
dispositivi digitali, gli smart mobs, i sistemi
di tracciamento, espandono voluttuosamente un
innovativo complesso sistema nervoso della città.
Lo spazio urbano è ‘innervato’
di dispositivi che rilevano comportamenti umani
e li trasformano in dati. Questi dati si accumulano
caoticamente secondo un processo di produzione
ridondante e disomogeneo, che tende a costituire
una metacittà di natura semiotica, incrementalmente
più rilevante nel quadro dell’affermarsi
della ‘società dell’informazione’.
Dati che a loro volta influenzano l’agire
dei corpi in maniera sostanziale.
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La maniera
di interagire, di posizionarsi all’interno
del sistema sociale è fortemente rinnovata
dall’esplosione dei nuovi dispositivi a
disposizione dell’individuo. Il concetto
stesso di spazio pubblico è rinnovato radicalmente
dai telefoni cellulari e dai sistemi di sorveglianza.
La possibilità di agire nell’anonimato,
e secondo multiple identità, la mobilità
esasperata, e la flessibilità del mercato,
moltiplicano la possibilità di ciasciuno
di noi di costruirsi delle personalità
riconosciute a livello sociale, allo stesso tempo
in cui si rinnovano e ridefiniscono i concetto
di comunità e di località. Frammentazione,
disorientamento e desiderio di ricomposizione
contraddistinguono l’esperienza del cittadino
globale.
Se
l’urbanistica moderna è stata sostanzialmente
il disegno della dislocazione delle forze produttive
e della natura fisica dei rapporti di potere da
cui tale produzione spaziale derivava, oggigiorno
un salto paradigmatico ha trasformato il concetto
stesso di produzione. Le città nell’era
dell’economia simbolica producono
principalmente valori slegati dall’esistenza
di oggetti materiali, non più metafore
di beni esistenti, ma prodotti di comportamenti
sociali. I nodi simbolici, gli attrattori di un
sistema reticolare dotato di una altissima fluidità,
diventano il cuore in cui risiede il potenziale
produttivo dell’organismo urbano. La produzione
di immagine diventa il cuore della crescita della
città. Il marketing urbano è momento
essenziale di tale processo, in cui si costruisce
un immagine seducente, una visione futura convincente,
dal cui successo e capacità di attrarre
capitali, creativi e consumatori dipenderà
la realizzazione delle strutture materiali.
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Da queste considerazioni prendiamo
spunto per avventurarci, novelli flaneurs digitali,
nella esplorazione delle rappresentazioni digitali
urbane: dall’affinamento di strumenti di
orientamento nel nuovo universo frammentato alla
ricerca di mezzi per ricreare località
a disposizione delle comunità insorgenti,
dalla riappropriazione di tecnologie di rappresentazione
di uso comunitario, alla difesa dai rischi totalitari
prodotti dalla concentrazione di tali tecnologie
nelle mani di corporations e istituzioni. Collaborative
mapping ed interactive art, ICT e digital storytelling,
esplorazioni psicogeografiche e hacktivism, sono
nomi che inventano nuove pratiche di esplorazione
dei territori virtuali.
Dal mondo della ricerca sociale alla produzione
artistica, dall’attivismo politico alla
ricerca di mercato, cresce l’urgenza manifesta
di cartografare i territori a venire dell’universo
digitale.
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