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GEERT LOVINK: FREE COOPERATIONS
IN P2P NETWORKS
Txt: Maresa Lippolis
Durante l'ultimo incontro del Video Vortex organizzato dall''Institute for
Network Cultures' ad Amsterdam presso il Club 11 , una grossa comunita' di networkers si e'
riunita per analizzare come il video, e i contenuti in generale, vengono condivisi
attraverso la rete oggi. Come in sostanza il contenuto video o audiovisivo in generale sia oggi fruito e condiviso attraverso la rete, come si stanno sviluppando le piattaforme come i Vlog e i podcast, cosa può essere la prossima televisione di domani in termini di aggregazione di contenuti e libera costruzione di un palinesto di contenuti indipendenti e non.
Partecipazione, sostenibilita' e nuove stategie di
interazione fra artisti, produttori e pubblico, sono stati gli argomenti
centrali della discussione. La pirateria e' stata spesso al margine della
conferenza, facendo capolino e strizzando l'occhio a qualcuno. Ovviamente
il mio era uno di questi, e quindi ho deciso di intervistare Geert Lovink,
curatore dell'evento ed autore di Zero Comments edito in Italia da
Mondadori, per dare piu' spazio alla produzione e alla organizzazione delle
reti P2P.
Da anni Geert Lovink e' uno dei maggiori analisti dei territori in cui la rete Internet incontra l'economia, la politica,
l'azione sociale, l'arte.
Un'intensa attivita' di saggista e di organizzatore di incontri internazionali ne ha fatto uno dei promotori della pratica della
cultura innovativa di Rete e della net.art, creando gia' nel 1995 la mailing list www.nettime.org ormai ampiamente riconosciuta
come uno dei forum principali per la discussione e l'analisi della Rete e delle sue possibilita'.
Tra i fondatori dell'Adilkno Foundation [ Foundation for the Advancement of Illegal Knowledge ],
editore dal 1989 al 1994 della rivista Mediamatic, animatore e organizzatore del progetto Digital City
di Amsterdam, Geert Lovink, fondatore proprio dell'Institute for Network Cultures, e' un personaggio difficilmente inquadrabile nei canoni
dell'intellettuale classico che passa agevolmente dall'ambiente accademico a quello controculturale,
al limite, ma sicuramente non al margine, sia dell'uno che dell'altro ambiente.
Autore di testi seminali come
Dark Fiber (2002), Uncanny Networks (2002), My First Recession (2003) e The Principle of Notworking (2005), negli ultimi tempi l'attività di Lovink si è concentrata sulle pratiche creative e di condivisione sulla Rete e tramite la Rete. Se quindi da un lato Lovink ha pubblicato testi e saggi relativi alle nuove attività creative, nate e sviluppatisi tramite Internet con costi contenuti e grande visibilità, dall'altro l'intellettuale olandese si è concentrato sul fenomeno del web 2.0, della condivisione di contenuti e della loro riorganizzazione sulla Rete, delle sempre più frequenti attività di networking creativo e professionale. Proprio in occasione della tappa olandese del Video Vortex, abbiamo incontrato Geert Lovink e non ci siamo fatti sfuggire l'occasione di fare due chiacchiere con lui
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Maresa Lippolis: Lei ha studiato il funzionamento dei network e come la gente collabora
all'interno della rete. Come descriverebbe, a partire dalla sua analisi, le
reti p2p, le loro comunita' e la produzione di senso che stanno costruendo?
Geert Lovink: Dobbiamo fare una distinzione fra l'ideologia ufficiale sul P2P, a cui
anche io aderisco, e la dura realta'. C'e' senza dubbio una moltitudine di
ragioni per cui la gente partecipa nelle reti P2P. Anche politicamente c'e'
un interessante spettro di persone coinvolte in queste reti, che va dai
poveri postmoderni, guidati da una mancanza di denaro ai technoanarchici
fino ai neo capitalisti fanatici del mercato libero. In questo senso il P2P e'
molto umano. E' come il sesso. Ci sono tanti modi di farlo e le motivazioni
o le intenzioni sono cosi' diverse, ogni volta anche per la stessa persona.
Non voglio dire che la situazione e' complessa. Non e' il mio ruolo
spiegare e difendere la versione idealistica dello scambio, del movimento
anti-copyright, della condivisione e cosi' via. La partica quotidiana ed
imprevedibile degli scambi sulle reti P2P e' gia' una realta', al di la'
di ogni discorso. Io piu' che altro leggo le reti P2P come delle TAZ (temporary
autonomous zones), come descritte da Hakim Bay, dal momento che sono legate
alla loro scomparsa (per riapparire altrove).
Non credo che sia utile
sostenere che vengano legalizzate. Forse perche' vivo ad Amsterdam, dove
abbiamo condotto diversi esperimenti interessanti per valorizzare tutti
quegli aspetti che avvengono in quella zona grigia che lambisce la
legalita' e le pratiche illegali. Da questa prospettiva abbiamo constatato
che una parziale tolleranza nei confronti delle attivita' illegali genera
una particolare situazione: Elias Canetti ha descritto molto bene come la
gente si aggrega e si disperde in questi tipi di contesti. Una completa
legalizzazione uccide il fervore e neutralizza gli aspetti problematici
fino al punto della loro scomparsa. Per questo la legalizzazione degli
scambi di materiale protetto da copyright non e' il giusto percorso da
intraprendere. Quello che secondo me serve e' invece costruire una economia
parallela, in cui artisti e produttori creativi possano essere ricompensati
anche economicamente, senza intermediari, ad esempio attraverso micro
pagamenti.
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Maresa Lippolis: Nel suo panphlet "The Principle of Networking" (2005), lei sostiene che la
propaganda non e' cosi' efficace nella rete come quanto non fosse nei
vecchi media. Pensa che sia ancora valida questa affermazione alla luce di
come si sta evolvendo il web 2.0? E crede che sia possibile che le reti P2P
invece possano essere degli strumenti piu' orizzontali per stimolare la
gente a costruire dei canali autonomi attraverso cui distribuire i
contenuti e quindi il senso?
Geert Lovink: Hai ragione, stiamo assistendo ad una massificazione senza precedenti
delle piattaforme web che registrano fino a centomila utenti per singolo
sito. Un normale sito di social networking raggiunge qualcosa come 1-5 mila
utenti. Ad ogni modo questi utenti non sono sempre connessi allo stesso
momento; in ogni momento ci sono 40.000 account su Second Life. Questi
numeri potranno crescere e variare verso picchi diversi,in diversi momenti. Ma non
sono raggruppati mai insieme.
Vedo che ci siamo lasciati alle spalle l'era
della televisione, cosi' come era stata descritta da Marshan McLuhan. Con
l'eccezione di alcuni momenti come i giochi olimpici, credo che l'effetto
della coda lunga e' destinato ad allungarsi ancora. Dobbiamo ancora
abituarci a questo e comprendere come in questo scenario 'distribuito' il
potere si riconfigura. Un potere di quel genere non scompare
all'improvviso, ne' con esso la propaganda. Cio' che si riduce e' l'aspetto
spettacolare e celebratorio. La tendenza a indurre ideologie indirette ed
invisibili continua ancora e diventera' sempre piu' difficile definire
delle reali forme di indottrinamento subliminale.
Il P2P non puo' essere una seria
contropartita a questa dinamica. Il fatto che tu collabori e cambi file,
non ti rende un uomo migliore (Gutmensch) o un rivoluzionario. Per me non
e' sufficiente l'idea di acquisire potere attraverso la rete. Per cosa poi? Non
e' la stessa, ma altrettanto astratta (anche se allettante), idea di cambiamento? In quale direzione pero'?
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Maresa Lippolis: Durante la sessione del Video Vortex 2, Florian Schneider nella sua
presentazione ha introdotto la nozione di "imaginary property". Nel suo
discorso infatti dice che il concetto di proprieta' si sposta nell'epoca
digitale dal concetto di feticismo, in termini marxisti, a quello di
rivelatore delle relazioni sociali. Possedere un'immagine o di un medium
significa definire delle relazioni sociali (riferendosi quindi alle
questioni dell'accesso alle informazioni e alle apparteneze, alle reti di
significazione). Pensi che questo discorso possa anche essere applicato
alle comunita' P2P? Come puo' il concetto di valore d'uso e valore di
scambio ridefinirsi in questo caso?
Geert Lovink: Non sono aggiornato sul dibattito relativo al valore delle reti P2P. Ci
sono alcuni forum interessanti come iDC su cui persone come Michel Bauwens,
Franz Nahrada e Adam Arvidsson pongono delle questioni illuminanti.
Cinque anni fa e' nato anche una lista tedesca, si trattava di una
comunita' che discuteva di tutti questi aspetti, si chiamava Oeknonux. Il
progetto Oeknonux si spinse ben oltre il dibattito corrente, ma poi si
blocco' per il fatto che il fondatore e moderatore, Stefan Merten, non era
stato in grado di lasciare andare un po' il progetto da solo. Fino a che
non si e' chiuso su se stesso.
Io dal mio, posso giusto fare qualche meta
osservazione. A partire da Baudrillard e altri intellettuali della
generazione degli anni sessanta, abbiamo vissuto in una accelerazione
esponenziale, una continua centrifuga di concetti che erano stati
sviluppati ai tempi di Smith, Ricardo e Marx. L'economia politica del
ventesimo secolo non ha saputo costruire una convincente definizione
parimenti critica, quindi siamo ancora immersi in un dibattito in cui si
discutono distinte definizioni di valore, valore d'uso, valore di scambio,
surplus, prezzo, benessere, e cosi' via.
Se invece parliamo dell'economia
del free software, dell'open source e del P2P ha molto piu' senso, come
suggerisce Arvidssons e altri, investigare 'l'accumulo emotivo' e la
'socialita'' che viene prodotta da un'economia basata sul 'valore etico'
(condotta dai brand). Io individuo in questo processo, e credo che
contribuisca fortemente alla costituzione di una societa' molto piu' equa e
sostenibile. Potrebbe anche voler significare molta piu' follia mediatica,
non meno. Potrei contribuire alla discussione, dal momento che non sono un
economista, introducendo il concetto di free cooperation, proposto da
Christoph Spehr. Credo che la socialita' della rete debba essere libera e che in
questo debba essereci la possibilita' di scegliere, che non ci siano
decisioni gia' prese. Contribuire volontariamente senza essere retribuiti
deve continuare ad essere una scelta, non un assunto di default.
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Maresa Lippolis: Lei ha indirizzato una critica pungente al modello produttivo dei
creative commons di Lawrence Lessig. Secondo lei in che modo le reti che si fondano
sulle forme di libera collaborazione possono innescare nuove forme di produzione?
Geert Lovink: Riesco a capire la posizione di Lessig e il modello dei creative
commons. Realisticamente si tratta di qualcosa che, chi lavora con i
contenuti, puo' facilmente affrontare. Cio' che non condivido pero' e'
l'enfasi che la retorica dei creative commons pone nei riguardi "dell'innocente amatore". Nella mia ottica, innanzitutto l'amatore non e'
innocente, ma anzi colpevole (c'e' un piacere nello scaricare e nel
condividere materiale illegale, mi chiedo se Slavoj Zizek ha gia' indagato
questo aspetto), e secondariamente, per il dilettante dovrebbe se non altro
esserci la possibilita' di partecipare all'economia che produce.
Se
l'amatore, che guadagna grazie ad una seconda professione, pensa di voler
contribuire e condividere le sue produzioni gratuitamente, allora va bene.
Ma in questo momento mi sembra piu' che altro che la schiera di dilettanti
sta bloccando le carriere di intere generazioni di giovani professionisti.
In questo modo la ricchezza dei saperi dei professionisti e' messa a dura
prova e rischia di scomparire (per esempio nel caso di chi si occupa di
giornalismo di inchiesta). Dobbiamo fermare la dispersione di questi
talenti e cercare di non produrre delle economie che si basano sul concetto
di carita'. Le reti libere dovrebbero prendersi piu' sul serio riguardo
queste implicazioni. Il primo passaggio in questo senso potrebbe essere di
indagare criticamente "l'ideologia delle economie free'. Nuove forme di
produzione, come tu le chiami, costano. Abbiamo bisogno di far circolare
del denaro in modo che possa fluire in quei circuiti che hanno assunto
l'obiettivo di costruire gli strumenti del futuro.
www.networkcultures.org/videovortex/
www.networkcultures.org/geert/
www.hva.nl/lectoraten/documenten/ol09-050224-lovink.pdf
www.oekonux.org/
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