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Dallo scorso 26 giugno fino al prossimo 31 luglio, all’interno di un’avveniristica struttura gonfiabile di 200 mq presso l'Auditorium Parco della Musica di Roma, verrà presentata smart future minds exhibition. Articolata attraverso dodici progetti sul tema "Il futuro della città", la mostra promette di essere un momento di riflessione critica e divulgazione artistica all'interno del più ampio smart urban stage, innovativo road show che toccherà Zurigo, Parigi, Madrid e Londra dopo essere passata già a Berlino.


Lo scorso 19 Luglio sono stati decretati i vincitori del concorso smart future minds award: Calle de diversion di LPU ha ottenuto il 1° Premio, 10.000 euro e l’opportunità di entrare in concorso con i vincitori delle altre tappe europee dello smart urban stage; il 2° Premio - 2.500 euro e l’uso di una smart per un anno -, è andato a Sustainability stands for simplicity di STUDIO TAMASSOCIATI. I 3° classificati, Roberto Di Leonardo & Luca Angelani con il progetto Bacterial Microcars hanno avuto in premio l’uso per un anno della stessa automobile, un ‘waiting for’ la nuova smart fortwo electric drive che sarà introdotta sul mercato nel 2012.


Nell'ambito del progetto di collaborazione tra Digicult e Smart Urban Stage, questa a Lorenzo Imbesi (curatore della sezione "Be - Cultura/Società") è la seconda delle 3 interviste previste ai curatori della mostra smart future minds exhibition: dopo quella ad Alberto Abruzzese, pubblicata nel numero di Luglio/Agosto di Digimag, e prima di quella a Paolo Mataloni.


Lorenzo Imbesi è architetto, PhD in Design Ambientale, professore associato alla Carleton University
, Scuola di Disegno Industriale (Ottawa, Canada); ha insegnato ed è stato ricercatore all’Università “La Sapienza” di Roma dal 1997. Critico e saggista scrive su numerose riviste, è condirettore di “DIID- Disegno Industriale”. Le sue ricerche sono indirizzate verso la cultura del design, soprattutto verso le sue espressioni critiche e le sue implicazioni teoriche inter/trans/post disciplinari connesse con la società contemporanea della conoscenza e l’impatto sociale, culturale ed etico delle nuove tecnologie e dei nuovi manufatti.


La seguente intervista sarà poi pubblicata ufficialmente sul numero di Settembre di Digimag.

Marco Mancuso: Innanzitutto vorrei avere qualche presentazione dei progetti scelti nel suo progetto di curatela. Quale l'idea, il concept portante, quale la sfida che l'ha portata a misurarsi con un tema che è tra i più delicati nella società contemporanea, cioè il crescente impatto urbanistico delle nuove forme di hyper architecture, nonché la diffusione delle tecnologie mediali nel contesto urbano mediato, appunto, dalle teorie dell'architettura moderna.


Lorenzo Imbesi: Alcuni criteri hanno guidato la selezione: la centralità della metropoli contemporanea, che è un insieme di tecnologie e comportamenti, infrastrutture e umanità; altrettanto la dimensione partecipativa, che coinvolge direttamente le pratiche sociali; allo stesso modo, sono interessato a rilevare modalità di progettazione in senso collaborativo e interdisciplinare, che mettono in soffitta la figura del “creatore” unico e maieuta, eroe e salvatore della società; infine la sfida delle nuove tecnologie e l’avvicinamento tra scienziati e designer, cioè tra chi fa le scoperte e chi in qualche modo le applica agli oggetti d’uso.


In particolare, il motivo chiave che mi ha guidato nella selezione di DustBot, un progetto messo a punto dalla Scuola Superiore Sant'Anna all'interno di una ricerca europea, è stato mettere insieme la categoria della sostenibilità e il tema delle nuove tecnologie. DustBot è un robot progettato per la raccolta dei rifiuti e il monitoraggio dell’inquinamento atmosferico, da inserire a rete nelle aree pedonali dei piccoli centri urbani. Ne emerge un panorama in cui la stessa tecnologia è inserita nella quotidianità come un vero oggetto, o forse direi addirittura soggetto, sociale, in grado di interagire attivamente nelle relazioni tra le stesse persone e tra le persone e il proprio ambiente di vita. Una tecnologia quindi con una immagine meno “hard”, che si fa avvicinare e con un volto più umano, al servizio della società, mutua il concetto di innovazione in innovazione sociale. Le scoperte scientifiche escono dai laboratori per trasformarsi in oggetti e servizi tangibili in grado di cambiare la nostra qualità della vita. Forse si può parlare di una nuova tecno-etica e altrettanto di design sociale.


Altrettanto, nel progetto Calle de diversión risultato vincitore dello smart future minds award, ho apprezzato l’attenzione al tema della partecipazione che si manifesta attraverso azioni di riappropriazione dello spazio pubblico negli spazi periferici di una metropoli del Sudamerica come Caracas. In questo progetto - elaborato a quattro mani da un sociologo italiano, Pasquale Passannante, ed un architetto venezuelano, Rafael Machado - si rileva la presenza di una città “formale”, quella delle strutture urbane, fatte di muri, asfalto, costruzioni, ma anche di codici e regole urbanistiche. In questa città formale si insinua una città “informale” che compare e scompare nei vicoli delle periferie attraverso i giochi dei bambini che si fanno, così, veri interpreti del concetto di piazza pubblica. Esattamente come il gioco, la città informale ha regole “altre”, costruite direttamente dai comportamenti sociali e da bisogni e urgenze istantanee e si fa genuina interprete di un reale bisogno di costruzione sociale. È una reale esigenza etica che, dopo il crollo delle ideologie e delle “grandi narrazioni” che hanno contraddistinto il secolo scorso, emerge per rispondere al vuoto di politica che si è aperto.


Marco Mancuso: Al di là della necessità di rimanere aderente all'ambito tematico per il quale è stato chiamato come curatore, le domando quali parametri estetici, tecnologici o quali linee guida hanno guidato le sue scelte e la selezione delle opere.


Lorenzo Imbesi: Una delle parola chiave che ha guidato la scelta dei progetti e che racconta un pezzo importante della società contemporanea è l’innovazione. Innovazione tecnologica, come altrettanto innovazione sociale e culturale. Altrettanto, l’innovazione risulta sempre più spesso come il prodotto di una elaborazione tra i confini disciplinari, prodotto di un prolifico dialogo interattivo tra scienziati, ricercatori, artisti, designer, architetti, pubblico (che siano essi cittadini o consumatori, a seconda dei punti di vista). Così spesso sfumano i limiti tra opera d’arte e prodotto di consumo, oggetto unico e oggetto seriale, prototipo di laboratorio e performance artistica, produzione e consumo. A partire dal riconoscimento di questi spazi di ricerca, emerge un grande territorio per la sperimentazione e la elaborazione al di fuori delle “etichette” più consolidate.

Marco Mancuso: Arte e Scienza, espressività individuale e ricerca scientifica e sviluppo tecnologico, sono a lungo stati due ambiti culturali ed espressivi fortemente separati tra loro. Scienza e tecnologia come prodotto dell'intelletto con un forte impatto progettuale e una certa legittimizzazione di utilità sociale, Arte come espressione della sensibilità dell'individuo, chiave di lettura estetica ed emotiva della società in un preciso momento storico. Nel percorso storico che porta dal Bauhaus al digitale, architettura e design hanno ampiamente colmato questo solco, ponendosi con un numero crescente di esempi, opere, mostre e convegni come il possibile trait d'union tra espressione creativa e utilità sociale. Come vede in questo senso l'impatto delle tecnologie digitale, software, hardware, open source e generative?


Lorenzo Imbesi: L’etica open source ha mostrato un potenziale di partecipazione nella tecnologia: oltre la mass customization, la personalizzazione del prodotto d’uso da parte del consumatore, si inizia a parlare di open innovation e della possibilità di sviluppare progetti aperti, in cui chiunque può partecipare contribuendo e co-creando il prodotto finale. Contemporaneamente, crescono le esperienze DIY, che mettono in campo una volontà di riappropriazione della tecnologia senza i filtri delle multinazionali e dei laboratori dell'industria: un chiaro esempio di artigianato altamente tecnologico, risultato anche di una forma di democratizzazione e di semplicità d’uso della tecnologia. Oltre la forma, il digitale sta aprendo un potenziale enorme sui risvolti e sulle nuove geometrie che può creare nella società.


Marco Mancuso: I contesti urbani nei quali viviamo sono sempre più massicciamente invasi da tecnologie mobili, satellitari, locative, identificative. Ogni nostro movimento, posizione, azione che si svolga all'interno di un perimetro monitorato tecnologicamente è sempre più soggetto a registrazione, visualizzazione, esposizione. Basti pensare in questo senso alla diffusione dei device mobili (cellulari, palmari, smart phone, pad), alla proliferazione delle telecamere di sorveglianza cctv, alla presenza di chip identificativi (carte di credito, rfid nei vestiti), all'integrazione crescente con la Rete (tramite Google Map, Second Life, Pandora). Quale è secondo lei la direzione verso la quale deve evolvere l’architettura contemporanea per svolgere il ruolo che l'ha sempre caratterizzata nei suoi momenti più virtuosi: svolgere cioè un'azione sempre più attenta verso l'aspetto urbanistico e non solo progettuale/tecnologico del suo agire?


Lorenzo Imbesi: Personalmente, sono sempre stato convinto che una contrapposizione tra high e low-tech sia sterile. Il futuro non può apparire come un condensato di high-tech in grado di azzerare le culture, un po’ come voleva il mito della modernità, né altrettanto sia un nostalgico ritorno ad un passato vissuto come mitico. Piuttosto, coesisteranno sempre pezzi di passato e di futuro, alta e bassa tecnologia, industria e artigianato. La prospettiva di futuro collettiva delle culture materiali si alimenta di trasformazione e cambiamento, che non riconosce direzioni precostituite. A suo modo, nella sua grande semplicità, anche il progetto Calle de diversión elabora tecnologia: elabora tecniche, utilizza materiali e si inserisce nella metropoli, condensato di infrastrutture e tecnologia.


Altro tema è quello della sorveglianza e del relativo controllo sociale, una questione su cui ho lavorato molto, con il progetto “Remote_Control” del 2006, e che tuttora mi sta molto a cuore. La tecnologia, ogni tecnologia, può avere un portato di controllo sociale: si pensi all’architettura del confinamento, gli ospedali, le carceri e le scuole che Foucault ha analizzato e che trovano un esemplare archetipo nella tipologia del Panopticon. C’è però da rilevare un passaggio importante dalle forme di sorveglianza, più o meno dirette, al controllo elettronico e mediato: con la diffusività e la democratizzazione delle nuove tecnologie, al di là di una condizione di mobilità e di nomadismo senza precedenti, si passa da una condizione in cui pochi controllano molti, ad una in cui potenzialmente tutti possono controllare tutti. È un quadro di grande interesse che apre a nuovi scenari insieme partecipativi e distopici e su cui elaborare ipotesi e scoprire sollecitazioni creative.

Marco Mancuso: Uno degli aspetti più interessanti e innovativi della cultura del design e della metodologia architettonica è la crescente attenzione verso le tematiche ambientali. L'uso quindi di nuovi materiali, l'attenzione verso le scoperte scientifiche utili per la creazione di nuove interfacce, la crescente tendenza all'utilizzo di materiali di riciclo e di uso comune, sono tutti elementi che, grazie anche all'integrazione con tecnologie digitali e sensoriali (Arduino in primis) stanno comparendo sempre più frequentemente nelle agende degli artisti, dei designer, degli architetti internazionali. Quale è il suo pensiero in questo senso e quali esempi virtuosi avete potuto monitorare tramite la piattaforma di DIID?


Lorenzo Imbesi: Non si tratta di previsioni future, ma di cronaca quotidiana: la sostenibilità ormai non può più essere considerata semplicemente solo nei suoi caratteri di innovazione, piuttosto è diventata un imperativo che attraversa trasversalmente tutti i settori e i processi della progettazione. Se una volta si diceva dal cucchiaio alla città, per comprendere tutte le scale in cui intervenire, ormai non basta più e si devono comprendere anche le nano e le biotecnologie che stanno già costruendo i nuovi materiali con cui vestiremo, abiteremo e lavoreremo. Con la rivista DIID – Disegno Industriale abbiamo riservato un’attenzione etica speciale all’innovazione diretta verso l’utilità della vita quotidiana delle persone e i riflessi nel progetto. In questo senso, sono stati dedicati numeri monografici all’interaction design, alla sostenibilità, alle biotecnologie, ai nuovi materiali.





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